MINIATURA: LA REDENZIONE
Il 2004 è un anno d’oro per Kim Ki-duk. Cinema disturbante il suo, ma rivestito di suggestioni creative che aprono la mente all’indagine dell’animo umano e di una società nel suo complesso, attraverso l’immagine e l’uso di una simbologia potente, quasi sempre senza un filtro che non sia il tocco poetico dell’arte.
“La Samaritana” è un film toccante che traccia una linea di demarcazione rispetto ai suoi precedenti lavori, concatenati l’uno all’altro da quel filo realista che si ravvisa come un personale sigillo del regista.
Da una parte la ripresa di tematiche appartenenti ad un passato mai sopito, dall’altra la nuova concezione di tipo espiatoria, circolare, scaturita in modo originale con “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…” e che si evolverà definitivamente in “Ferro 3”.
Questo film si pone esattamente in mezzo, sia cronologicamente che nel percorso ideologico del regista.
Il tipico realismo delle immagini si colloca su di un’altra dimensione, per certi versi con un ritorno alle origini: l’abbandono dei lunghi silenzi e la fotografia di certi luoghi che sembrano scaturire da un mondo irreale, immaginario, sognato e che marca la parte finale del film, dopo un incipit di matrice informatica.
La vividezza dei colori, dell’espressività dei volti e dei corpi non viene a mancare, così come quel tocco pittorico ed ascetico di certi suoi film. A parte le tracce degli alberi carichi di intense sfumature autunnali, è il lago che sembra porgere la sua natura incontaminata per meglio depurare l’inquinamento morale della storia affinché tutto torni ad essere lindo, compresa quell’innocenza che sembrava perduta: redenzione e purificazione con un ritorno alle origini, in senso ciclico.
Kim Ki-duk torna al mondo della prostituzione giovanile, quasi come un’ossessione da cui non riesce a liberarsi, liberandosi dell’istintività del passato. Sceglie di mostrare, senza falso pudore, ciò che avviene nella società coreana (non facciamo fatica nel proiettare altrove questa realtà), in un modo sottile per scuotere le coscienze ed evidenziare a suo modo la tragedia di vite perdute.
Il regista scava nel mondo di quelle ragazze piene di sogni che usano i loro corpi per necessità e degli uomini che si dilettano senza troppe remore o pentimenti.
Siamo ai tempi di “
Birdcage Inn” e “Bad Guy”,
ma con toni ed intenti diversi. Nel primo caso si descriveva una realtà di sofferenza solo intuibile, nel secondo una costrizione fisica e psicologica che via via si trasformava in qualcosa di naturale, accettabile.
In questo film, invece, alle figure delle prostitute si contrappone l’immoralità di chi usa i loro corpi. In mezzo, il padre di una delle ragazze che assume il ruolo dell’angelo vendicatore, con il risvegliarsi della coscienza per il destino della figlia e di quella degli uomini che vi si intrattengono.
Tre quadri: Vasumitra – Samaria – Sonata.

Jeo-jin e Jae-young sono due amiche strette in un abbraccio di complicità commovente, come una perfetta evoluzione delle amiche ritrovate in “
Birdcage Inn”.
Jae-young racconta all’amica la leggenda di una principessa di nome Vasumitra che portava alla redenzione gli uomini che giacevano con lei. Lei inizia ad imitarla, nell’illusione adolescenziale di guadagnarsi velocemente una fetta di torta del mondo degli adulti e per risparmiare i soldi destinati ad un viaggio in Europa in compagnia dell’amica: il miraggio di una possibilità diversa, come lo ha vissuto lo stesso Kim Ki-duk per qualche tempo.
Durante uno degli incontri viene scoperta dalla polizia e, per sfuggire ad una sicura condanna, nonché allo scandalo, si getta dalla finestra, sotto lo sguardo attonito dell’amica.
Jeo-jin si avvicina al corpo tramortito per portarla in ospedale in spalle. Ci sono poche speranze di sopravvivenza, ma Jae-young le chiede come ultimo favore di portare al suo capezzale il ragazzo a cui è affezionata. Jeo-jin corre disperata non riuscendo tuttavia a convincerlo senza offrire il suo corpo ancora integro. Il desiderio della moribonda si realizza quando ormai è troppo tardi. Jae-young è già morta e la disperazione che leggiamo negli occhi dell’altra spezza il cuore, dopo aver sofferto con lei nel vedere l’indifferenza e la lentezza nella risposta di un altro essere umano a cui ha chiesto un favore del tutto legittimo.

