Kurosawa Akira

I sette samurai

Autore: 
Kurosawa Akira

“I sette samurai” è, indiscutibilmente, il film giapponese più conosciuto e citato al mondo. Le sue vicissitudini, tra gli elevati costi di produzione ed i tagli spettrali alla pellicola imposti dalla Toho, non sono riuscite ad intaccare l’immenso valore che il film conserva in sé. Lo stesso Akira Kurosawa, nonostante l’indiscusso talento e le gratifiche internazionali, non ebbe vita facile nella sua carriera cinematografica, tra difficoltà nel reperire fondi ed imposizioni scaturite dai rigidi dettami del dopoguerra, quando il Giappone doveva risollevarsi, in ogni modo possibile, dalla bruciante sconfitta.

La gloria si conquista sul campo, l’onore si preserva con il sacrificio e Kurosawa seppe dimostrarsi all’altezza d’entrambe le cose. Lontano dall’avere il potere di realizzare qualsiasi cosa avesse in mente, come lo Spielberg d’America, Kurosawa conobbe più volte la portata umiliante delle cesoie sui suoi lavori, ma fu grazie alla sua tenacia ed al fatto che riuscì a conservare le pellicole di questo film che negli anni Ottanta riuscì a restituirgli la forma originaria.
Ad oggi, nonostante coraggiose distribuzioni, o proiezioni televisive notturne, è più facile vedere arrivare dal Giappone una serie infinita di clonazioni di “Ringu” et similia che sperare nel recupero dei suoi lavori inediti. Come affermò lui stesso, i successori dei grandi cineasti giapponesi si potevano rintracciare solo nei registi dell’animazione, peccato che all’estero li avrebbero conosciuti in pochi. Forse sarebbe orgoglioso e contento oggi dei premi internazionali ad uno dei grandi, Hayao Miyazaki, e del fatto che, all’estero, proprio l’animazione ha avuto successo più di ogni altra cosa.
I sette samurai” fu un film molto costoso ma, senza retorica, è bene sottolineare che mai denari furono spesi meglio dal Giappone per l’importanza, il successo e l’influenza che ebbe questo film, tanto che gli americani pensarono d’impadronirsene adattando l’epica samurai al genere western per dar vita a “I magnifici sette” (1960) con la regia di John Sturges.

 “Non mi resta che una manciatina di riso”
 Giappone dell’epoca Sengoku (Sengoku jidai, XVI sec. d.C.): il tempo delle grandi lotte interne che determina la conclusione del potere shogunale, di quello imperiale e, quindi, l’avvento dei daimyo (i signori della guerra). In questo particolare momento si distinguono tre personaggi fondamentali per la storia del Giappone: Oda Nobunaga (1534-1582, Kagemusha, 1980) Toyotomi Hideyoshi (1536-1598) e Ieyasu Tokugawa (1542-1616) che unificano, ognuno per proprio conto, il Paese. L’ultimo dei tre darà vita alla dinastia Tokugawa che resterà in carica fino al 1868, trasferendo la capitale a Edo (Tokyo).
Durante questo periodo un manipolo di banditi (ex samurai o semplicemente ronin) mettono a ferro e fuoco i villaggi dei contadini, rubando quel poco che la natura offre loro. In uno di questi si decide di assoldare dei samurai, offrendo loro vitto e alloggio, per fronteggiare l’ennesima invasione.
Una manciata di contadini si reca, quindi, nella città vicina a trovare i samurai  adatti allo scopo, abbastanza affamati da poter accettare la loro umile moneta di scambio. Quattro era il numero richiesto dal patriarca del villaggio; sette ne arriveranno. Grazie a loro i contadini potranno respingere per sempre la minaccia dei banditi con un’arguta strategia militare e, soprattutto, sapranno risvegliare nei loro animi la consapevolezza di potersi difendere da soli.
 
