Kubrick Stanley

2001: Odissea nello spazio

Autore: 
Kubrick Stanley

2001: Odissea nello spazio è uno più grandi capolavori della storia del Cinema. Complesso, ardimentoso, il primo film di fantascienza adulto. Infatti presto sarà padre di numerosi epigoni, dalle saghe di Star Wars, di Alien, a omaggi riconoscenti a firma di Spielberg, Tarkovskij e altri.

Lucas, Cameron, Spielberg: erano tra i giovani che urlavano al capolavoro. Ancora ragazzi, studenti di cinema, lo avevano riconosciuto come il film che cambia la vita, che segna la via. Definito come un film semplicemente unico.
Considerato parte centrale di una ipotetica trilogia fantascientifica che comprende anche Stranamore e Arancia meccanica, 2001 è la vetta più alta del suo regista, che affronta il tema dell’ignoto e del mistero rispondendo con le stesse armi: l’enigma e il non detto. Eppure dissemina il suo film come una mappa semantica invitando lo spettatore a godere delle reticenze testuali.
 
 
 
 
Trama
Il film è diviso in tre capitoli.
L’alba dell’uomo: nell’Africa di una preistoria imprecisata le prime scimmie, darwinianamente antropoidi, vivono al riparo da felini minacciosi, cibandosi di erbe. Le prime lotte intestine predispongono delle scissioni in branchi. Una mattina, all’alba, un rumore assordante interrompe il loro sonno: un monolito nero dona loro intelligenza e progresso.
Divengono carnivori e il capo branco ha un’idea. Il distacco con i primati comincia qui: il primo uomo comprende che l’osso di un tapiro può diventare un’arma, simbolo di forza. Divengono carnivori ma allo stesso tempo usano l’arma per difendersi e conquistare.
Quattro milioni di anni dopo lo scienziato americano Floyd viaggia verso la Luna. Incontra lo scienziato russo Smyslov, si parla di qualcosa di misterioso: in una base americana lunare, Clavius, pare sia scoppiata un’epidemia. Floyd dice di non poter spiegare nulla a riguardo: è segreto militare. Più avanti si scoprirà che la voce sull’epidemia è una menzogna che nasconde una scoperta ben più allarmante e misteriosa da parte degli americani: sulla Luna è stato rinvenuto, dodici metri sotto la superficie, un monolito nero. Quando un gruppo di astronauti si avvicina all’oracolo oscuro, il rumore assordante si ripete, ma più che far progredire gli astanti, pare che voglia distruggerli.
 
 
 
In missione verso Giove. L’astronave Discovery ha sei passeggeri: di cui tre ibernati e uno non umano. È HAL 9000, un obbiettivo rosso, il più progredito dei robot: incapace di commettere errori. I due astronauti non ibernati che percorrono l’astronave, Frank e David, passano il tempo del viaggio nell’ozio. Il primo si allena correndo per la grande ruota, a mo’ di criceto; il secondo si diletta disegnando, schizzi che poi mostrerà ad HAL 9000, quasi fosse una persona normale in grado di dare consigli. E sembra proprio che sia così, l’obbiettivo rosso, presente in ogni stanza dell’astronave, è sempre vigile: controlla ogni aspetto tecnico del mezzo e gioca a scacchi con David. Gli dà consigli e il suo modo di parlare della loro missione segreta – segreta al punto che nessuno dell’equipaggio sa cosa debba accadere una volta raggiunto Giove – è molto ambiguo, quasi pettegolo e smaliziato.
Accade però che il computer commetta un errore. Dato il suo evidente orgoglio non ammette di essere fallace e manda tutto a monte: causa la morte di tutti i passeggeri escluso David, che riesce a salvarsi e disattivare il computer impazzito.
 
Giove e oltre l’infinito. Quando HAL 9000 è morto nella cabina dell'astronave si accende un monitor e la missione segreta viene finalmente svelata. Ma qualcosa succede: raggiunto il pianeta un nuovo monolito, stavolta orizzontale, fluttua indefesso nello spazio. Attira a sé la navicella di David e questo viene letteralmente assorbito lungo un ipnotico viaggio quasi interminabile.
L’atterraggio indolore è in una stanza asettica, dallo stile settecentesco. Qui David invecchia e muore. Un nuovo monolito gli si presenta davanti e la morte si tramuta in nuova vita. Davanti ad una Terra impallidita il feto astrale si erige avvolto nella sua inconsapevolezza nel sistema solare.
 
