«Non hai attaccato l’esca all’amo? Che c’hai messo?»
«Uno spicchio di mandarino»
«Non si prendono i pesci coi mandarini, imbecille»
Kitano, così come John Woo, è noto perché ha saputo mescere cinema orientale e occidentale realizzando film di genere più o meno riusciti. Partendo dal fatto che Dolls è un capolavoro, proviamo un po’ ad addentrarci nella poesia kitaniana già ampiamente apprezzabile nel poco citato Il silenzio del mare.
Dolls ha una forza figurativa che va al di là della solita banalizzazione cromatica secondo cui il rosso scarlatto è paragonabile al sangue, l’azzurro al cielo, il nero alla morte, ecc. La polivalenza simbolica ha salde radici nella tradizione e difficilmente un occidentale può pretendere di cogliere ogni sfumatura. Tuttavia pur non sapendo, ad esempio, che la rappresentazione scenica iniziale è chiamata bunraku, lo spettatore onesto non può confessarsi esente da un pur parco appagamento intellettuale.
Il plot presenta tre storie intrecciate, ognuna di esse ha a che fare con la passione, la rinuncia, la rinascita e la morte.La trama primaria presenta un conflitto: un amore è spezzato per ragioni economiche, lui accetta il compromesso, lei tenta il suicidio. La rinuncia al benessere da parte di lui, Matsumoto, si traduce nel ricongiungimento con la prima ragazza, Sawako, ormai un automa incapace di comunicare. Le ali spezzate d’una farfalla annunciano la presenza d’una prima sfumatura cromatica ricorrente: il fucsia. Il colore riappare in un gioco infantile che Matsumoto acquista in un supermarket, esso può rappresentare un’attrazione pericolosa, le luci del camion dei rifiuti, sia pure una violazione della propria identità: la risurrezione dell’io di Sawako – il giocattolo col canestrino e la biglia – è presto schiacciato dalla sua infermità mentale – e le ali della farfalla, dalle ruote di un’auto (quella di Matsumoto). La rinuncia e l’impedimento alla realizzazione d’un sogno, un tempo mancato ma prossimo alla risoluzione, sono due elementi che si ripetono ed investono tutti i personaggi. La prima sottotrama riguarda il pentimento di un boss della Yakuza, che tende solo adesso ad apprezzare i valori di una vita sprecata dietro abnegazioni e privazioni: nella semplicità e, magari, nella poco originalità di un personaggio (il vecchio peccatore che s’accorge d’aver gettato via la propria vita a scapito degli altri) si tesse una vicenda assai curiosa: in un’adolescenza fiorita l’uomo avrebbe abbandonato il suo amore per impegnarsi totalmente nel lavoro – sporco. L’elemento incongruo e bizzarro è che la ragazza gli promise: “ogni sabato io ti aspetterò qui, su questa panchina”. Ritornerai. In piena maturità fisica e mentale il boss decide di tornare in quel sito, anche perché “domani è sabato”.

La donna è là; nella zona è famosa come la sfortunata e un po’ tocca che porta il pranzo ad un fidanzato immaginario, da anni ormai. La morte coglierà il vecchio, incarnata da un killer, proprio al principio di un riscatto con se stesso. Le sfumature di verde che circondano i due anziani sulla panchina è lievemente spento, macchiato da grigi edifici enormi sullo sfondo, al contrario raggiante e fresco è il fogliame nel microcosmo dell’adolescenza, con fulcro nella panchina di legno, adesso di metallo.
Pressoché conforme è la disavventura di una giovane cantante pop, autrice di testi sorprendentemente inutili, e di un suo fan particolarmente affezionato: la parziale cecità che colpirà la prima provocherà una volontaria, e irreversibile, privazione della vista da parte del secondo. Il mare qui torna come firma ufficiale di Kitano: l’attore non recita nel film, ma è partecipe e sostiene moralmente le deprecabili esistenze delle sue marionette. La cecità del fan permette un contatto, l’unico possibile, con la sua musa, che non desidera essere guardata e che accetta la sua inferma compagnia. Il loro proteggersi si estenderà in un dedalo di rose, rosse e bianche, in cui mano per la mano ascolteranno il profumo dello sbocciare dei fiori: ecco dove è più viva la speranza, la tendenza ad una possibile unione. La sfumatura scarlatta sarà diluita presto sull’asfalto al fianco di un cadavere, fra colpi di scopa e detersivo. Il futuro per uno dei due è certamente depennato, ma un barlume per il secondo è lasciato in sospeso, non negato.

Intanto i primi due protagonisti – Matsumoto e Sawako – vagano lungo lo scoccare del tempo, affrontando stagioni e solitudine; lei pare del tutto assente e lui non cede né alla fame né alla disperata impresa in cui si è introdotto. Nel loro instancabile e ininterrotto deambulare è visibile una graduale metamorfosi: i loro abiti sbrindellati sono sostituiti con kimono via via meno realistici, incarnando visibilmente le marionette del prologo, vivendo la loro stessa agonia, ma sempre legati l’uno all’altra da un cordone rosso, indistruttibile e magicamente coesivo. Il montaggio a puzzle non risulta molto incastonato in autoerotiche alternanze, degustando magistralmente esiti di flashback con deja-vu e previsioni visive che impongono presentimenti e riflessioni coinvolgenti a pieno lo spettatore più annoiato. Merita senz’altro un cenno uno dei frangenti più riusciti di tutte le sequenze: il momento nel quale Sawako riacquista la memoria. In una lunga inquadratura il viso dell’attrice esplicita col solo sguardo, di intensa chapliniana memoria, il riacquisto della lucidità e, immediatamente, il ricordo del motivo che la spinse al suicidio; le lacrime che sgorgano immediatamente, misurate e assolute, non sono né romantiche né tristi: sono sublimi. L’intesa fra i due è sapiente capacità lirica, l’intera microsequenza un’appagante prova di poesia. Kitano è un poeta, Dolls ne è la prova.

