Kim Ki-duk

Wild Animals

Autore: 
Kim Ki-duk

ANIMANIMALE

Wild animals”, secondo film di Kim Ki-duk, è considerato una produzione minoritaria, a mio avviso impropriamente visto che in esso emergono, allo stato germinale, le note dominanti della sua filmografia.

La disomogeneità apparente sta qui nell’aver trasferito le sue ambientazioni altrove, in quella Francia che lo aveva accolto per due anni, vedendolo dipingere e vendere i suoi quadri, allo stesso modo in cui ci mostra nel film. Ma è proprio questo contesto che gli permette di evidenziare, in tutta la sua candida onestà, la sofferenza di un’estraneità senza speranza.
In tutta la sua produzione vediamo frammenti della vita di questo regista autodidatta che cresce, tra mille mestieri (agricoltore, operaio, artista, predicatore, militare, sceneggiatore, regista), temprando il carattere in una società che fa emergere, tra paesaggi incontaminati e mostruosità di cemento, tutto il malessere forgiato dalla sua peculiare storia.
Kim Ki-duk trasferisce il suo “Crocodile” a Parigi, inserendolo ai margini di questa luminosa città dalle mille speranze. Il fiume Han, dove sopravviveva, diventa la Senna. La tenda colorata sotto un ponte si trasforma in un barcone che abita da solo finché un pezzo della sua terra divisa vi si trasferisce per puro caso: un altro “coccodrillo” pronto ad alimentarsi, come lui, di sogni illusori. 
Chung-hae, un coreano del sud, non ha più un’identità propria nel tentativo estremo di integrarsi, a suo modo, nella società francese.
Hong-san è scappato dalla Corea del Nord scontrandosi, in terra straniera, con quello che è per tradizione storica un nemico.
Solo fuori dai confini natii possono riconoscersi come pezzi di un’unica realtà.
Coreano?”, chiede Chung-hae quando incontra l’altro alla stazione.
Non ci sono barriere tra i due, le hanno lasciate nella loro terra divisa; non ci sono zone di confine, non ci sono recinti di filo spinato che separa il loro identico sangue.
Chung-hae vive per se stesso nella riserva, dopo aver fallito come artista, ed Hong-san vi si integra poco a poco, instaurando con lui un atipico rapporto fraterno. 
Jo Jae-hyeon, alla sua seconda interpretazione in un film di Kim Ki-duk, ci mostra, per la prima volta, larghi sorrisi addolciti dalla melodia musicale, trovando sempre il modo di stravolgere il suo viso in una variegata gamma di espressioni. Inutile sottolineare che è il migliore attore che Kim ki-duk potesse utilizzare per meglio rappresentare la sua personale visione della realtà umana. Inutile sottolineare che, proprio per la combinazione tra volontà registica ed interpretazioni stupende, le sue caratterizzazioni di personaggi che, a dirla tutta, si dimostrano apparentemente abominevoli, sono estremamente affascinanti (il “Bad Guy” Han-gi moribondo che sotterra il coltello usato dall’amico per assassinarlo, per far sì che non venga accusato, fa dimenticare l’ossessione che porta Sun-hwa alla prostituzione).
In questo film è il più resistente all’amicizia leale, disilluso e distratto com’è da mille interessi, tra cui quello per una donna. Arrivato a Parigi per studiare arte, finisce per diventare un mediocre delinquente, destreggiandosi con perizia tra gli squali della malavita parigina.
Chung-hae è debole fisicamente (ed infatti le prende da tutti, come del resto lo vediamo fare nei diversi lavori del regista coreano), sembra non avere morale, eppure lo vediamo inseguire l’amore per una ragazza, Colin, con una tenerezza che commuove.
È lui che urla “la Corea non sarà mai unita”, frantumando in un istante la pietà solidale di Hong-san.
Quel grido, buttato sulla scena per caso, sembra provenire direttamente dall’anima di Kim Ki-duk per poi cadere a cascata nelle caratterizzazioni dei suoi personaggi successivi (arrivando alla follia in “The Coast Guard”). 