 
 
 
Genesi e interpretazioni
Quando Stanley Kubrick sceglieva un nuovo tema per un film doveva conoscere tutto al riguardo. Per Stranamore aveva studiato più di cinquanta libri sulla Guerra fredda, per 2001 il suo impegno non fu inferiore. Stufo della fantascienza cinematografica, puerile e spesso imbarazzante, figlia di trucchi ottici che ingrandiscono insetti per infondere ansie al pubblico riguardo un futuro incerto, Kubrick mette in atto tutte le forze per girare finalmente il primo film di fantascienza credibile dal punto di vista scientifico. La realizzazione dura tre anni, ma per imposizione della produzione vengono accelerati i tempi: Kubrick avrebbe continuato volentieri per un altro anno. Il film così come noi lo vediamo è frutto di parecchie riscritture e ripensamenti. Ad esempio la sequenza a metà film in cui gli astronauti fotografano il monolito sulla Luna avrebbe dovuto essere il finale, in una delle tante ipotesi.
2001 prende spunto da una novella dal titolo La sentinella di Arthur C. Clarke, nella cui trama vediamo degli astronauti alle prese con un oggetto piramidale scoperto sulla Luna. Dall’incontro fra il regista e lo scrittore nasceranno due differenti opere: un film e un romanzo, che avranno lo stesso titolo e usciranno praticamente in contemporanea. Tutto ciò che è celato nel film sarà esplicito nel libro già dai primi capitoli: potrebbe essere una sorta di contaminazione ma – per quanto chi scrive non abbia letto il romanzo – il vero capolavoro pare sia il risultato cinematografico.
 
Due caratteristiche emergono dal progetto iniziale del film: la storia si sarebbe dovuta concludere con una catastrofe nucleare (come già nel precedente Stranamore) e il monolito sarebbe stato un mezzo degli extraterrestri. Le soluzioni finali adottate da Kubrick segnano irreversibilmente l’aura del suo film: la catastrofe nucleare è depennata in favore di un lieto fine che si affida alla rinascita dell’uomo e non alla sua estinzione. Ma soprattutto gli alieni nel film non si vedono e, cosa ancor più affascinante, la loro presenza è messa in dubbio. Non solo gli alieni non intervengono a viso scoperto, ma una rarefazione narrativa non permette nemmeno di assicurarci che siano loro i promotori di innovazione. Tutto rimane sospeso, lento, come le astronavi attorno a Clavius. Per l’immagine degli alieni furono preparati diversi bozzetti ma la frase con cui Kubrick pose fine al problema è abbastanza saggia per chi vuole restare nell’ambito del realismo: “Sarebbe come mostrare il volto di Dio”.
Non va sottovalutata la data di realizzazione del film: siamo nel 1968 e l’uomo non è ancora sbarcato sulla Luna. Le fotografie disponibili oggi sono a dir poco rivoluzionare rispetto alle foto dei pianeti e della Luna che all’epoca potevano essere disponibili. L’immagine della Terra come una sfera dai colori azzurro misto a bianco e marrone non è granché simile a quella che troviamo nel film. A prima vista infatti lo spettatore odierno può essere disorientato dalla somiglianza che nell’opera abbiamo tra la Terra e la Luna. Quando gli astronauti stanno per atterrare su Clavius, alle loro spalle vediamo un pianeta bianco: è la Terra…
 
 
 
