OGNI CAMBIAMENTO PORTA CON SÉ DEI SACRIFICI
“Noi viviamo e moriamo continuamente. Niente cambia mai… niente cambia, ma speriamo sempre in un mondo migliore”
La Corea del XVII secolo, durante la lunga dinastia
Choson, si trova ad attraversare un momento di grande crisi interna.
Due ragazzi si incontrano, maturano e si legano grazie all’esperienza nell’accademia militare. L’amicizia unisce due cuori con un filo invisibile che pare non doversi spezzare mai, ma le loro strade inevitabilmente si dividono, per decisione di quello stesso destino che li ha fatti incontrare.
È la prova finale del loro addestramento che lo richiede: due amici che fino a quel momento sono vissuti come fratelli devono separarsi perché le lotte intestine richiedono per uno, la difesa dei confini e per l’altro, la guardia reale.
Sono bravi, sono forti, sembrano invincibili ma le cose non vanno per il verso giusto.
Uno di loro diverrà ribelle (Choi Min-su alias Choi Ji-hwan). L’altro dovrà servire un re che non ama (Jo Jae-hyeon alias Yun Gyu-yeob).
Uno di loro farà strage dei ministri per arrivare al re tiranno. L’altro offrirà la sua vita al re come pegno per la salvezza degli altri fratelli. E non basta. Gli si chiede la testa del suo maestro e lui esegue gli ordini in una scena toccante. Perde tutto. Perde quello che era come un padre ed insieme anche un fratello acquisito. Dopo l’assalto al palazzo reale a cui si è unito per necessità, Gyu-yeob, per errore, ferisce a morte l’amico, nonostante avesse già provato ad avvisarlo che era tempo di fuggire.
Non c’è più nulla per cui lottare, né l’onore, né la speranza, ma solo il dovere. Non si vedranno per cinque anni. Nessuno di loro conoscerà la storia dell’altro mentre la vita è decisa a metterli, ancora una volta inconsapevolmente, uno di fronte all’altro su due fronti diversi: nemici.
Un assassino è tornato a reclamare vendetta, ma nell’ombra di questo sono più figure a muoversi.
Riuscirà il cuore a risvegliare l’onore ferito di uno e la speranza nell’altro? Riuscirà il legame che li teneva avvinti come fratelli a ridar loro la fiducia nel futuro del loro paese? Riuscirà il motto “sword in the moon”, inciso su ogni spada degli allievi dell’accademia militare, quale simbolo di speranza in una nazione in pace, a riavvicinarli là dove la morte li aveva separati?

“Io non ho più un mondo a cui tornare…”
Il film di Kim Ui-seok porta sugli schermi internazionali l’epica coreana con toni e stili di altri tempi rispetto a quanto Zhang Yimou aveva voluto raffigurare, ad esempio, nei quadri estetici di “Hero”.
È un ritorno al classico, forse anacronistico a questo punto, con duelli realistici, decapitazioni, sangue ed arti sanguinolenti sparsi per ristretti campi di battaglia. Il regista prosegue sulla strada tracciata da “Bichunmoo” (2000) di Kim Young-jun e “Musa: the warrior” (2001) di Kim Sung-su, stupendi esempi in costume, in cui si nota nettamente questa differenza con il cinema cinese degli ultimi anni, perché diverso è lo stile nel rappresentare la storia conservando una propria identità culturale senza l’uso di particolari effetti speciali o di altri accorgimenti creati appositamente per stupire.
Il senso dell’ideale vi si respira appieno e così le buone ed oneste intenzioni del regista, ma il risultato risente della confusione di scene, tra flashback e movimenti di macchina estremamente vorticosi che macchiano la limpidezza della sceneggiatura. È un film antico, plasmato, forse, dall’eccessivo zelo nel voler concentrare storie parallele in unico quadro appesantito da una battaglia sul senso filosofico dell’esistenza, senza particolari approfondimenti. Lo squilibrio armonico si accentua con immagini cupe, ombreggiate, notturne, sotto pallidi riflessi lunari che si infrangono in pozze d’acqua impure. La liricità sta in quelle risate quotidiane sotto la luna che riflette il suo fascio argentato sui campi di due uomini a cavallo che si confidano oppure, ancor meglio, in quelle scene subacquee in cui due amici fanno gare di apnea, ed in cui possono finalmente estraniarsi dal mondo esterno.