Hong-san è il più forte fisicamente, con un equilibrio preciso ma con un passato doloroso che ogni tanto (flashback) fuoriesce per ripristinare le ferite interiori: lui che corre, con indosso una divisa ed uno zaino sulle spalle, per sfuggire al tormento della sua terra, per superare i confini inseguito dai militari e tentare così una nuova vita altrove, abbandonando dietro di sé ogni cosa.
Hong-san è quello che ha a cuore le sorti del fratello coreano, che lo difende ma che è capace di picchiare per ragioni personali, plausibili, nei limiti del giusto. Rifiuta di abbandonare il barcone sulla Senna, anche dopo esser stato addirittura venduto per una manciata di franchi, decidendo perfino di auto-eliminarsi quando l’altro tenta di ucciderlo, per obbedire agli ordini di uno del clan.
Ed è a poco a poco che il suo coraggio, la sua lealtà, il suo cuore conquistano l’altro che lo salva dall’annegamento e lo difende dalle prese in giro per la sua ignoranza nell’uso tutto occidentale del coltello e della forchetta. Chung-hae, in questa scena, pare spalleggiare l’altro, in realtà sta difendendo anche se stesso e le tradizioni radicate nella sua memoria.
Non importa il motivo, Hong-san pare comprendere ed apprezzare.
Chung-hae e Hong-san sono estremamente diversi: sono due coccodrilli che sopravvivono ai margini con caratteri ed ambizioni che li allontanano. Sono due animali, a loro modo feriti dalla vita, e come tali si comportano in una riserva senza barriere fisiche che dovrebbe, in fondo, proteggerli, ma che, in pratica, li divide rendendoli estranei alla realtà che non può accettarli.
Il riscatto per entrambi viene dall’amore, anche se con percorsi e risultati diversi.
Hong-san si innamora di una ragazza incontrata in treno e che scoverà a ballare in un sexy shop. Il suo amore non si realizzerà mai, restando cristallizzato dietro un vetro (vedasi Han-gi in Bad Guy” e come lui si farà riconoscere con la luce di un accendino, non trovando mai il coraggio di affrontarla apertamente). Su di lui si abbatterà la sventura di un destino avverso, manipolato inconsapevolmente dall’amico. Ci si commuove per questo ragazzo che, dopo essersi salvato tante volte, forte di uno spirito fondamentalmente buono, cade per mano dell’amore.
Chung-hae è, invece, innamorato di Colin che vive facendo il mimo per strada, interpretando sempre la figura della Venere di Milo (la statua dietro la rete, protetta dai colpi della mazza da golf in “Ferro 3”) e sognando di riuscire ad impossessarsi un giorno della sua intensità espressiva. Colin ha un rapporto burrascoso con un uomo geloso che la picchia continuamente con il pesce surgelato, finché trova la forza di ribellarsi usando come arma proprio quello strumento di tortura.
Il pesce è un simbolo che ricorre nel cinema di Kim Ki-duk, quale essere muto che ha come elemento naturale l’acqua (che ne “L’Isola troverà grande sintesi espressiva). In “Wild animals” è addirittura finto, immobile, partendo dal disegno che Colin fa sul petto, vicino al cuore, di Chung-hae (simbolo di amore che lui non cancella), fino a quel pesce surgelato che diventa strumento di morte.
La bellezza artistica ricopre la violenza: le suggestioni europee, la fotografia luminosa, la scultura, il quadro, altro elemento ricorrente che qui ha anche una sua collocazione naturale, vista l’ambientazione parigina dove Chung-hae va a trovare gli altri pittori per dar consigli non accolti; Colin che vive interpretando la figura di una statua e Hong-san che lavora artisticamente il filo di ferro (“L’Isola”) e colora un fragile modellino di donna da donare all’oggetto dei suoi desideri (le barchette di carta di “Crocodile”, i ritratti di “Address Unknown”).
 
