Takeshi Kitano soffre di una paresi facciale: se in parte dei film precedenti questa sua caratteristica non costituiva un limite, in questa sua opera si rifrange impietosamente in una messinscena bieca e monolitica. Primo film in costume del demiurgo di “Mai dire Banzai!”, pessima pellicola para-fumettistica e farsesca dal ritmo soporifero e dal fastidioso sfarzo grandguignolesco (non funzionale, né, paradossalmente, divertente come nel “Kill Bill Vol. 1” di Tarantino), avvilente nel fallimentare citazionismo: il richiamo estetico a “Sentieri Selvaggi”, nell’inquadratura dall’interno della casa della matura signora, necessiterebbe di valenza etica e contenuti morali qui del tutto assenti; gli sballati omaggi a “I Sette Samurai” di Kurosawa denotano distanza da un modello obiettivamente inarrivabile per i modesti mezzi di Takeshi Beat.
Kurosawa è un autore. Kitano un mestierante.
Infastidisce l’entusiasmo e irritano i toni da panegirico che larga parte della critica, con la piacevole eccezione di Kezich, profondono nella trattazione e nell’analisi di questo film: che è obiettivamente lento, noioso, ridicolo e provinciale.
Se ancora s’affermano e si ripetono, nelle interpretazioni dei lungometraggi di Kitano, le ammirazioni per l’adozione della slow-motion o del dolly di mucciniana memoria o di riprese pretenziose, è forse giunto il momento di decretare quest’autore un non-autore: abile artigiano, astuto e pretenzioso, furbo e paraculo, incapace di veicolare significati altri dalla violenza e dal nonsense, odiosamente compiaciuto e incomprensibilmente attratto dagli spruzzi di sangue – indecentemente rappresentati in digitale, in embrionale omaggio forse ai picchiaduro tipo “Tekken” o “Street Fighter”.
La trama potrebbe aver preteso un impegno variabile dalle tre alle quattro righe di soggetto: un massaggiatore samurai, interpretato – manco a dirlo – dal Takeshi Beat, qui in gaia tintura bionda e incomprensibile e fittizia cecità – amico dei deboli e difensore del popolo per naturale avversione nei confronti delle ingiustizie e delle prevaricazioni, sfuma in un assassino eccellente e spietato, capace di massacri indicibili, spesso attutiti da una (congetturiamo) velleitaria e discutibile autoironia che macchia il film di autentica idiozia.
“Mai dire Banzai!” era un cult della demenzialità: “Zatoichi” è l’acme dell’imbecillità cinematografica.
Significati veicolati: violenza, morte, massacro, odio, onore. Parrebbe un canto del più odioso spirito reazionario: in realtà è un divertissement fine a se stesso, contraddistinto da una autoreferenzialità che gratifica il solo Kitano e i suoi lobotomizzati adepti. L’impressione dei redattori è che Kitano possa permettersi di girare ormai qualunque cosa: purtroppo, la schiera dei recensori da marchetta vergherà le notarelle con qualche ora di anticipo, senza neppure disturbarsi ad andare in sala.
Qualcuno dice che il finale resusciti i morti e riabiliti i rivali del protagonista e della sua cricca: noi non la pensiamo così. Siamo usciti in discreto anticipo, esasperati da un tip-tap misto danza nipponica che ci stava lacerando i nervi, irrimediabilmente.
Le ragioni delle uccisioni sono risibili e non si percepisce, come motore, nessuna solidarietà che vada oltre a una istintiva e ferina simpatia tra individui: gli scontri sono strutturati con un certo disordine (nei primi cinque minuti contiamo almeno sette morti, non mancheranno carneficine peggiori) e turba, inoltre, la presenza di strumenti filmici che diventano amatorialmente pro-filmici: si intravede, a proposito, il binario d’un carrello che lascia almeno perplessi.
