Kim Ki-duk

Real Fiction

Autore: 
Kim Ki-duk

FOLLIA SOCIALE

Un ragazzo è intento ad eseguire ritratti a matita nel quartiere degli artisti a Seoul, tra le vessazioni di un gruppo di malviventi ed il disprezzo dei clienti occasionali.
Una ragazza vestita di chiaro lo riprende con una telecamera. Continua a girare attorno a lui che pare non notarla più di tanto, quando si siede ed ordina un ritratto. Non ha soldi per pagarlo e gli offre un premio di grande valore. La segue così in un teatro dove, attraverso le parole di un uomo sconosciuto, compie un’analisi di se stesso, del suo passato, delle sue paure. La tragedia inizia lì, in quel posto dalle scure atmosfere in cui il pulviscolo nell’aria sembra essere l’unico vivo contatto con la realtà esterna.
Il giovane fugge con una rabbia implacabile, destinata a sfociare in follia omicida. L’aver ripercorso il suo dolore, secondo classici schemi psicanalitici, lo ha reso ancor più vulnerabile di quei silenzi impenetrabili che lo accompagnavano in mezzo alla società. Percorre una via crucis della sofferenza seminando morte tra quelli che lo hanno deriso, offeso, sbeffeggiato ed estraniato dalla vita.
 

Real Fiction” è, finora, il più complesso ed anche il più sottovalutato tra i film di Kim Ki-duk. Da un punto di vista tecnico è innovativo nella sua filmografia; nei contenuti è la sintesi delle tematiche già affrontate, nonché delle anticipazioni per il futuro. Un esperimento girato in poco più di tre ore diventa un film svelando la potenza simbolica del cinema del silenzio di Kim. Ne risente la fotografia, ma ne acquista in drammaticità con quella follia umana scatenata in pochi attimi. La provocazione raggiunge altissimi livelli, nonostante il basso costo ed i pochi mezzi a disposizione.
Il protagonista è uno dei personaggi tipici. Silenzioso, artista, ferito dalla vita come viene evidenziato dal suo sguardo basso e dalla cicatrice sul collo che troverà massima espressione in Han-gi di “Bad Guy”.  Nel supportare l’interpretazione dell’attore nel teatro vuoto in cui si reca con la ragazza, scava nella sua mente ritrovando le radici del suo malessere e le esprime.
Diversamente da altri film di Kim, l’incipit dunque è segnato dal racconto dei segreti del suo personaggio, attraverso le parole dello sconosciuto in cui si immedesima a tal punto da far propria la sua vita: è la società civile, rappresentata da quel cicaleccio che disturba la quiete del suo silenzio, che si macchia del dolore racchiuso nell’animo del protagonista. Ed è stupefacente la capacità di rappresentare il male di vivere di tutta una società partendo da un nucleo vitale isolato, ristretto, come quello spazio occupato da un uomo la cui unica compagnia è la tela che ha davanti.
 
In “Real fiction” si assiste ad un percorso a ritroso, ma circolare. Il protagonista subisce angherie di ogni tipo perseverando nel silenzio fino a che gli viene offerta una possibilità di sfogo proprio da quella donna misteriosa che lo segue come un’ombra. Ed è da ciò che nasce la follia omicida che lo porterà in giro per la città seguendo le tracce del racconto, vissuto nella finzione teatrale.
Si appropria della storia di un altro facendola sua, plasma la vendetta di un altro con il fine dei suoi gesti. Ed anche così restano comunque dubbi, perché le sue parole e le persone che incontra sembrano derivare dai suoi di ricordi.
Insegue la cliente che aveva strappato il ritratto che le aveva fatto e la colpisce con la sua matita (il martirio della carne); trova la sua ragazza che lo tradisce e la uccide su un letto di fiori, lo stesso posto dove lei aveva appena consumato la sua passione (il tocco di poesia che copre la violenza); trova l’amico che gli aveva portato via la donna della sua vita e lo soffoca con un sacco pieno di serpenti vivi (gli animali dei suoi film, con la particolarità che questo tipo rappresenta, nel buddismo, la rinascita); trova la donna che amava, sconfitta dalla vita dopo esser stata abbandonata dal marito, e la consola (le anime gemelle nelle case vuote); trova il poliziotto che lo aveva umiliato anni prima e lo uccide con l’estintore (gli oggetti più inconsueti, come il pesce morto o la mazza da golf); trova il macellaio che un tempo era un militare e che gli aveva provocato la ferita sul collo (il militare di “The Coast Guard”); trova i malviventi che gli rubano i guadagni e li colpisce, uno ad uno, con una pistola (i personaggi forti che vessano quelli più deboli, con un esempio ispirato in Address Unknown”).
 
