"Certo, vivo in un mondo di merda, questo sì, ma sono vivo. E non ho più paura".
"Born to kill" è la scritta che il soldato Joker ostenta sull’elmetto, in totale contrasto con la spilla che simboleggia la pace bene in vista sulla sua tuta mimetica. Una contraddizione che sfiora la pazzia, la pazzia di uno tra i tanti soldati pronti ad uccidere per portare la pace, di tragica attualità se pensiamo alla situazione geopolitica degli ultimi anni. Il soldato Joker, interpretato da un grande Matthew Modine riassume perfettamente le due facce di questa oscura medaglia, uccidere e salvare, costruire la pace dopo aver seminato guerra. Una follia collegata a quella che, progressivamente, si insinua nel cervello delle macchine per uccidere che l’addestramento militare del Sergente Hartman (Lee Ermey) offre alla guerra in Vietnam.
Nel campo di addestramento di Parris Island questo sergente duro, rozzo e disumano addestra diciassette reclute in modo bestiale e tirannico, superando abbondantemente i limiti della correttezza e del rispetto per l’essere umano. La vita nella caserma è dura per tutti i civili addestrati, per i più e i meno volenterosi: si susseguono corse interminabili, percorsi ad ostacoli difficili da terminare in piedi, ispezioni severe, giornate passate a sparare a bersagli e a pulire il proprio fucile come se si trattasse dell’unica cosa che conti nella vita di un soldato (gli verrà dato un nome di donna e dedicata anche una preghiera). La recluta Joker dimostra di riuscire a reggere le difficoltà, e nonostante un odio viscerale verso il sergente manifestato in una serie di provocazioni e risposte fuori luogo, finisce per essere quasi apprezzato dall’odioso addestratore. Anche le reclute Cowboy (Arliss Howard) e Biancaneve riescono a superare le varie prove e apprendere la disumana arte della guerra, diventano delle spietate macchine per uccidere. La recluta Lawrence Pryle, invece, ribattezzato dal sergente Palla di Lardo per il suo peso eccessivo, non regge la severa disciplina del campo, uccide il sergente e si toglie la vita con i proiettili blindati descritti nel titolo della pellicola. Le restanti reclute, sopravvissute e diventate soldati, partono per il Vietnam, dove impareranno a sfidare la reale barbarie della guerra, a combattere il nemico e mettere in pratica il severo addestramento.
Joker sarà corrispondente dal fronte, Cowboy in fanteria, dopo essersi persi di vista si rincontreranno per partecipare ad all’offensiva del Tet, che culminerà per questi soldati in un tragico epilogo oscurato dalla morte di Cowboy e dal trionfo della logica della guerra e della violenza, alla quale anche Joker finirà tragicamente per piegarsi. Anche lui, alla fine, imparerà ad impugnare un’arma e a fare fuoco contro il nemico. Per pietà. Dopo aver visto ancora una volta la cruda e inimmaginabile realtà della guerra nel volto agonizzante di un cecchino ragazzina, Joker imparerà a convivere con l’orrore, come tutti gli altri soldati in Vietnam come lui. E non avrà più paura di affrontarlo.
*** "Full Metal Jacket", tratto dal libro di Gustav Hasford "The Short Timers", è un film di agghiacciante e di grande impatto visivo, ansiogeno e crudamente distaccato, che offre due livelli di lettura. Due diversi blocchi narrativi che è possibile definire in maniera netta: l’addestramento nella caserma e la guerra in Vietnam.
La prima parte, ambientata a Parris Island, è quasi statica, a parte i momenti di addestramento nel fango e sugli ostacoli. Tutto sembra seguire un preciso ordine lineare, senza particolari scossoni, mentre le reclute vengono annientate psicologicamente e divengono delle complete e infallibili macchine da uccidere. Come se la disciplina imposta da Hartman agli aspiranti soldati agisca da anestetico e tranquillizzante anche sulla macchina da presa. Successivamente, dopo lo stacco che ci porta in Vietnam, la guerra è contrassegnata da un estremo dinamismo filmico, mediante riprese con la macchina a mano, traballanti, esplosioni e rumori assordanti, nonché tanta musica che accompagna le vicende dei soldati. Il regista ci mostra macerie, palazzi sventrati, frammenti di vita e di morte, presentandoci in tutto e per tutto il caos e l’estrema distruzione causata dalla guerra.
