Kim Ki-duk

Soffio

Autore: 
Kim Ki-duk

CREAZIONI

 
Artista che plasma angeli di creta, donna che gioca con il frutto del suo ventre. Un giorno scopre il tradimento del marito. Non urla, non parla, non si piega. Crea, ancora.
Si può dare la vita con un soffio? Kim Ki-duk risponde a questa domanda mettendo in gioco la creatura umana che ha in sé la potenza del divino, la donna.
Yeon ascolta al telegiornale la notizia che il condannato a morte Jang Jin ha tentato per l’ennesima volta il suicidio. Perché un condannato a morte compie un gesto simile, visto che il destino sta già per esaurire il suo tempo? Perché lui, accusato del massacro della sua famiglia, era stretto ai corpi amati, al momento dell’arresto?
La natura di Yeon si scuote e va a trovarlo, lì in quel luogo di isolamento totale. Nascerà tra di loro una strana storia di solitudine che si accompagna al mutare delle stagioni. Il soffio vitale si trasmette all’interno del carcere. Quando il respiro di entrambi iniziera a danzare all’unisono, nell’atto supremo che contiene la vita in potenza, Yeon potrà lasciare Jang Jin al suo destino e lei ritrovare l’armonia familiare tra la neve che tutto purifica.
 

 
Una volta sono morta per cinque minuti, avevo nove anni
 Il cinema di Kim Ki-duk, ormai epurato dall’urgenza sociale, spurgato dalla violenza della vita, resta uno scheletro da rivestire di nuove visioni. La mutazione è esplicita. Non c’è dubbio. Era necessaria, quasi naturale onde evitare una semplice ripetizione di sé. Questo film, seppur non in grado di raggiungere la vetta della perfezione, rivela aspetti interessanti per quel ritorno al “classico” del dopo “Primavera”, che abbiamo imparato a distinguere quale linea di confine nella sua filmografia. Il nucleo vitale non è più schiacciato dalla degradazione, ma questa si è evoluta nel grigiore della modernità. Siamo in contesti urbani normali, borghesi direi, eleganti come la maggior parte delle case vuote che Tae Suk visitava in “Ferro 3”, ma cementate, prive di luce che non sia quella artificiale. Non sfugge che tutto il mondo esterno, dall’ambiente domestico, alla natura che la circonda,  agli abiti di Yeon, è privo di colore. Kim Ki-duk è anche pittore, per cui nulla è lasciato al caso. Il colore troverà il posto che gli spetta altrove, prima nel negozio di fiori e poi nelle scenografie di Yeon. Sarà lei a portare il colore. Ora è lei che si muove. È la solitudine che si sposta a cercare l’altro, in un contesto  tipico, quale può essere la cella di un condannato. Entrambi sono silenziosi, finché separati. Lui continuerà ad esserlo fino alla fine, fino alla lacrima che gli bagnerà le guance.
 Il primo incontro al parlatorio non può che associarsi ad una scena di “Bad Guy”, quando la ragazza fa visita ad Han-gi per gridargli il suo disprezzo e, alla fine, implorarlo di non abbandonarla. Lì i buchi del vetro servivano all’uomo per tener ferma una sigaretta. Qui a soffiare la vita, a fornire simbolicamente il pretesto per mettere in movimento la creazione.
Il silenzio del carcere è un pugno allo stomaco, tra le gelosie degli altri compagni di cella, tra i tormenti dei sogni, nel sangue dei tentati suicidi. Ancora una volta è la gola il punto a cui mira Jang Jin per fuggire alla vita. La voce spezzata rende incisivo il dolore interno che accompagna il martirio di sé.  Kim però ha già dimostrato il nuovo pudore nell’immagine cruda della violenza; lo sguardo è altrove, si sposta, si ode solo il rumore, il tonfo, la carne incisa, l’urlo straziante del compagno ma la vista è oscurata.
 Significativa, nell’allegorica manifestazione del tempo che passa, è la rappresentazione che Yeon mette in campo ad ogni visita. La donna, infatti, porta con sé la carta con cui rivestire la grigia sala degli incontri. La scenografia per eccellenza è il tema pittorico delle le stagioni e ad esse si accompagna il mutare degli abiti, degli accessori e le canzoni popolari che vi si associano. Sono i momenti più calorosi questi, gli attimi in cui riesce a strappare un sorriso al condannato che ricorderà come i più strani e gioiosi della sua vita. Lei si immedesima a tal punto che non si accorge più di uscire di casa con gli abiti – teatro, anche quando il clima non lo permette.  
Sono queste le intuizioni che riscattano dal dolore, stravolgono la visione dell’esistenza. L’angelo dall’ala spezzata è pronto alla sua missione. Allo scattare della porta della sala, sotto lo sguardo vigile del secondino e del direttore del carcere, la vita si risveglia rivestendosi dei colori delle stagioni. Yeon finisce con il raccontare di sé, in una sorta di psicodramma liberatorio attraverso brevi episodi che rendono l’idea della sensibilità della donna e delle sue ferite, di quello che era e di ciò che non ha più. Yeon narra delle frustrate che riceveva da bambina, della sua vicinanza alla morte, attraverso l’acqua, della viva sensazione della mutazione in uccello e poi nel vento (“L’arco”): “E’ molto bello, ma ho molto paura. Morire è possibile, quando non si ha altra scelta”. Poi in dono una fotografia che possa accompagnarlo negli intervalli.
Ed ogni volta il tempo sembra dilatarsi; si allunga per la volontà del direttore che osserva da dietro il monitor il colloquio – teatro di Yeon ed Jang Jin, così come quella ragazza  che seguiva con la telecamera la follia di “Real Fiction”. È lo stesso Kim Ki-duk a rappresentare quel ruolo, e lo si intravede riflesso nello schermo ad accompagnare i movimenti, a partecipare all’esplosione di vitalità che da finzione si fa reale. 
 “Ti tradivo, ma il mio dovere lo facevo”. Il marito inizia a sospettare di lei, ma è perché spinto dai suoi dubbi che la segue, finendo per scoprire lo strano legame tra la moglie ed il condannato. Pare accorgersi per un attimo, ascoltando i racconti di Yeon, che la donna ricorda il momento in cui si sono conosciuti ed amati, poi tutto si affloscia. Lui non comprende la solitudine, teme soltanto la distruzione della sua autostima, però lascia l’amante. L’amore non dura per sempre, ma hanno costruito una famiglia ed hanno una figlia. La vita può andare avanti anche nella consuetudine, più che nell’autenticità.
  “Perché vengo rapito dalla neve bianca, mentre vedo che ti allontani”. L’inverno è fuori
 