 
Il lavoro di ellissi è ciò che più rende solenne il film. Molte frasi che renderebbero palese ed evidente l’intera trama vengono tagliate in fase di sceneggiatura, alcune anche in fase di montaggio. Ogni parola pronunciata così nella versione finale è di vitale importanza. Il breve scambio di battute tra lo scienziato americano e il russo suggerisce anche nel futuro prossimo un malcelato antagonismo tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, pur anticipandoci in modo distratto di un certo patto di alleanza che, nei toni, sembra lontano dall’essere efficace o duraturo. Le frasi ambigue di HAL 9000, il robot che guida la nave e tutto vede e sa, sono taglienti malgrado la sua voce pressoché monotona. Su HAL 9000 conviene spendere qualche parola. Il tema dell’intelligenza artificiale era molto caro a Kubrick e il suo fascino è reso brillantemente nel film, spingendo la perfezione del computer talmente verso l’umanizzazione da perire, va da sé, nell’errore. La perfezione della macchina sfocia in orgoglio e il fatto di sbagliare lo pone in una situazione di ridicolo talmente infantile da sbocciare nell’eliminazione fisica di chi gli sta attorno. Ogni frase pronunciata dal robot, una sorta di big brother orwelliano molto esplicita, ha il sentore della cattiveria umana. Diventa umana nell’accezione peggiore: cogito ergo sum passa al triviale errare umanum est: come HAL conquista una sua identità di essere pensante si riempie di tracotante capacità di sbagliare.
Ed è commovente vederlo morire, come un bambino pentito.
Mentre David lo spegne, in preda all’istinto di sopravvivenza che lo accomuna alla scimmia che uccide un suo rivale, HAL sospira “David ho paura”. La sua intelligenza va a ritroso nell’infanzia e, tassello dopo tassello, la sua voce si deforma con la filastrocca Giro girotondo (nell’originale è Daisy, la prima canzone cantata da un robot, particolare molto più significativo rispetto all’edizione italiana) per poi morire per sempre.
Il viaggio di David nell’astronave verso l’infinito viene definita, in modo deplorevole, “la scena del trip”. È una sequenza ancora oggi da brivido, insuperata, possiede una carica ipnotica davvero affascinante. Del resto fu questa la fortuna commerciale del film: infatti gli unici che valorizzarono l’opera alla sua uscita furono i fricchettoni che andavano al cinema imbottiti di LSD per poter ululare alla sequenza allucinogena. Da un lato è una cosa repellente, dall’altro questo fenomeno salvò il film dal fallimento finanziario.
Poi la conclusione nella stanza, proiezione mentale dell’astronauta. O dimensione parallela: non ci è dato sapere. Perché ciò accade oltre le nostre facoltà mentali, al di là della comprensione, della conoscenza. Kubrick però non si spinge troppo in là, per un certo verso: la scienza di 2001 prevede viaggi sulla Luna ma ci mostra la vita sulla Terra molto simile a quella degli anni 60. I bambini vogliono giocare ancora con le scimmie di peluche, il papà dello scienziato si preoccupa dello stipendio del figlio: tutto sembra invariato, sul pianeta. Eppure là fuori, oltre la visibilità, oltre la comprensione, è in atto una nuova genesi totale.
 
 
 
 
Duemilauno: tre anni dopo la morte di Staney Kubrick. Anno rivoluzionario, ma in negativo: il crollo delle Twin Towers non ha a ben vedere molto a che fare con la rinascita della nostra specie. Ahinoi, siamo molto più vicini a quel finale che il regista e lo sceneggiatore decisero di cambiare, quasi a dimostrazione del sempreverde conflitto tra le bestie umane e l’anima degli artisti.
Le letture del film in ogni caso si prestano alle più disparate interpretazioni. Un film sul cinema (i titoli che ricordano il cinema muto, rappresentato dall’Alba dell’uomo, per poi passare alla sperimentazione visiva finale che ricorda Brakhage); un film sui limiti della conoscenza. Un film sull’Intelligenza: dal livello più semplice (la scimmia che scopre l’analogia tra un osso e la caccia) per salire alla scaltrezza di David all’intelligenza artificiale fino a qualcosa di incomprensibile per l’uomo, il monolito, e il suo arcano: la sua natura, che vada oltre il sistema solare, oltre l’infinito. Le sequenze emozianti non si contano: l’idea della scimmia e la musica che ne esalta la violenza del gesto; la scoperta ansiosa e girata in soggettiva del monolito sulla Luna; il viaggio allinatorio; l’agghiacciante e angosciosa dimensione atemporale in cui David invecchia e resuscita. Rimane l’immagine perfetta del monolito nero, che attrae a sé, parla nonostante il suo mutismo. È totem, sembra essere una porta per un universo sconosciuto ma è anche simbolo di sepoltura e morte. Può freudianamente simboleggiare alla virilità, arcaica rappresentazione di paternità. Ma è soprattutto il mistero che esso rappresenta e il mistero con cui esso è rappresentato: il non detto, l’evidente, ciò che vediamo e non comprendiamo.
 
