Kim Ki-duk

Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e Ancora Primavera

Autore: 
Kim Ki-duk
 Laceranti implosioni
 
Le parole si costruiscono come tasselli invisibili, mille frammenti che si rincorrono, si aggrovigliano e si confondono con le vivide sensazioni.
L’ansia sottile dell’attesa. Un’esplosione viva; un amore costruito e sofferto che trova sfogo in una sera d’estate dell’ultima follia.
Una fiammella insegue il filo della storiae cresce sintonizzata con la consapevolezza di un qualcosa che già si ama, senza averne ancora gustato il frutto maturo. L’istinto non fallisce. L’appartenenza totale è pronta a riempire il vuoto.
 
Primavera, estate, autunno, inverno…e ancora Primavera” è un “dessert” da gustare a completamento di un pasto ricco di portate, alcune prelibate, altre di seconda scelta.
Regista, montatore nonché attore negli ultimi due quadri, Kim Ki-duk, affidandosi alla sola energia poetica, ha generato un “piccolo fiore prezioso”.
Pittore dalle mille esperienze lavorative, all’età di 38 anni ha dato vita ad un cinema di alto livello, non lasciando traccia di sbavature in nessun punto della pellicola.
Senza una particolare esperienza nel cinema, senza finanziamenti colossali alle spalle, ha saputo rivelare il talento raro che rinvigorisce il cinema mondiale, solleticandone le corde più profonde.
Ad oggi, con questo film, entra nel mio mito. E se la perfezione spesso intorpidisce i sensi, i miei vibrano ancora in un moto perpetuo.
 
Il film è la sintesi perfetta della ricerca interiore, dell’armonia tra il microcosmo ed il macrocosmo, tra la natura e l’uomo, tra la carnalità dell’io esteriore e la spiritualità di quello interiore. La filosofia e la religione dissezionate senza lasciar trasparire altro che la loro intima essenza.
Antico e nuovo, dolce e crudele allo stesso tempo. Vita e morte, stupore e sgomento tra chi interagisce con esso e con i suoi straordinari fotogrammi.
Il film ha mille sfaccettature da raccontare, mille angolazioni da cui poter esser guardato, analizzato e amato. Dall’alto in basso, da destra verso sinistra, dal basso verso l’alto, dal centro verso l’esterno, da sinistra verso destra, dall’esterno verso l’interno non può che destare ammirazione per il pregevole valore artistico ed estetico.
Nel ciclo infinito delle stagioni si adagiano le vite di chi ha già sopito le passioni terrene e di chi deve ancora percorrere il suo personale cammino “umano”.
Fotografia folgorante, magnetismo visivo che non abbandona per un istante la mente dello spettatore. Seduzione istantanea con le sue immagini pregne di simboli, con i dialoghi scarni, quasi assenti ed una sceneggiatura costruita a regola d’arte.
 
I quadri sono l’essenza architettonica del film. Elaborati finemente l’uno accanto all’altro per rappresentare metaforicamente la ciclicità della vita umana e la mutazione dell’essere.
Una continuità temporale che si riflette nel passaggio che racchiude i ritratti umani. La cornice dell’esistenza.
 
Ed inizia così.
 
Si aprono le cigolanti porte in legno. Gli intarsi imponenti lasciano il posto ad un piccolo monastero buddista sospeso in mezzo al lago. Le montagne che lo circondano racchiudono quel piccolo rifugio tra alberi rigogliosi che spuntano dall’acqua.
Una miniatura della vita, un microcosmo nel microcosmo sta per svegliarsi…e per vivere, crescere e poi morire in un ciclo infinito di stagioni.
 

PRIMAVERA“L’innocenza crudele”
 
 L’età della scoperta è il primo quadro. Un bambino gioca nella sua spensieratezza, mentre un anziano monaco lo osserva. Il bimbo non si preoccupa del luogo in cui si trova, né di cosa andrà a fare nello spazio limitato della sua esistenza. Il suo gioco è quello di legare con un sasso ed una corda un pesce, una rana e un serpente. Il capriccio di un istante che non ha conseguenza alcuna, se non nella sua piccola ed innocente mente.
Il vecchio monaco lo segue ancora silenziosamente.
Il mattino dopo quel bambino avrà un sasso legato alla sua schiena. Per liberarsene dovrà percorrere la strada del giorno precedente e ridare eguale libertà a quegli esseri cui lui, nella sua superficialità, ha negato la sopravvivenza.
Se anche una delle creature che hai torturato muore, porterai nel cuore un peso per tutta la vita”.
Il bambino va, scende nelle acque del lago dove ha incastrato il pesce, nell’anfratto di roccia dove ha lasciato la rana e si inerpica, con quella grossa pietra dietro la schiena, là dove ha abbandonato il serpente.
 