“I contadini non fanno altro che avere paura” 
In ogni momento, in ogni scena, in ogni personaggio delineato in questo film,
Kurosawa ci ha lasciato un esempio memorabile di grande narrazione cinematografica.
Un lavoro meticoloso, il suo, che ci immerge in un’epoca dolorosa sin dalle note che accompagnano i titoli di testa.
Kurosawa era figlio di un samurai che, a sua volta, aveva nell’albero genealogico di famiglia un personaggio scritto nella memoria storica del Giappone. Essere discendenti di una stirpe leggendaria non significava essere, allo stesso modo, un samurai. I tempi erano diversi ed i valori, almeno formalmente, lo erano altrettanto. Kurosawa, tuttavia, respirò in casa gli ideali del bushid?, avendo come esempio la figura paterna.
Non è errato affermare che lo spirito del bushi è scritto nei cromosomi dei giapponesi. I valori che ispiravano la vita dei samurai erano di carattere etico, non doveri scritti ed imposti dai loro signori. Per questo essi sopravvissero nei secoli, a differenza del diritto nel mondo occidentale. Ed è anche per questo che l’epica samurai fu letteralmente saccheggiata dai registi nel periodo della seconda guerra mondiale, perché era quello il Giappone che il potere politico voleva far conoscere al mondo esterno.
 
“I sette samurai”, nonostante la presenza di memorabili scene di battaglia, non è soltanto un film epico.
I samurai sono un pretesto per raccontare anche altro: due mondi messi a confronto dagli strani eventi della vita.
Il samurai pensa alla morte costantemente, fin dalle prime luci dell’alba; vive con essa per tutta l’esistenza, senza mai temerla. Il contadino ha paura di ogni cosa, come dice l’anziano nonno del mulino. Era impossibile che un samurai rinunciasse alle ambizioni gloriose della sua stirpe per proteggere una classe inferiore. Il samurai serviva solo il suo signore, il daimyo; solo il ronin, che era senza padrone, poteva avventurarsi in simili imprese.
Due classi sociali diverse ed inavvicinabili per tradizione secolare che imparano a valorizzarsi reciprocamente. I contadini troveranno nei loro cuori la forza di ribellarsi al destino che li vuole perennemente in fuga; i samurai conosceranno la sofferenza di chi vive per volontà altrui, arrivando a sacrificarsi per una causa diversa, forse meno gloriosa, ma più nobile ed umana.
Due simboli della realtà tipicamente giapponese sicuramente, ma non si deve dimenticare, inoltre, che era un film del dopoguerra, quando il Paese dell’orgoglio samurai dovette inchinarsi al mondo esterno. Fu anche l’occasione per raccontare, tra le righe, l’influenza positiva che ebbe su Kurosawa la cultura occidentale.
 Con rispetto si viene introdotti nella psicologia dei personaggi che rappresentano punti di riferimento per il nucleo centrale del film: il rapporto contadini-samurai, il conflitto di classe superato dall’intensità della struttura narrativa. Kurosawa ha investito tutte le sue energie sulla battaglia interiore che porta alla conoscenza reciproca delle parti in causa, lasciando alle scene finali del film la battaglia contro i briganti.
Particolarmente significativo, a tal proposito, è l’episodio tra una vecchia donna che piange per le disgrazie della sua famiglia distrutta dai briganti, auspicando una morte rapida per se stessa, e Kikuchiyo (Toshiro Mifune), il samurai fasullo che si ribella a quella rassegnazione pietosa.
L’espediente per avvicinare le due realtà è proprio la figura di Kikuchiyo, anello di congiunzione per il solo fatto di essere figlio di contadini e per il suo voler essere, sopra ogni cosa, un samurai.
Un’altra storia leggendaria vide il rapporto tra contadini e samurai: la vicenda romanzata di Miyamoto Musashi in Musashi” di Eiji Yoshikawa (anch’egli figlio di un samurai come Kurosawa). Il samurai, fonte di ispirazione per generazioni di giapponesi, in un dato momento della sua vita, si rifugiò in un villaggio di contadini coltivando il suo campo sterile con vigore. I suoi vicini, esperti più dello stesso guerriero nell’arte dei campi, lo schernivano per la sua follia, finché una banda di cinquanta briganti non li minacciò: “sorrise tristemente tra sé, pensando che quella gente non aveva mai neppure pensato di potersi opporre ai soprusi dei briganti. Adesso egli voleva una cosa: dimostrare ai villici che erano in grado di difendersi e sbaragliare i banditi, per sempre”.
Musashi riuscì a far leva, con il suo comportamento, sul coraggio nascosto del villaggio, spronando i suoi abitanti a ribellarsi alle vessazioni dei briganti che furono, per l’appunto, sconfitti: “io non ho fatto che insegnarvi a usare l’energia che possedete. Anche senza di me, dovete seguitare ad avere fiducia in voi stessi e mantenere la solidarietà”..
Nel romanzo di Yoshikawa (pubblicato a puntate dal 1935 al 1939) l’episodio è narrato nel capitolo “I diavoli della montagna”, in cui si ritrova citato anche il sequestro della moglie di uno dei contadini.
Il regista Hiroshi Inagaki girò, tra il 1954 ed il 1956, una trilogia tratta dal romanzo di Yoshikawa sulla vita di Musashi, il cui primo episodio vinse il Premio Oscar nel 1955 nella categoria miglior film straniero. Il protagonista, neanche a dirlo, era interpretato da un insostituibile Toshiro Mifune.
La trilogia, a sua volta, era un remake di precedenti film del regista risalenti agli anni ’40.
Ne “I sette samurai”, quando i contadini progettano di rivolgersi ai samurai, si ricorda un episodio precedente in cui un villaggio era stata salvato dalla distruzione con il medesimo espediente. Kurosawa non poteva non restare influenzato dalla vita di Musashi, o utilizzando direttamente una sua vicenda come struttura centrale della trama oppure omaggiando il suo personaggio con il ricordo di un episodio similare. Del resto, il regista utilizza la figura di questo samurai anche per altro, come vedremo.
 “Sei figlio di contadini, vero?”
La ricostruzione scenografica del film è molto accurata. Il bianco e nero della pellicola non ci permettono di gustare i colori della fotografia, ciò nonostante la limpidezza della scena non sfugge. Kurosawa dava molta importanza alle ambientazioni, alle musiche, alla valorizzazione naturale dei suoi personaggi inseriti in contesti che dovevano apparire in tutto e per tutto credibili.
Ne “I sette samurai”  il regista realizza un’opera monumentale che contiene in sé l’epica, il dramma, la poesia, l’intimismo, la commedia, il romanticismo degli ideali, la filosofia agrodolce dell’esistenza.
I samurai invitano i contadini a trascorrere l’ultima notte d’amore con particolare intensità, prima della battaglia che segnerà i loro destini. Questo è uno degli insegnamenti del bushido: afferrare la vita in tutta la sua pienezza perché la morte è sempre in agguato.