Storia di amicizia, dunque, che sfiora un sentimento d’amore racchiuso in quelle dichiarazioni di uno di loro che non teme di trattenere il respiro sott’acqua perché c’è l’altro sempre accanto.
Non basta tutto ciò a risollevare le sorti ed il giudizio su un film pretenzioso, indebolito da una regia poco consapevole delle sue potenzialità. Non osa e regala così alti e bassi di un film rilanciato dopo un anno dalla presentazione ufficiale a Cannes (e siamo anche stati fortunati). Ci si aspettava di più di picchi solitari che hanno il difetto di contrapporsi al disordine, rendendo maggiormente evidente l’inesperienza del regista nel maneggiare temi diversi da quelli a lui più congeniali.
“Mi piacciono i tuoi occhi”
Jo Jae-hyeon, popolare in patria, è alla sua prova internazionale, dopo aver interpretato film brillanti e buona parte della produzione di Kim Ki-duk, costruendo sul set di quest’ultimo l’antieroe per eccellenza, il “
bad guy”,
il volto umano che riflette come fosse uno specchio quell’ombra interna, solitaria, sconfitta, scheggiata che non ha voce per esprimersi. Un piacere puro quello di rivedere questo attore in pace sott’acqua come se fosse sempre quello l’ambiente originario, il mondo idilliaco, silenzioso e protettivo a cui tornare per ritrovare l’equilibrio (“
Crocodile”, Kim Ki-duk). Meno allettante il doppiaggio che non rispecchia il suo naturale tono di voce particolarmente profondo.
Jo Jae-hyeon assume qui la connotazione ombrosa che gli è tipica, con gli occhi mobili, intensi che scavano sgretolando la resistenza dell’altro, ma non è al massimo splendore se non in quelle inquadrature iniziali in cui lo si presenta come un’inarrestabile macchina di morte. Ed allora ci si rende conto, conoscendo le sue potenzialità, di quanto importante sia l’armonia con il regista e la conoscenza, l’attenzione che scaturisce dal cinema di Kim Ki-duk rispetto all’espressiva del corpo.
Jo Jae-hyeon interpreta la parte del “macellaio di uomini”, potenziale eroe sconfitto dalla voglia di salvare i suoi soldati, ma di questa scelta non ci sono grosse sottolineature se non nella mano fredda e spietata dell’uomo che pur apre discretamente una breccia affinché l’antico amico possa penetrare il muro invalicabile della guardia reale. Anche alla fine, prima della battaglia sul fiume Han, quando si chiude in una stanza ad attendere che il suo cuore si apra, non gli è consentito di esprimere al meglio tutto il suo tormento.
“Speravo non fossi tu”
Il risveglio della coscienza è sfumato dalle immagini altrettanto sfuocate del suo profilo, mentre la macchina della regia scende a soffermarsi sul profilo tagliente della spada.
Il cinema dell’anima lascia dunque il posto a quello del simbolismo degli oggetti che rimangono, tuttavia, freddi e distanti: il pesce, identificato nel salmone di legno intagliato, che sa trovare sempre la strada per tornare al luogo d’origine. Anche qui Jo Jae-hyeon si porta dietro, incredibilmente, uno dei marchi della premiata ditta Kim Ki-duk. Il salmone è il testimone che passa tra le mani dei due uomini racchiudendo in sé il nucleo esistenziale del film e di quel legame speciale che si era interrotto a causa del caos.
Ji-hwan afferma di non aver più un mondo a cui tornare; Gyu-yeob sopravvive per un atto eroico che sfugge ai rilievi delle scene, manifestandosi superficialmente come un atto di vigliaccheria. Piuttosto che morire insieme ai cosiddetti “perdenti”, preferisce languire privo di anima alla corte di un sovrano che, in fondo, detesta. Chiaro è il suo discorso ai soldati “non importa se i ministri muoiano oppure no, ciò che conta è che noi dobbiamo fare il nostro dovere”.