Da quelle creature, per lui oggetto di gioco, apprenderà con sgomento la prima lezione della sua vita.
 

 
ESTATE “Il tormento della carne”
 
Una nuova stagione prende il posto dell’altra e le porte del lago, con le mura invisibili, si aprono nuovamente.
Il bambino è già nella fase adolescenziale, la sua vita scorre placida accanto a quel monaco, quand’ecco che una foglia sottile ed ingiallita viene sospinta ed adagiata dal vento in quel posto remoto.
Una fanciulla si reca nel piccolo monastero per guarire da una malattia che la sta uccidendo lentamente.
Non è il corpo ad essere intaccato. “Quando la sua anima raggiungerà la pace, solo allora il suo fisico ritroverà la vita.
Quella foglia fuori posto smuoverà le placide acque del lago e della vita degli esseri che lo abitano. Un destino che doveva essere già compiuto è pronto a seguire un’altra strada.
Sguardi furtivi, gentili attenzioni tra i due giovani che si rincorrono in quel lago, tra gite in barca e tuffi nel fiume per poi cogliere i frutti proibiti dell’amore.
La passione dei sensi si accende come una scintilla capace di incendiare il mondo.
La ragazza ora sorride, può tornare a casa, ma con lei andrà via anche il giovane monaco.
 
Una vita diversa attende quel ragazzo, lontano dal suo microcosmo protetto e protettivo.
 

 
AUTUNNO La violenza della passione”
 
Nell’atmosfera malinconica di questa stagione, tra le foglie ancora guizzanti di vita, torna l’uomo che una volta era un monaco. Non c’è più il fanciullo crudele che tormentava gli animali per gioco, non c’è più il ragazzo folgorato dalla passione dei sensi. C’è solo una maschera abbrutita dal dolore e dalla violenza. Lui, dopo quell’estasi carnale, ha conosciuto il dolore del tradimento e la follia dell’omicidio.
Non sapevi che fosse così?”, chiede malinconicamente il vecchio monaco e, quando il ragazzo tenta l’ultima espiazione delle sue colpe, il maestro gli infligge ciò che avrebbe dovuto fare anni prima. Lo percuote, lo lega e lo costringe ad incidere il Sutra Prajnaparamita su tutto il pontile del tempio, dopo averlo scritto lui stesso utilizzando come pennello la coda del gatto.
Solo dopo aver recitato i versi, lentamente, intagliandone i contorni con quel coltello utilizzato per dar la morte, avrebbe potuto ricreare l’armonia tra se stesso e gli altri. L’energia vibrazionale del Sutra lo avrebbe reso libero dai tormenti interiori.
Proprio allora sopraggiungono due poliziotti per arrestarlo, ma l’anziano monaco li convince ad attendere pazientemente. I due cercano di colpire una lattina gettata nel lago con i proiettili, il monaco senza neppure prendere la mira, la colpirà con una pietra.
Il ragazzo continua il suo lavoro per tutta la notte, finendo poi per perdere i sensi. Al suo posto quei poliziotti, insieme al maestro, colorano le incisioni. L’arresto è inevitabile, mentre il monaco, rimasto nuovamente solo, si prepara alla morte.
 
Mentre una giovane vita abbandona ancora una volta il tempio, l’anziano monaco lascia il suo posto “vuoto” affinché la rinascita ciclica di un altro essere possa giungere a maturazione.
 

 
INVERNO – “L’espiazione
 
Una nuova stagione arriva. Una nuova epoca prende il posto di quella precedente. Molti anni sono ormai trascorsi e qualcuno è pronto a ripassare nuovamente da quelle porte simboliche.
 