Kurosawa dà risalto ad ognuno dei suoi personaggi che si distinguono per peculiarità caratteriali. I samurai, studiati fin nel minimo dettaglio, come dimostrano i diari del regista che disegnò perfino l’aspetto esteriore che dovevano avere sullo schermo i suoi eroi, sono diversi l’uno dall’altro.
Il primo è l’anziano Kambei (Takeshi Shimura) che accetta l’ingaggio commosso dalla rinuncia dei contadini al riso, loro fonte di nutrimento.
Kambei è un samurai con una grande esperienza di vita. Sebbene ripeta, in toni di grande umiltà, che ad ogni battaglia sia stato perdente, dopo una veloce riflessione, ci si rende conto che un samurai poco dotato non sopravvive a lungo. È lui il primo ad accettare, impietosito dallo spirito di sacrificio dei contadini; è lui che conduce a riflessioni profonde i discorsi tra i samurai e tra i samurai ed i contadini; è lui che si fa radere il capo, gesto assai inconsueto, come un bonzo per salvare un bambino rapito. È Kambei che infonde fiducia agli altri nell’accettare una sfida di notevole difficoltà, senza avere in cambio che del cibo ed un tetto per qualche tempo. Il cambiamento di Kambei anzi, per inciso, la presa di coscienza del suo gesto, è quasi immediata. Ed è attraverso il suo modo di fare che convincerà, quasi come fosse una guida spirituale, gli altri a seguirlo. La sua via del bushid? raggiunge il culmine con un gesto di grande umanità. Come lui stesso ricorda, si insegue tutta la vita la gloria, il desiderio di affermazione sognando un castello da governare mentre gli anni passano, i genitori e gli amici muoiono o scompaiono, senza aver ottenuto nulla. Kambei, dunque, è un grande personaggio che ha molto da insegnare anche al di qua dello schermo.
L’individuazione e la scelta dei samurai ad opera dei contadini e poi dello stesso Kambei è già di per sé un capolavoro d’indagine psicologica. Le prove che l’anziano Kambei gli pone davanti per misurare la loro abilità nella spada, piuttosto che l’astuzia e l’equilibrio psicologico, sono esempi di classico stile samurai, ma è dalle loro reazioni che potrà individuare il carattere e la resistenza. L’occasionale allievo di Kambei, l’aristocratico Katsushiro (Ko Kimura) è il giovane che lo osserva salvare il bambino e ne loda la forza morale. Questo ragazzo ammira le doti di ognuno degli uomini che avrà l’onore di affiancare, con la stessa forza con cui sa commuoversi di fronte alla disperazione dei contadini a cui è stato rubato il riso che serviva come paga. Di tale intensità è l’impatto emotivo che ha su di lui questa scoperta che lo porterà ad offrire un risarcimento di tasca propria. Katsushiro crescerà in fretta in un ambiente ristretto e di grandi tensioni, trovando perfino il tempo e l’occasione per innamorarsi. Kurosawa riveste di fiori le delicate scene d’amore che lo vedono protagonista, creando un’isola di sentimenti sereni in mezzo alle brutture della guerra.
 
