MUTAZIONI
Il suono metallico ed accelerato delle lancette di un orologio apre e chiude la tredicesima opera di Kim Ki-duk. È il tempo che passa, nella sua impietosa freddezza, a scandire la narrazione stratificata di quel film che aveva già annunciato, tra le righe, appena due titoli prima, nella volontà di rendere le parole protagoniste dell’incomunicabilità tra uomo e donna. Ed eccola, allora, quell’idea fissata su pellicola.

See-hee e Ji-woo stanno insieme da tempo. Si amano, ma la gelosia, la possessività sfibrante e disturbata di lei innalza un muro nella comprensione reciproca. Quella barriera che, in passato, era rappresentata da un vetro, uno specchio, un telone, nell’ottica della trasparenza, dei confini incerti tra realtà e sogno, in questo film si trasforma nella plastica facciale, nella modifica dei connotati fisici. È lei che sceglie, nell’illusoria credenza di poter scalfire la stanca passione di lui. Così sparisce, senza alcuna spiegazione. Lui la cerca, invano, ed infine tenta di rassegnarsi.
Cinque mesi dopo See-hee torna al parco delle sculture sull’isola, luogo della memoria, con il viso coperto e lo ritrova. Lui è lì. Quella donna lo intriga; non la riconosce appieno, ma lo affascina. La rivedrà, senza alcuna maschera sul volto nel bar che frequenta. Lei si presenta con un nome simile, finiranno per amarsi, nella falsità del gioco, finché Seh-hee non arriva finalmente a comprendere che non era quella la strada per la felicità. Gli rivela la verità, presentandosi con indosso la fotografia del suo antico volto. Lui si allontana spaventato ed arrabbiato e, quale parabola – paradosso, è lui stesso che si sottopone all’operazione.
Seh-hee dovrà attendere cinque mesi per poterlo rivedere. E lo attende, lo cerca negli altri uomini, prima con curiosità, poi con disperazione finché non segue qualcuno che crede sia lui, e che vede morire in un incidente stradale.
Decide così di ritrovare la strada della chirurgia plastica, con la volontà di non farsi più riconoscere, per sparire per sempre. Le immagini si chiudono con una donna, dal volto coperto, che esce dalla clinica ed una See-hee che si scontra con lei, facendole cadere una fotografia. Il confine tra sogno e realtà è ancora incerto, inquietante nella domanda che Kim pone alla coppia.
“E’ un desiderio istintivo cercare cose nuove.
E’ umano soffrire a causa del passaggio del tempo.
L’amore è trovare delle cose nuove nelle nostre attività abitudinarie.
La vita significa capire che nulla dura per sempre, a causa dello scorrere del tempo.
In questa situazione, ci sono degli innamorati che sono pazzi l’uno dell’altra.
Ma dopo una lunga relazione, non è l’amore che si è deteriorato, ma il battito dei loro cuori, la sintonia, la passione e il desiderio che nutrono l’uno verso l’altra.
Io sto ponendo loro una domanda. Una domanda assurda”, Kim Ki-duk.


Il pannello di visioni del regista registra un’ampia mutazione. È il dialogo, fitto, vacuo, che disorienta, almeno nella prima parte del film. Un ritmo che traccia un altro percorso dell’incomunicabilità, nell’eccesso di parole. D’altra parte Kim aveva iniziato a cambiare forma proprio in quei film che l’hanno portato al grande pubblico.
La società in cui ha intessuto i fili della crudeltà è cambiata. Non è più un angolo emarginato, non è più un’isola; i personaggi che prima trasudavano dolore attraverso i silenzi, le ferite sul corpo che raggiungevano la massima espressione nella mutilazione del sé, ora parlano, da subito, e troppo. Lo sapevamo, lo aveva preannunciato. Dall’isola li ha allontanati, vi fanno ritorno di tanto in tanto, ma si confondono con il rumore assordante della società coreana che si è evoluta. Sono stati assorbiti dalla vanità del benessere, e l’urgenza dell’espressione si è esplicitata. “Sono tanto solo…”, “non ho fatto altro che amarti…”, “sembro felice, invece sono triste…è come se il mio cuore stesse per scoppiare” sono degli esempi, i più forti, rivolti direttamente allo spettatore, a far capire che il fascino dell’inespresso viene a mancare, contorcendosi su se stesso fino a deflagare.
La ripresa nella seconda parte del film giunge tardi per poter ridar valore e credito all’impianto. La visione si è appannata, delusa dall’aver già compreso troppo fin dalle battute iniziali. Eppure, nonostante l’inizio pigro e beffardo, la mano è inequivocabilmente la stessa. È il mezzo ad esser diverso, troppo carico di stimoli, troppo vicino al comune sentire rispetto alla frazione bipolare sogno/realtà a cui ci aveva abituato e che costituisce la firma più efficace di Kim.
Il primo accostamento è al tema dell’invisibilità in “Ferro 3”. Il richiamo è esplicito nel momento in cui si vede lo stesso Jii-woo intento nella sistemazioni delle fotografie del film. L’invisibilità si trasforma, in un caso, nella mutazione dei caratteri fisici a tal punto da renderne impossibile il riconoscimento (lei); nell’altro, nell’impossibilità di ritrovare l’altro (lui).
Il secondo accostamento è all’incomunicabilità tra uomo e donna, in un nucleo più ristretto di quella sociale, e, quindi, l’accostamento va a "L'isola".