Il rallenti, qui, non è volgare né pretenzioso, è solo una personale adozione registica, non compiacimento di sadismo. Il sangue è un fattore importante come la neve, la violenza e l’intensità delle immagini sono strazianti elementi linguistici di un poema in fotogrammi: Dolls è una sinfonia di profumi e ricordi, sensazioni rubate da un clown ad un pugno di marionette immortali: l’arbitrarietà non appartiene loro come non è posseduta dal regista, il destino non esiste.
E tutto si risolve fra marionette antropomorfe che stanno a guardare uomini pupazzo appesi ad un ramo, nell’incertezza di un domani che è potenziale rimedio ad un passato inalterabile. Le onde del mare cessano di esistere per rinascere e scontrarsi, generando nuove sorelle pronte a svanire a largo, alla vista d’una spettatrice cieca. Il profumo del mare è ciò che s’imprime nella memoria, anche per noi spettatori che non riusciremo mai a respirarne la totale essenza.

Regia, soggetto, sceneggiatura e montaggio: Takeshi Kitano.
Fotografia: Katsumi Yanagashima.
Scenografia: Norihiro Isoda.
Costumi: Yohji Yamamoto.
Interpreti principali: Miho Kanno (Sawako), Hidetoshi Nishijima (Matsumoto), Tatsuya Mihashi (Hiro, il boss della Yakuza), Chiedo Matsubara (donna nel parco), Kyoko Fukada (Haruna, la pop-star), Tsutomu Takeshige (Nukui, il fan di Haruna).
Musica originale: Joe Hisaishi.
Distribuzione: Mikado.
Produzione: Tokyo FM, Office Kitano.
Origine: Giappone, 2002.
Durata: 113 minuti.
Titolo originale: “Dolls”.
Info internet: Sito Ufficiale
Luca Martello, giugno 2005
Commenti
" polivalenza simbolica ha salde radici nella tradizione e difficilmente un occidentale può pretendere di cogliere ogni sfumatura. Tuttavia pur non sapendo, ad esempio, che la rappresentazione scenica iniziale è chiamata bunraku, lo spettatore onesto non può confessarsi esente da un pur parco appagamento intellettuale".
Ah. Ecco.
“Le onde del mare cessano di esistere per rinascere e scontrarsi, generando nuove sorelle pronte a svanire a largo, alla vista d'una spettatrice cieca. Il profumo del mare è ciò che s'imprime nella memoria, anche per noi spettatori che non riusciremo mai a respirarne la totale essenza”.
- ecco, questo integriamolo nelle nuove bibbie. Per favore, sì. E’ tutto qui.
Ho comprato questo dvd pensando alla tua recensione e a quante persone mi avevano ripetuto che Kitano era, e. E io invece non. Lo trovo lirico, ossessivo, ossessionante, torbido. Tutto un altro regista rispetto a Violent Cop, Zatoichi, Brother. Scisso.
sì, e spesso ci ripenso. Com'è possibile? Strategia alla Orson?
Oppure, più umanamente, è l'unico film decente e il resto è merda. Non trovi?
Sì. Ma devo vedere l'estate di kikujiro, si chiamava così?, che mi sembrava fosse piaciuto al Degra.
Lesson dice che http://www.lankelot.eu/index.php?p=165 HANA BI è potente.
Non l'ho ancora visto..
"Il montaggio a puzzle non risulta molto incastonato in autoerotiche alternanze, degustando magistralmente esiti di flashback con deja-vu e previsioni visive che impongono presentimenti e riflessioni coinvolgenti a pieno lo spettatore più annoiato. Merita senz?altro un cenno uno dei frangenti più riusciti di tutte le sequenze: il momento nel quale Sawako riacquista la memoria. In una lunga inquadratura il viso dell?attrice esplicita col solo sguardo, di intensa chapliniana memoria, il riacquisto della lucidità e, immediatamente, il ricordo del motivo che la spinse al suicidio; le lacrime che sgorgano immediatamente, misurate e assolute, non sono né romantiche né tristi: sono sublimi. L?intesa fra i due è sapiente capacità lirica, l?intera microsequenza un?appagante prova di poesia. Kitano è un poeta, Dolls ne è la prova".
Ricordo come se fosse ieri il momento in cui ho letto questa tua. Magnifica allora ed ancora adesso. Emozione che trasuda da ogni tua parola. In sintesi, folgorante.
"di intensa chapliniana memoria..." la foto che hai scelto come chiusura del quadro...ne è la ...prova?:)
Grazie Movida per le belle parole :)
Sì, l'ultima foto ricorda molto il finale di "Tempi moderni", ma anche del "Mostro" di Benigni!