“Tu sei davvero grande. Da sempre te lo volevo dire”
La figura di Musashi venne utilizzata per il carattere di uno dei sette samurai, Kyuzo (Seiji Miyaguchi). Già fin dalla prima scena in cui Kurosawa lo presenta c’è il richiamo ad un famoso duello.
Kyuzo è il carattere più silenzioso di tutto il film. Il samurai più riservato, quello con la maggiore abilità tecnica e l’equilibrio psicologico perfetto, ma è anche quello capace di gesti di grande solidarietà, sempre in assoluto silenzio. La sua è una formazione ascetica, forte del vigore di Musashi impresso alla sua caratterizzazione cinematografica.
Se è vero che il viso di Tochir? Mifune è quello legato alla memoria cinematografica del samurai, se è vero che lo sguardo di Kikuchiyo è quello che meglio si lega ai ricordi di Musashi, il suo spirito è in Kyuzo.
 

 

“In guerra non si combatte da soli”
 Caso a sé, quasi fosse un esemplare unico, è Kikuchiyo, o almeno questo è il nome con cui si fa conoscere. Descrivere Toshiro Mifune in questo film è compito estremamente complesso, perché è il suo sguardo, tra l’ironia e la ferocia, che ne rivela il carattere. Kikuchiyo segue come ipnotizzato Kambei fin dalle prime scene in città. Figlio di contadini si sforza di essere e farsi credere un samurai, portando con sé una pergamena (rubata) di genealogia purissima. Peccato che non sappia leggere e, pertanto, la sua si rivela una bugia dalle gambe corte. Se fosse di sua proprietà, lui dovrebbe avere 13 anni.
Un samurai non beve fino al punto di perdere il controllo di sé ed è in tale stato che si presenta ufficialmente ai samurai, pronti a rinunciare al settimo per mettersi subito in cammino verso il villaggio.
Kikuchiyo è un personaggio straordinario, buffo, spaccone, ridanciano, al limite della follia negli atteggiamenti (il modo di portare la spada, già di per sé, denota poca familiarità con l’etica samurai), capace di esser disarcionato da cavallo, ma anche di orchestrare tiri mancini di grande ingegnosità per far uscire dalle case i contadini all’arrivo dei samurai.
Il timore di portarsi in casa un altro nemico offensivo quasi quanto i briganti porterà i contadini a nascondere le provviste e a proteggere le figlie, travestendole da uomo (è il caso di Shino, svergognata davanti al villaggio quando il padre la scopre con il giovane Katsushiro).
Kikuchiyo emula continuamente le gesta dei samurai. Dopo il successo dell’impresa solitaria di Kyuzo, lui si getta nella mischia recuperando un’armatura dei briganti e portandoseli dietro fino al villaggio. Kurosawa non manca di sottolineare le sue mascalzonate con una musica adattata allo scopo.
Kikuchiyo è anche una lingua sottile, riuscendo ad offendere i contadini per la loro avarizia e allo stesso tempo i samurai che li hanno resi così. In questa scena stupefacente, Kambei scopre la verità sulle origini del settimo samurai, tanto accorata gli pare, in sostanza, la difesa della realtà contadina.
Kikuchiyo lo smargiasso sa essere combattivo fino alla fine, salvando un bambino dalle fiamme, rivedendo in lui la sua storia di orfano.
È lui, dunque, l’elemento chiave, quello che avvicina i due mondi sin dalla prima entrata al villaggio, con quel suo modo di fare, di atteggiarsi, di camminare che lo allontana dalla sobrietà del samurai, ma con quell’animo che gli farà conquistare il titolo sul campo.
Un personaggio davvero stupendo, reso prezioso dall’interpretazione di Mifune, capace di trasformarsi in qualsiasi caratterizzazione cinematografica gli venisse proposta.
 