Tutto il lago è gelato e la barca con le ceneri del vecchio maestro sono ancora lì.
Il monaco torna uomo maturo per ricominciare dal punto in cui si era fermato. Trova il libro degli insegnamenti e vi si dedica anima e corpo, con una disciplina ferrea ed estenuante per ritemprare il suo spirito così come quello dell’anziano maestro.
Un ciclo che si sta per chiudere e lui questo lo ha finalmente compreso.
Ora potrà dedicarsi alle arti marziali, scolpire il bodhisattva nel ghiaccio e restituirlo al tempio, così come doveva essere. Ora potrà viaggiare per le montagne con un piedistallo legato alla schiena e porre il simbolo della vita che torna, come un faro illuminante per il mondo che sta oltre quello spazio.
In quella stagione, una giovane ragazza madre gli fa visita per lasciare un nuovo bambino da allevare nel tempio.
Quella donna, il cui volto è coperto, muore nella stessa notte e lui, forse per vedere il viso di una madre che non ha mai conosciuto, gli solleva, in un ultimo gesto, il velo.
 
Un’intera vita, racchiusa nella cornice del lago, si è conclusa. Tutto può ancora avvenire.

 
….ed Ancora PRIMAVERA – “La rinascita ciclica”
 
L’apertura delle porte, ancora una volta, dimostra che tutto non avrà mai fine, fino a che un solo essere vivente avrà un cuore che batte.
Una nuova stagione, una nuova vita attende di ricominciare.
 
Un nuovo bambino è pronto ad affrontare la sua esistenza, tra dolcezza e crudeltà, tra carnalità e spiritualità….anche lui…
 
SIMBOLI
 
Le “porte” del tempio, sospese sull'acqua, sono le prime immagini che vediamo interagire con la nostra mente.  Quell’immenso portale rappresenta uno “stargate” per una dimensione al limite del soprannaturale. Non si accontenta di racchiudere un invisibile recinto attorno al lago (l’isola) ma accoglie i passanti come un rituale infinito della vita. Ci si potrebbe passare di lato senza che nessuno possa modificare le cose, ma niente è lasciato al caso. Solo una volta il monaco l’attraversa dal di fuori, quando decide di abbandonare il suo microcosmo per un mondo che non conosce.
Il piccolo “tempio” buddista in mezzo al lago è un diamante incastonato in una valle di pietre preziose.  È un’isola che brilla nell’oscurità, gioisce nei panorami stagionali che lo avvolgono come una calda coperta.
Attorno a questo piccolo tempio in cui si assiste all’evoluzione della vita umana, il mondo si muove e per concretizzare questa idea, ruoterà materialmente attorno alla natura per meglio saldarsi in quella piccola realtà.
All’interno porte sospese che ancora ritualmente vengono oltrepassate ed un bodhisattva, in pietra che viene continuamente portato via come un pegno d’amore, un cordone ombelicale che il giovane monaco non riesce a tranciare.
Gli “animali”: la rana, il pesce, il serpente ed ancora il gatto, la gallina, il cane, la tartaruga sono elementi che armonizzano quel microcosmo simbolico. A parte i primi tre che appaiono nel momento dell’infanzia, gli altri sono quei simboli che vengono portati via dal giovane monaco ad ogni suo addio, per quell’identico motivo che lo spingerà a portar via sempre il Bodhisattva in pietra. La tartaruga sarà la nuova primavera.
 
Il bambino, il ragazzo, il giovane monaco, l’uomo maturo, l’anziano maestro non avranno nome per tutta la durata del film, ma non ci si fa caso, così come non si bada alla penuria di dialoghi. L’empatia, le espressioni cariche di parole non dette, l’intensità delle passioni e del dolore, da un lato, della serenità raggiunta, dall’altro, costruiranno dialoghi immaginari nell’anima.
Da cuore a cuore, da mente a mente, così come il messaggio buddista trasmette.
Non si sente il bisogno di avere di più né si soffre una qualsiasi idea di lentezza. Il tempo ciclicamente sullo schermo scorre come le lancette dell’orologio al polso.
La fotografia raggiunge l’apice ad ogni fotogramma. Le stagioni lasciano segni di vita ad ogni ramo sospinto dalla brezza, ad ogni increspatura dell’acqua, ad ogni luccichio dei raggi solari, ad ogni fiocco di neve che si posa in un paesaggio immobile, incantato. Non c’è possibilità di salvezza dalla sua malia incantatrice.
Tutto sembra dipinto a mano con il desiderio di attirare l’attenzione anche sui più piccoli particolari. Il movimento, la danza scenografica soppianta i dialoghi restituendo l’armonia al tutto. Il regista è un pittore ed il suo occhio attento non ha lasciato alcuna macchia di colore incastrata tra una “tela” e l’altra.
Una parabola dell’esistenza che non lascia niente di intentato, comicità compresa, ed il dolore, la violenza, la passione sfrenata saranno leniti dall’espiazione fino all’armonico ritorno alla natura.
Pulito, raffinato, perfetto in ogni suo singolare aspetto.
La colonna sonora trascina tra un effetto antico ed uno moderno a voler richiamare la duplicità dell’essere e dell’esistere.
Un piccolo, grande, immenso, capolavoro che la mia mente auspicava, ma che si è rivelato molto di più.
 