Regia, Sceneggiatura: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Jong-moo Sung. Interpreti principali: Chen Chang (Jang Jin), Jung-woo Ha (il marito), Ji-a Park (Yeon), Ki-duk Kim (direttore). Montaggio: Su-an Wang. Scenografia: In-jun Kwan. Musica originale: Myeong-jong Kim. Produzione: Kim Ki-duk Film. Origine: Corea del Sud, 2007.  Durata: 84 minuti. Titolo originale: “Soom”, “Breath”. Selezione Cannes 2007.
 
Movida22 marzo 2009.
 

 

ISBN/EAN: 
8032700999447

Commenti

"Nascerà tra di loro una strana storia di solitudine che si accompagna al mutare delle stagioni. Il soffio vitale si trasmette all?interno del carcere"

malinconico..

?Perché vengo rapito dalla neve bianca, mentre vedo che ti allontani?. L?inverno è fuori.

"Kim Ki-duk è anche pittore, per cui nulla è lasciato al caso. Il colore troverà il posto che gli spetta altrove, prima nel negozio di fiori e poi nelle scenografie di Yeon. Sarà lei a portare il colore. "

> Ti immagini cosa sarebbero stati in grado di creare gli impressionisti, se il cinema fosse stato sincronico con il loro movimento artistico?

c'erano andati vicini,ma oggi sarebbe grandioso...:)

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