Sembra essersi tutto concluso, senza che nessuno lo abbia nel frattempo fermato, in una successione di eventi circolari, ma la donna con la telecamera, il suo alter ego, è ancora lì a riprenderlo. Non può fare altro che eliminarla senza pietà, stanco di essere continuamente osservato da un altro se stesso (o dal regista). Infine si rifugia nella casa di una pittrice e si addormenta in un angolo, circondato da macchie di colore, il suo ambiente naturale.
È l’ora di tornare allo spazio degli artisti, pronto a ricominciare davanti ad un’altra tela (la ciclicità di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…”).
I tre ragazzi sono ancora vivi e stanno taglieggiando il vicino di banco che riesce a trovare la forza di ribellarsi, anche lui in preda all’istinto omicida. Lo stop della regia interrompe la scena.
Sembra esser stato tutto un sogno, ma la punta della matita macchiata di rosso sangue lascia un dubbio inquietante.
 

Regia, Sceneggiatura, Scenografia: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Cheol-hyeon Hwang. Montaggio: Min-ho Kyeong. Interpreti principali: Jin-mo Ju, Jin-ah Kim, Min-seok Son, Je-rak Yi, Ki-yeon Kim, Sun-mi Myeong. Musica originale: Sang-yun Jeon. Produzione: Shin Seung-soo Production. Distribuzione: Golden Network Asia Ltd. Origine: Corea del Sud, 2000. Durata: 84 minuti. Titolo originale: Shilje sanghwang”.

 
Movida,  25 aprile 2005.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 
KIM  in LANKELOT

 

                     
 

 
ISBN/EAN: 
0000000

Commenti

"Diversamente da altri film di Kim, l?incipit dunque è segnato dal racconto dei segreti del suo personaggio, attraverso le parole dello sconosciuto in cui si immedesima a tal punto da far propria la sua vita: è la società civile, rappresentata da quel cicaleccio che disturba la quiete del suo silenzio, che si macchia del dolore racchiuso nell?animo del protagonista. Ed è stupefacente la capacità di rappresentare il male di vivere di tutta una società partendo da un nucleo vitale isolato, ristretto, come quello spazio occupato da un uomo la cui unica compagnia è la tela che ha davanti"

kim Ki-duk ama moltissimo questo suo film.

Scrivi: ?Real Fiction? è, finora, il più complesso ed anche il più sottovalutato tra i film di Kim Ki-duk. Da un punto di vista tecnico è innovativo nella sua filmografia; nei contenuti è la sintesi delle tematiche già affrontate, nonché delle anticipazioni per il futuro. Un esperimento girato in poco più di tre ore diventa un film svelando la potenza simbolica del cinema del silenzio di Kim. Ne risente la fotografia, ma ne acquista in drammaticità con quella follia umana scatenata in pochi attimi. La provocazione raggiunge altissimi livelli, nonostante il basso costo ed i pochi mezzi a disposizione.

> Forse dovremmo partire da qui, allora, dimenticando, che so, "Ferro 3". Ma ho il vago sospetto che non esista in circolazione, sbaglio?

2. No,non esiste al momento in Italia, almeno.
Io non partirei comunque, ed assolutamente da Ferro 3. Ferro 3 è già spurgato dal dolore.

Sinceramente non saprei neppure quale primo film consigliare, perché a loro modo hanno un significato a sé. Potrei dirti i film da cui (ri)partirei io.

Primavera (perché è l'apice della ciclicità di Kim), Bad Guy (perché è l'apice del primo Kim), Address Unknown (perché è l'apice della drammaticità della sua Corea).

Real Fiction...è un unicum, al momento...i temi ci sono tutti,ma è girato in modo diverso dagli altri.

grazie cara.

reimp+archivio KKD

reimp+archivio KKD funzionante;)

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