 
 
“I veri vincitori sono loro, i contadini” 
La spettacolarità dei momenti della battaglia è poi l’ultima chicca che ci riserva il film, vista l’architettura ingegnosa delle trappole fatte scattare sui gruppi di briganti, decimati uno ad uno fino agli ultimi tredici. Laddove non può la forza numerica, arriva la mente. Il tocco di genio però è nella sorpresa di vedere i contadini, finalmente liberati dalle ataviche paure, combattere per loro stessi, al fianco dei samurai.
Anche tra i contadini, Kurosawa rimarcò grandi figure, come quella di Rikichi (Yoshio Tsuchiya), uno dei più disperati di tutto il villaggio. Sua moglie gli era stata portata via in una precedente incursione e lui tace sulla sua condizione dolorosa fino a quando, in una spedizione notturna, non giungono al covo dei briganti per sorprenderli con il fuoco. Struggente è il suo urlo quando scopre la donna ancora viva e feroce la sua vendetta sui primi briganti catturati. Un’altra figura stupenda è quella del vecchio saggio che vive nel suo mulino, ai margini del villaggio, come nel racconto finale di “Sogni” ( Kurosawa, 1990).
 
Le perdite ci saranno in entrambe le fazioni, ma alla fine la liricità del racconto tocca livelli elevati per il miracolo inaspettato che si è compiuto.
Il pessimismo di Kurosawa sfiora ma non affonda le sue radici nel profondo, perché il senso del film è altro. Da un confronto di due classi sociali, si è passati al contrasto tra giovani impauriti da un domani incerto e la forza dei vecchi pronti alla morte, trasportando così il film direttamente nella leggenda assieme a quelle figure mirabilmente rappresentate.
“I veri vincitori sono loro, i contadini”, dice Kambei davanti al villaggio in festa, mentre dietro di lui e agli altri samurai superstiti s’ intravedono i cumuli dei caduti, con le loro spade conficcate nella terra.
I samurai sono stati decimati, in quanto fragile realtà di un tempo che passa. Il concreto è ciò che hanno davanti ai loro occhi: la terra e chi la cura, il futuro.  

Regia: Akira Kurosawa. Soggetto e sceneggiatura: Shinobu Hashimoto, Hideo Oguni e Akira Kurosawa. Scenografia: So Matsuyama. Direttore della fotografia: Asakazu Nakai. Montaggio: Akira Kurosawa. Costumi: Kohei Ezaki, Mieko Yamaguchi.Interpreti principali: Takashi Shimura (Kambei), Toshiro Mifune (Kikuchiyo), Yoshio Inaba (Gorobei), Seiji Miyaguchi (Kyuzo), Minoru Chiaki (Heihachi), Daisuke Kato (Shichiroji), Ko Kimura (Katsushiro), Kamatari Fujiwara (Manzo), Kuninori Kodo (Gisaku), Bokuden Hidari (Yohei), Yoshio Tsuchiya (Rikichi), Keiji Sakakida (Gosaku), Keiko Tsushima (Shino). Musica originale: Fumio Hayasaka. Produzione: Shojiro Motoki. Distribuzione: Toho. Origine: Giappone, 1954. Durata: 192 minuti. Titolo originale:Shichinin no samurai”, Leone d’Argento a Venezia nel 1954.