Anche in “Time”, abbiamo un’isola nell’isola, qual è il parco delle sculture detto Baemigumi, e nello specifico la scultura a forma di mani intrecciate che sorreggono una scala verso il cielo. Il luogo che accoglie le opere di Il-ho Lee è regno di significati e di simbologie. Si legge dalla presentazione del film che Lee si è ritirato su quell’isola per vivere più a contatto con la natura, fuggendo così dall’artificiosità della tecnologia moderna. La scelta del regista di ritagliare quel luogo come l’isola protetta del suo cinema rimarca, quindi, la critica sottile, nascosta, indiretta all’evoluzione chiassosa ed artificiale della società che comprende, anche, le tendenze modaiole legata alla chirurgia estetica.
La scultura scelta da Kim Ki-duk si erge dal mare e viene parzialmente sommersa da esso, quando tutto si compie. È il luogo del ritorno, dell’abbraccio consolatorio della memoria, suggellata dalla fotografia che li vede uniti.
Ed anche qui la fotografia ha un posto di primo piano, quale elemento chiave che si fonde con il personaggio: il ventaglio di immagini sparse sul pavimento è una scala, il tracciato del percorso per annientare i ricordi o, al contrario, per riportarli alla luce nella loro autenticità.
Nel tentativo di approccio con altre donne, si scorge un altro motivo: è la barchetta di carta che galleggia in una piscina, a rappresentarne l’illusorietà, la fragilità del tentativo. Gli animali, invece, tendono a scomparire sempre di più o farsi di pietra o di ferro come quel cane che s’intravede per qualche istante nel parco delle sculture. Interessante, invece, è la citazione, apparentemente casuale, ad un libro di
Gabriel Garcia Marquez “Memorie delle mie puttane tristi”. Un riferimento indiretto alla mercificazione del corpo di “
Birdcage Inn” e “La Samaritana”, che qui si trasmette alla chirurgia plastica, oppure un richiamo all’immagine del vecchio e della bambina, al loro tempo-calendario falsato ne “
L’arco”
In definitiva, il film ha in sé una carica di complessità tale da risultare difettoso, per l’eccessiva elaborazione di concetti sottintesi e, in opposizione, eccesso di emozioni rivelate. Era questa la sua volontà, ma risulta, seppur da rivalutare, una nota stonata.
Regia, Sceneggiatura, Montaggio: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Jong-moo Sung. Interpreti principali: Hyeon-ah Sung (See-hee), Jung-woo Ha (Ji-woo), Ji-yeon Park (Seh-hee, prima dell’operazione). Scenografia: Keun-woo Choi. Musica originale: Hyeong-woo Noh. Produzione: Kim Ki-duk Film. Origine: Corea del Sud/Giappone, 2006.Durata: 97 minuti. Titolo originale: “Shi gan”.

Commenti
"Il primo accostamento è al tema dell?invisibilità in ?Ferro 3?. Il richiamo è esplicito nel momento in cui si vede lo stesso Jii-woo intento nella sistemazioni delle fotografie del film. L?invisibilità si trasforma, in un caso, nella mutazione dei caratteri fisici a tal punto da renderne impossibile il riconoscimento (lei); nell?altro, nell?impossibilità di ritrovare l?altro (lui)"
l'invisibilità si fa mutazione...è questa la nuova visione.
Rivalutato nel tempo.
(... e ripasserò post visione:). Noto l'archivio KdK in calce, significa che stiamo per riscoprire un altro filone, immagino... daje Movi!)
me ne mancano 2 con Kim alla regia, poi un'interruzione con qualcos'altro, e dovrei inserire altri due con Kim alla sceneggiatura ma non alla regia.
Ho iniziato a lavorare sui collegamenti nei primi titoli ed ho creato un pezzo di archivio, altrimenti diventerebbe un lavorone.
Ma non mi vorrai vedere Time prima di un Bad Guy o un Primavera?
Comunque, se riesci, guardalo con sottotitoli e non doppiato...è pietoso...
d'accordo:)
KdK sceneggiatore? affascinante. aspettiamo...;).
"Interessante, invece, è la citazione, apparentemente casuale, ad un libro di Gabriel Garcia Marquez ?Memorie delle mie puttane tristi?. "
> Che - a latere - qui manca, credo...
(e son due). E' da comparazione diretta con Kawabata quel libro...per cui più in là...vedremo...:P
mmm... qui è successo
mmm... qui è successo qualcosa coi link all'interno dell'articolo. Li duplicava, dava segni strani. Ocio da qui "Il secondo accostamento è all’incomunicabilità tra uomo e donna, in un nucleo più ristretto di quella sociale, e, quindi, l’accostamento va a "L'isola"." in avanti - potrebbero esserci stranezze.