Poco risalto alla figura femminile che dovrebbe trovarsi in mezzo ai due per unirli, quando tutto il mondo si apre alla speranza, come quella lama che riflette il bagliore lunare, e per separarli quando il caos ed il disonore regnano nei loro cuori. Lei, Shi-yeong, figlia del maestro morto, diventa una macchina da guerra impietosa in stile ninja pur conservando la fede nell’uomo che ama e che non riesce a guardarla negli occhi se non negli istanti finali.
“L’odore del sangue è ovunque nel palazzo reale”
Il film non tocca il cuore, dunque, nonostante Jo Jae-Hyeon ed il cupo mistero che avvolge Choi Min-su, il cui volto viene oscurato dalle falde del cappello. Il problema nasce dall’uso di primi piani eccessivi, ma oscurati da dettagli che sembrano coprire ed infastidire più che esaltare.
Jae-hyeon di profilo, colpito da luce su metà del volto o con le inquadrature fisse sugli occhi ne sminuiscono la totale potenzialità espressiva. Choi Min-su identificato come l’unico vero superstite della scuola “sword in the moon” subisce, ancor di più, l’oscuramento perché, tralasciando gli episodi della giovinezza che lasciano un margine di visione più ampio, per il resto del film è occultato dal cappello ed in una seconda fase dai lunghi capelli ormai ricchi di ciocche argentate come se il tempo non avesse più concretezza.
Lo stesso Jo Jae-hyeon in realtà non è stato sfruttato appieno, rispetto alle potenzialità conosciute ed apprezzate in altri testi cinematografici. La parte che interpreta poco gli si addice, perché le scene eroiche si infilano in inquadrature frammentarie che non lasciano spazio alla sua espressività naturale. Non emerge il suo carattere ambiguo, forzato dagli eventi, così come non emerge la totale assenza di speranza dell’altro protagonista che non guarda più negli occhi da anni la ragazza che vive e lotta con lui. È la regia claustrofobica che preferisce inquadrare in velocità dal basso verso l’alto sia che si tratti degli interpreti o degli ambienti, senza soffermarvisi a sufficienza.
L’obiettivo è quello di omaggiare un momento storico, ma il risultato, visto l’utilizzo dei due simboli umani, fallisce.
Il film è cupo, ossessivo ed eccessivamente elaborato nell’espressività esistenzialista, con dialoghi complessi che contrastano con scene confuse e veloci sulla crescita emotiva della storia. Un prodotto di medio valore che alterna, quindi, picchi splendidi a scene frettolose ed incomprensibili. Tagli di distribuzione? Costi eccessivi? Non sembrerebbe, vista la cura dei dettagli (costumi e ricostruzioni del ponte sul fiume Han, ad esempio) anche se, in realtà, il film non si caratterizza certamente per fotografia né per un’imponente messa in scena di controfigure né di effetti digitali (due scene ritoccate).
“Io per te darei la mia vita”
L’armonia la si tenta con la colonna sonora di Lee Kyeong-seob; questa sì pronta a colpire direttamente al cuore per incisività, ma che alla fine appare quasi fuori luogo con quanto tende a sottolineare. La musica, dirompente sin dalle prime scene, accompagna la fuga preceduta dal lancio della spada. Poi seguirà tiepida tornando ad esplodere nei momenti maggiormente rappresentativi per restituire al film il calore che sembrava aver perduto per strada. Un’eccezione viene fatta sul ferimento di Ji-hwan che meritava un accento particolare. In verità non è una colonna sonora di puro accompagnamento, perché tende a prevalere sulle scene stesse dettandone il ritmo e la suggestività. Senza ombra di dubbio è emozionante, seppure riecheggia connotazioni musicali già note. Si è scelto un tema al limite del modernismo tecnologico (ed occidentale) molto vario, piuttosto che sonorità di chiara impronta asiatica. Bella ed importante, ma una volta eliminata si fa fatica a recepire l’impianto emotivo scaturente dalla storia.