Lo stile del regista è essenziale, glaciale, fatto di ampie carrellate, inquadrature da lontano, fredde e asettiche. Poi esplode, nella seconda parte, mostrando con ferocia tutto l’orrore della guerra, muovendosi in modo insolito e irrequieto, ma sempre con la capacità di impressionare profondamente lo spettatore. Il film di Kubrick è una pellicola sconvolgente, che mostra la morte nella maniera più fredda e distaccata che il cinema ricordi– ed anche, soprattutto per questo questa riesce ad essere ancora più angosciante. È un film di morte e sulla morte – presente in entrambi i nuclei narrativi, sia nel campo d’addestramento che sul campo di battaglia –, ma soprattutto sull’orrore della guerra, che governa e muove tutte le pedine, finendo per avere la meglio su tutti. In questo quadro apocalittico davvero nessuno può salvarsi, trovare una via di uscita alla barbarie del conflitto: non resta nient’altro da fare, allora, che agire come una fredda e spietata "macchina da guerra".
"Full metal jacket" è un film senza eroi, senza lieto fine, che ha per protagonista soprattutto la violenza. Senza fronzoli e retorica, la pura violenza della vita militare e, successivamente, della battaglia. Sarà all’interno di quest’unica logica che il manipolo di reclute si formerà e crescerà militarmente: il gruppo, a mano a mano che l’addestramento prosegue imparerà ad essere cinico e spietato, ma che finirà paradossalmente in balia di un nemico nascosto, che da lontano sarà in grado di uccidere con la stessa freddezza del proprio avversario, fin quando mostrerà il suo volto così giovane ma già tremendamente abituato agli orrori della guerra.
È un film pessimista e antimilitarista che si unisce seguendo un unico filo logico ad "Orizzonti di Gloria" e al "Doctor Strangelove": in questo caso, però, Kubrick ci cala pesantemente nelle atmosfere belliche, mentre nelle precedenti pellicole vi erano solo riferimenti e brevi scene di conflitto.
Un cenno particolare, infine, meritano sicuramente le straordinarie interpretazioni di Modine- Joker, Ermey – realmente stato un sergente dei marines – e D’Onofrio, nei panni di Palla di lardo, e l’ironica e ricercata colonna sonora che culminerà con "L’Inno a Topolino" dei soldati americani, canzone apparentemente irrazionale in quel contesto, ma funzionale perché dedicata ad un orrore assurdo e pazzesco, quello di una sanguinosa guerra senza fine.
Regia: Stanley Kubrick.
Sceneggiatura: Stanley Kubrick, Michael Herr, Gustav Hasford.
Tratto da un romanzo di: Gustav Hasford. ("The Short Timers")
Direttore della fotografia: Douglas Milsome.
Montaggio: Martin Hunter.
Interpreti principali: Matthew Modine, Adam Baldwin, Lee Ermey, Vincent D’Onofrio, Dorian Harewood, Arliss Howard, Kevyn Major Howard, Ed O’Ross, Tim Colceri, Papillon Soo Soo, John Terry.
Musica originale: Abigail Mead (alias Vivian Kubrick).
Produzione: Stanley Kubrick, Philip Hobbs, Jan Harlan.
Origine: Uk–Usa, 1987.
Durata: 116 minuti.
Sito ufficiale del regista: http://kubrickfilms.warnerbros.com/
Sito ufficiale di Hasford: http://www.gustavhasford.com/
Stanley Kubrick in Lankelot:
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Kubrick Stanley - Full Metal Jacket - rapace
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Kubrick Stanley - Il Dottor Stranamore, ovvero come imparai a non preoccuparmi e ad amare la bomba - franchi
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Antonio Benforte, 28 luglio 2005.
Recensione già pubblicata su ciao.it.
Revisione per lankelot.com.
Commenti
qualcuno di voi ha letto il libro di Hasford? lo stavo cercando ma non riesco a trovarlo...
E' una vecchia edizione Bompiani. Vorrei tanto leggerlo anch'io...
integro l'archivio Kubrick, intanto;)
(Aggiunto il codice ean)
uh grazie, me ne dimentico sempre :)
su ibs attualmente non è disponibile, l'edizione è del 1999
interessante questa cosa...
http://www.ibs.it/code/9788845242229/hasford-gustav/nato-per-uccidere.html
EAN e archivio.
EAN e archivio.