Inchiodata alla poltrona del cinema, così come quei pochi in sala in un sabato di giugno, mi sono commossa, ho gioito, ho riso, ho vissuto.
 
Alla fine, l’implosione.
 
Finché dura lo spazio, finché permangono gli esseri senzienti, che io possa vivere per scacciare la sofferenza dal mondo”, Tenzin Gyatzo.
 

Regia: Ki-duk Kim. Soggetto e sceneggiatura:  Ki-duk Kim. Direttore della fotografia:  Dong-hyeon Baek. Montaggio: Ki-duk Kim. Trucchi e costumi: Min-hee Kim. Interpreti principali: Yeung-soo Oh (Maestro), Jong-ho Kim (Monaco Bambino), Jae-kyeong Seo (Monaco Ragazzo), Young-min Kim (Monaco Giovane), Ki-duk Kim (Monaco Adulto), Yeo-jin Ha (la Ragazza). Musica originale: Ji –woong Park. Produzione: LJ Film, Pandora Film Production.Distribuzione: Mikado. Origine: Corea del Sud.  Durata: 101 minuti. Anno: 2003. Titolo originale: “Bom yeoreum gaeul gyeoul geurigo bom”.

 
Movida, 30 giugno 2004
 
Originariamente inserita in ciao. Revisione per Lankelot.com

 

ISBN/EAN: 
8032700991557

Commenti

Oggi forse l'avrei scritta diversamente. E' stato il primo film, quello che mi ha emozionato di più. Ero stordita ed incantata ed è qui che ha avuto inizio la mia personale scoperta del regista Kim e delle sue visioni.Ed è qui che il regista compie un'evoluzione vera del suo cinema...i film che verranno dopo saranno, inevitabilmente, diversi. Sarà sempre Kim, ma cambia prospettiva.

...eppure mi piacerebbe tornare a quel giorno di giugno e poter rivedere con gli occhi di allora questo film, e poterne rivivere le emozioni come se fosse sempre la prima volta...

"Ad oggi, con questo film, entra nel mio mito. E se la perfezione spesso intorpidisce i sensi, i miei vibrano ancora in un moto perpetuo".

Questo è il mio Kim Ki-Duk preferito. Anche visivamente è il suo più coinvolgente, a mio avviso. Ovviamente non li ho visti tutti, un paio che hai recensito mi erano ignoti (Crocodile, Bridcage Inn). Gli ultimi suoi non mi sono piaciuti affatto (di Time ne ho scritto molto male, infatti), hanno perso quella carica comunicativa che avevano film come questo, Ferro 3 o Bad Guy.

3.sì Leon,concordo che "visivamente" sia il più coinvolgente. Non riesco davvero a fare una scala precisa dei suoi film, perché ognuno ha un suo perché. Ci sono ovviamente dei picchi,ma credo che con Primavera abbia davvero concluso un ciclo ed i motivi del cambiamento li espongo in La Samaritana. Diversamente dal crescendo del suo primo fino a Bad Guy (Primavera lo metto in mezzo ai due periodi), sta seguendo un percorso diverso. E' cambiato il modo di narrare visivamente e, quindi,la comunicazione emotiva d'impatto che era la sua "firma" si è raffinata (le ambientazioni sono la prova evidente). In alcuni casi si è fatto molto complesso (Time)perdendo in freschezza, in altri ha recuperato dei pezzi di sé (Soffio) ma con pochi risultati, in altri ancora, seppur nella complessità rivela un'evoluzione (Dream). Opere minori, ma la sua mano,anzi l'occhio,lo trovo sempre...mi basta, per il momento.

Non trovi che quell'immagine finale che ho inserito, del tempio nell'oscurità, ricordi il Padiglione d'oro? :)

4 - Si, è vero, ricorda il Padigliono D'oro;)

Davvero affascinante. Molto evocativo visivamente.

Credo anch'io sia il migliore di Kim Ki-Duk. Ma, sbaglio o anche "L'isola" è suo? Anche quello è tra i suoi migliori.

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