“Voglio tornare ai vecchi tempi”
Il difetto più evidente è l’eccessiva celerità delle scene che rendono confusa una sceneggiatura semplice e schematica: due amici separati da lotte intestine e colpi di stato. Uno ribelle, l’altro servo fedele di un padrone che tiene su un vassoio immaginario la sua testa. I due si rincontrano in circostanze particolari e decidono, ancora una volta, se valga la pena vivere o morire insieme. La storia si dipana nel presente con flashback che spiegano il passato. I diversi momenti s’intrecciano in tale misura che non si comprende bene la linea di demarcazione tra l’uno e l’altro. Unico indizio è il ritmo: cupo, veloce e confuso per il presente; luminoso, gioioso e lento per il passato. L’uno è il caos, l’altro la speranza perduta.
Non mancano scene classiche: la fuga sui tetti, l’inseguimento nella foresta di bambù, la lotta finale ingaggiata sul fiume Han, ideale teatro di una battaglia impari per la libertà. La scelta del bianco e nero finale per coprire il sangue di cui la regia non ha fatto notare certamente l’assenza con abbondanti dosi sulle pareti delle case così come sui volti dei guerrieri. Ed infine l’eroico lottatore che riconquista la fiducia dell’amico, con tanto di molteplici frecce piantate nel petto ma che non gli tolgono la forza di tirar colpi di spada a destra e manca. Vi ricorda forse qualcosa?
“Quando eravamo sott’acqua riuscivo a trattenere il respiro così a lungo perché tu eri con me. Tu eri sempre al mio fianco e se fossi stato per annegare, sapevo che tu mi avresti salvato”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
Regia: Ui-seok Kim.
Soggetto e sceneggiatura: Min-seok Jang.
Fotografia: Yong-shik Mun.
Scenografia: Jong-ho Hong.
Montaggio: Min-ho Kyeong.
Costumi: Yu-jin Kwun.
Interpreti principali: Jae-Hyeon Jo (Gyu-yeob), Min-su Choi (Ji-hwan), Bo-kyeong Kim (Shi-yeong), Jong-su Lee (Jae-deok).
Musiche: Kyeong-seob Lee.
Produzione: White Lee Entertainment.
Distribuzione: Mirovision.
Origine: Corea del Sud, 2003.
Durata: 100 minuti.
Titolo originale: “Cheongpung Myeongwol”.


Commenti
"Il senso dell?ideale vi si respira appieno e così le buone ed oneste intenzioni del regista, ma il risultato risente della confusione di scene, tra flashback e movimenti di macchina estremamente vorticosi che macchiano la limpidezza della sceneggiatura. È un film antico, plasmato, forse, dall?eccessivo zelo nel voler concentrare storie parallele in unico quadro appesantito da una battaglia sul senso filosofico dell?esistenza, senza particolari approfondimenti. Lo squilibrio armonico si accentua con immagini cupe, ombreggiate, notturne, sotto pallidi riflessi lunari che si infrangono in pozze d?acqua impure. La liricità sta in quelle risate quotidiane sotto la luna che riflette il suo fascio argentato sui campi di due uomini a cavallo che si confidano oppure, ancor meglio, in quelle scene subacquee in cui due amici fanno gare di apnea, ed in cui possono finalmente estraniarsi dal mondo esterno"
devo dire che le scene delle gare di apnea sono le più belle divtutto bil film.
(ho l'impressione che questo mi prenderà parecchio)
mi sa di sì...
"Ed infine l?eroico lottatore che riconquista la fiducia dell?amico, con tanto di molteplici frecce piantate nel petto ma che non gli tolgono la forza di tirar colpi di spada a destra e manca. Vi ricorda forse qualcosa? "
san sebastiano:). Ma non solo... qualcuno che combatteva ancora, magari, sì...
http://www.youtube.com/watch?v=IaD2_Uap-sI&feature=related