Movida, 21 febbraio 2005. 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 

ISBN/EAN: 
8032442212798

Commenti

"Se è vero che il viso di Tochir? Mifune è quello legato alla memoria cinematografica del samurai, se è vero che lo sguardo di Kikuchiyo è quello che meglio si lega ai ricordi di Musashi, il suo spirito è in Kyuzo"...Franco, tu sai ora chi era il mio preferito dell'ultimo...?

!

"La gloria si conquista sul campo, l?onore si preserva con il sacrificio e Kurosawa seppe dimostrarsi all?altezza d?entrambe le cose. Lontano dall?avere il potere di realizzare qualsiasi cosa avesse in mente, come lo Spielberg d?America, Kurosawa conobbe più volte la portata umiliante delle cesoie sui suoi lavori, ma fu grazie alla sua tenacia ed al fatto che riuscì a conservare le pellicole di questo film che negli anni Ottanta riuscì a restituirgli la forma originaria. "

> Giustizia è fatta.

"Kurosawa era figlio di un samurai che, a sua volta, aveva nell?albero genealogico di famiglia un personaggio scritto nella memoria storica del Giappone. Essere discendenti di una stirpe leggendaria non significava essere, allo stesso modo, un samurai. I tempi erano diversi ed i valori, almeno formalmente, lo erano altrettanto. Kurosawa, tuttavia, respirò in casa gli ideali del bushid?, avendo come esempio la figura paterna.
Non è errato affermare che lo spirito del bushi è scritto nei cromosomi dei giapponesi. I valori che ispiravano la vita dei samurai erano di carattere etico, non doveri scritti ed imposti dai loro signori. Per questo essi sopravvissero nei secoli, a differenza del diritto nel mondo occidentale. Ed è anche per questo che l?epica samurai fu letteralmente saccheggiata dai registi nel periodo della seconda guerra mondiale, perché era quello il Giappone che il potere politico voleva far conoscere al mondo esterno."

> Altra notevole lezione di storia, e di cultura nipponica.

"?I veri vincitori sono loro, i contadini?, dice Kambei davanti al villaggio in festa, mentre dietro di lui e agli altri samurai superstiti s? intravedono i cumuli dei caduti, con le loro spade conficcate nella terra.
I samurai sono stati decimati, in quanto fragile realtà di un tempo che passa. Il concreto è ciò che hanno davanti ai loro occhi: la terra e chi la cura, il futuro. "

> e gran clausola:)
Hai (ri)colmato una grave lacuna. Grazie Movi.

"Forse sarebbe orgoglioso e contento oggi dei premi internazionali ad uno dei grandi, Hayao Miyazaki, e del fatto che, all?estero, proprio l?animazione ha avuto successo più di ogni altra cosa".

Quando si conobbero Kurosawa lodò Miyazaki e lo denifinì non solo un suo erede - erede di una tradizione nipponica cinematografica di ampio respiro e dalle tematiche complesse - ma si spinse ad affermare che Hayao l'avrebbe superato. C'era più che stima reciproca, ma bensì affinità artistiche notevoli.

Miyazaki è recensito in Lankelot ampiamente, Movida. Puoi rimandare il link ad uno dei pezzi qui contenuti.

Miyazaki Hayao - Il castello errante di Howl di leon
Miyazaki Hayao - Kiki?s delivery service di leon
Miyazaki Hayao - La città incantata di leon
Miyazaki Hayao - La principessa Mononoke di leon
Miyazaki Hayao - Laputa, il castello nel cielo di leon
Miyazaki Hayao - Lupin III, Il castello di Cagliostro di leon
Miyazaki Hayao - Nausicaa della Valle del Vento di leon
Miyazaki Hayao - Porco Rosso di leon

Grande articolo Movida, cortposo e pieno di riferimenti. Insieme a Rashomon I sette samurai è il film di Kurosawa che ho amato di più.

Non è che in questi anni a Movida siano venuti gli occhi a mandorla????
Tutte ottime recensioni per le quali però fino ad ora non mi sono espresso: avrei avuto poco da dire, visto che del giappone conosco veramente poco, se non gli aspetti più maialiferi della società nipponica. (!!!)
Ecco, meglio pensare all'arte!

9. ho l'anima a mandorla...:)

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