La società criminale sfaldata si vendica sugli elementi estranei. I due coccodrilli vengono gettati in mare, chiusi in un sacco su cui spicca (è impossibile non notarla) la scritta “Imported” e su cui indugia la regia, dopo aver fatto godere allo spettatore una vista mozzafiato.
Riescono a liberarsi, nonostante un volo incredibile, grazie alla prontezza di Chung-hae che si taglia le dita per sfuggire alle manette.
Sembra di scorgere le luci di un giorno nuovo per quei due, nonostante le sofferenze, ma il destino non concede possibilità perché non c’è speranza per chi è come loro: l’estraneità resterà tale per sempre.
Wild animals”, dunque, è il sequel ideologico naturale diCrocodile a cui è legato per l’abbondante dose di energia vitale, così come avverrà anche per “Birdcage Inn” (la tartaruga) e via di seguito, quando Kim Ki-duk ammorbidirà i toni lasciando sollevare la crudeltà in picchi isolati e, forse per questo, molto più difficile da assorbire visivamente e da metabolizzare interiormente. 
Nel suo secondo film si nota particolarmente la musica, anch’essa onnipresente in frammenti per meglio evidenziare ed attutire, allo stesso tempo, con la sua dolcezza, il dolore estremo. Qui, invece, è estremamente diffusa, utilizzando come sempre, musica occidentale con tocchi egiziani nei balletti del sexy shop. Ciò sta a significare che il malessere accompagna quei due coccodrilli in ogni loro cellula, anche al di fuori della loro terra. 
 

Regia, Sceneggiatura, Scenografia: Ki-duk Kim.  Direttore della fotografia: Jong-min Suh. Montaggio: Suhn-duk Park. Interpreti principali: Dong-jik Jang, Jae-hyeon Jo, Denis Lavant, Jang Ryun, Sasha Rucavina, Richard Bohringer, Laurent Buro. Musica originale: Sin-gu Kang, Jin-na Oh. Produzione: Dreamcinema. Origine: Corea del Sud, 1996. Durata: 105 minuti. Titolo originale: Yasaeng dongmul bohoguyeog”, (“Zona protetta degli animali selvaggi”).

 
Movida, 28 marzo 2005. 
Originariamente apparsa su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
000

Commenti

"Chung-hae, un coreano del sud, non ha più un?identità propria nel tentativo estremo di integrarsi, a suo modo, nella società francese.
Hong-san è scappato dalla Corea del Nord scontrandosi, in terra straniera, con quello che è per tradizione storica un nemico.
Solo fuori dai confini natii possono riconoscersi come pezzi di un?unica realtà.
?Coreano??, chiede Chung-hae quando incontra l?altro alla stazione.
Non ci sono barriere tra i due, le hanno lasciate nella loro terra divisa; non ci sono zone di confine, non ci sono recinti di filo spinato che separa il loro identico sangue.
Chung-hae vive per se stesso nella riserva, dopo aver fallito come artista, ed Hong-san vi si integra poco a poco, instaurando con lui un atipico rapporto fraterno"

Mo-vi-da!

"Solo fuori dai confini natii possono riconoscersi come pezzi di un?unica realtà.
?Coreano??, chiede Chung-hae quando incontra l?altro alla stazione.
Non ci sono barriere tra i due, le hanno lasciate nella loro terra divisa; non ci sono zone di confine, non ci sono recinti di filo spinato che separa il loro identico sangue.
Chung-hae vive per se stesso nella riserva, dopo aver fallito come artista, ed Hong-san vi si integra poco a poco, instaurando con lui un atipico rapporto fraterno."

> E' grottesco, in effetti, che lo stesso popolo sia diviso - e per ragioni solo politiche, poi - in due nazioni diverse, ancora oggi. Ogni tanto si sente parlare di una Corea unita. Chissà...

[wild animals] Secondo film e

[wild animals] Secondo film e secondo centro per Kim... In una squallida Parigi di periferia, 2 coreani di differente provenienza (nord e sud) si incontrano, si odiano, si fregano a vicenda, si picchiano, in un caleidoscopio di situazioni ora grottesche ora tenere, amore e violenza come in tanti film di Ki-Duk.. Finale vorticoso e pirotecnico con alcune scene memorabili, sinceramente lo preferisco a "Crocodiles" anche perchè è un pò + movimentato...

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.