 
“Ciò che vi è di più terrificante nell’universo non è la sua ostilità, ma la sua indifferenza”
Stanley Kubrick.

Regia: Stanley Kubrick. Sceneggiatura: S. Kubrick, Arthur C. Clarke.Fotografia: Stanley Kubrick (effetti speciali visivi), Geoffrey Unsworth.Montaggio: Ray Lovejoy, Stanley Kubrick. Interpreti principali: Keir Dullea, Gary Lockwood, William Sylverster. Musiche: brani da Strauss, Strauss Jr, Gyorgy Ligeti, Aram Khacaturjan. Origine: USA, 1968. Produzione: MGM, Stanley Kubrick. Durata: 141 minuti.

ISBN/EAN: 
7321958791912

Commenti

Ecco a voi il film più noioso del cinema.

domani pomeriggio, popcorn e Martello su Kubrick.
Spettacolo:)

"Poi la conclusione nella stanza, proiezione mentale dell'astronauta. O dimensione parallela: non ci è dato sapere".
Eh, bel dilemma. A me il finale inquietò molto, più dello stesso HAL. Ovviamente, come ben noti, il finale, ma tutta l'opera, si presta a più interpretazioni. E' un film sul mistero della vita, giustamente, che può o poteva prestarsi anche a interpretazioni apocalittiche. In effetti la mia sensazione resta che più che una rinascita, la parabola dell'astronauta si concluda li dove finisce lo spazio e il tempo, o dove comincia. In una visione assolutamente ciclica, che forse lo stesso Kubrick volle restituire allo spettatore. Un'opera ricca di domande, per questo ancora attualissima. Una bella pagina Epic, ricca di spunti su cui riflettere. Come t'ho detto ho acquistato da poco la nuova versione uscita in dvd, la rivedrò alla luce del tuo suggestivo pezzo. Omaggi;)

:) Ho trovato anche io un'ottima copia in dvd, non sono ancora riuscito però a gustarmi tutti i documentari extra. La cosa miracolosa è che guardandolo con minor timore, è davvero un film emozionante.

(Franchi, stamattina ho rivisto "Barry Lyndon". Era davvero un gran figlio di una buona donna :) ).

4 - Si si, un film unico nel suo genere. Visto con il giusto spirito lo si apprezza parecchio. Lo rivedrò a breve;)

5. A voja.

Hammer, leggiti Thackeray. Così capisci come pensava Kubrick, per immagini. Più utile di Schnitzler, o di Clarke.

"Lucas, Cameron, Spielberg: erano tra i giovani che urlavano al capolavoro. Ancora ragazzi, studenti di cinema, lo avevano riconosciuto come il film che cambia la vita, che segna la via. Definito come un film semplicemente unico."

> E a te, amice, con quale film contemporaneo è successo?

“Stufo della fantascienza cinematografica, puerile e spesso imbarazzante, figlia di trucchi ottici che ingrandiscono insetti per infondere ansie al pubblico riguardo un futuro incerto, Kubrick mette in atto tutte le forze per girare finalmente il primo film di fantascienza credibile dal punto di vista scientifico. La realizzazione dura tre anni, ma per imposizione della produzione vengono accelerati i tempi: Kubrick avrebbe continuato volentieri per un altro anno. Il film così come noi lo vediamo è frutto di parecchie riscritture e ripensamenti. Ad esempio la sequenza a metà film in cui gli astronauti fotografano il monolito sulla Luna avrebbe dovuto essere il finale, in una delle tante ipotesi. ”

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