Kitano è uno dei registi più assurdamente sopravvalutati nel panorama cinematografico contemporaneo. Non può bastare qualche discreta e assai sporadica intuizione o qualche soperchia e artefatta inquadratura a giustificare i toni enfatici di quanti ritengono geniale qualsiasi meccanica operaccia di questo regista. Questo film, semplicemente, non meritava di uscire dai confini nazionali: meritava forse di essere un prologo di sketch nostrani – considerando il tenore dell’ironia e i tempi comici, in sala abbiam pensato alle migliori performance di un Beruschi o di un Pistarino come equivalenti alla singolare intelligenza di questo film. Obiettivamente, imbarazzante.
Ian Degrassi & Lankelot Franchi, febbraio 2004
Regia: Takeshi Kitano. Sceneggiatura: Takeshi Kitano. Tratto dagli scritti di: Kan Shimozawa. Direttore della fotografia: Katsumi Yanagishima. Montaggio: Takeshi Kitano, Yoshinori Oota. Interpreti principali: Takeshi Kitano, Yuko Daike, Tadanobu Asano, Taka Gatarukanaru. Musica originale: Keiichi Suzuki. Produzione: Masayuki Mori. Origine: Giappone, 2003. Durata: 116 minuti.
Info Internet: Sito Ufficiale / Trovacinema /
Approfondimento: Tributo a Takeshi Kitano / Drammaturgia. it /
Info Internet: Sito ufficiale di Takeshi Kitano.
Commenti
"Kitano è uno dei registi più assurdamente sopravvalutati nel panorama cinematografico contemporaneo. Non può bastare qualche discreta e assai sporadica intuizione o qualche soperchia e artefatta inquadratura a giustificare i toni enfatici di quanti ritengono geniale qualsiasi meccanica operaccia di questo regista. Questo film, semplicemente, non meritava di uscire dai confini nazionali: meritava forse di essere un prologo di sketch nostrani ? considerando il tenore dell?ironia e i tempi comici, in sala abbiam pensato alle migliori performance di un Beruschi o di un Pistarino come equivalenti alla singolare intelligenza di questo film. Obiettivamente, imbarazzante".
Vedo che rincari (rincarate) la dose. Ho quasi pudore nel dirti che questo film, visto sempre al cinema - nemmeno questo, comunque, il miglior Kitano -, mi divertì parecchio.
:))). "quasi pudore" è geniale.
Ma Zatoichi non è un fumetto? e il film è un fumetto. a me era piaciuto, mi ci sono divertito, ad esempio, a vedere chi faceva la musica, quale contadino con la zappa, o cose del genere. molto meglio, che so, di daredevil, per dire un altro fumettone. secondo me aveva voluto prendere un po' per il culo film come "La tigre e il dragone" (visto al cinema e apprezzato). beh, tutto qua. ciao!
Brancolini! Io attendo il tuo esordio da queste parti, e da diverso tempo. Al di là dell'annunciato Pavese, a questo punto pretendo una rilettura di Zatoichi, più composta e equilibrata di quella mia e di Ian Degrassi. Con opportuni riferimenti al fumetto. E andiamo, dai.
*
Zatoichi è anche una leggenda, credo. non sono ferrato coi fumetti, e tutte 'ste cose qua. brancolini mi chiamavano alle superiori. i prof. un'altra difesa per questo film, è nella locandina. è quello lo spirito del film. bon. ciao!-)
A posto, Andrea allora;).
(rimane che sarebbe piacevole leggere qualcosa di diversamente argomentato & documentato).
http://www.youtube.com/watch?v=YLySR-7EuQM&NR=1
qui, quando era un comico. pare non abbia la paresi...
in compenso le battute sono straordinarie.
Ian ne sarà felice:)
ora glielo segnalo
portare sullo schermo una
portare sullo schermo una leggenda è un po' complicato, portare sllo schermo l'ennesima rivisitazione di un personaggio (una miariade di remake) è un suicidio. Credo abbia voluto rendere omaggio in modo personale e diverso, con spessi richiami alla tradizione. Il risultato nemmeno a me è piaciuto, ma non gli nego coraggio.