Rimasta sola, Jeo-jin tenta di cancellare il passato dell’amica bruciando i soldi risparmiati, ma ci ripensa. Il modo giusto per ricordarla è quello di intraprendere una via di espiazione al suo posto, affinché la metà dell’anima gemella rimasta ancora vitale possa restituire all’altra la purezza della memoria. Sarà lei a prostituirsi, sarà lei a pagare i clienti. Prende l’agenda di Jae-young e ripercorre a ritroso i suoi appuntamenti, cancellando, dopo ogni incontro, ogni indirizzo, con la speranza inconscia che anche il male possa essere cancellato nello stesso modo, come quell’asfalto ripulito dal sangue innocente.
Di queste due ragazze conosciamo parziali episodi di vita. Dell’una non abbiamo immagini familiari, dell’altra partecipiamo ad una solitudine scaturita dalla morte della madre e da un padre assente per motivi di lavoro. Quest’ultimo è un investigatore che, durante un’ispezione, scopre i retroscena della figlia. Non può immaginare le cause scatenanti, ma la tragedia è in agguato: la sofferenza in crescita di un genitore amorevole che prepara la colazione e la risveglia dolcemente con le cuffie alle orecchie, ma che i fin dei conti non conosce la maggior parte della vita della figlia.

Il loro rapporto viene stravolto, anche se in apparenza nulla cambia. Non c’è condanna, né rimprovero, ma cresce di giorno in giorno il desiderio di ripristinare la moralità, in parallelo al tentativo della figlia di purificare il passato dell’amica e degli uomini che aveva incontrato, fino ad arrivare a scuotere la coscienza di un altro padre, di tanti padri come lui.
L’uomo entra nell’altrui casa dove lo si vive come un elemento estraneo che sta per sconvolgere la famiglia, un mondo di illusoria perfezione. La grande sorpresa è vedere le donne che si stringono al capofamiglia per proteggerlo dall’elemento alieno, senza alcuna speranza di vittoria. L’anima si risveglia per avviarsi al suicidio, all’annientamento di sé.
Un’escalation di terrorismo psicologico di una persona che si sente sfuggire di mano l’ultima certezza che possiede e destinata ad esplodere con l’omicidio.
Quando si arriva al pozzo nero, la coscienza si ribella per risalire verso la luce. Così le due strade, la via crucis purificatoria della figlia e quella disperata del padre, devono per forza di cose incrociarsi per potersi sovrapporre.
Dove si conclude una, inizia l’altra, come le leggi della natura impongono. Il viaggio verso un posto idilliaco a cui le tensioni emotive tendono è il passo finale, decisivo, risolutivo per entrambi: la tomba della madre, con la sua lapide fredda e allo stesso tempo calorosa, dove poter fare un picnic di altri tempi, quando tutto era diverso, con le pietanze tradizionali, familiari, protettive preparate amorevolmente dal padre e su cui indugia l’occhio vivido della regia (il pesce).
Ed è così che tutto si compie, dopo il percorso doloroso di ricongiungimento familiare, secondo la via dettata dalla memoria nostalgica.
Quel momento rappresenta da un lato l’unità di anime che, per eventi diversi, si erano divise e per altro verso, la sintesi di un istante finale, quella della presa di coscienza e della sua evoluzione.
L’espiazione di una si è compiuta. Ora deve crescere.
L’espiazione dell’altro deve ancora compiersi. Ora deve andare.
Devono solo riprendere a seguire due percorsi diversi, di nuovo divisi, in piena solitudine.
In uno scenario di perfetta bellezza visiva sublimato dall’immagine di un’automobile in un lago che diventa l’isola in cui tutti i personaggi del cinema di Kim ki-duk vivono o tendono, il finale è duplice: uno sognato in un’atmosfera ovattata, l’altro reale. Il primo appare più possibilista, nonostante l’apparenza contraria.

La speranza non fa parte del suo mondo, piuttosto la consapevolezza di una realtà che si accetta perché immodificabile. Per questo motivo, il film è una via di transizione rispetto a “
Ferro 3” in cui la presa di coscienza raggiunge la dimensione dell’invisibilità, rispetto alla solitudine da cui ha origine. In “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…”, invece, il finale, è pessimista, perché il nuovo bambino che ciclicamente ripercorre l’esistenza del monaco ormai adulto e maturo, compie gli stessi atti crudeli sugli animali delle scene iniziali. Allo spettatore è lasciata la sola immagine del gioco con una tartaruga.
I paragoni che possono ravvisarsi con altri registi (leggasi Kitano), sono del tutto inverosimili. Personalmente non amo fare accostamenti ideologici, soprattutto quando è evidente che il ceppo sia similare, per cultura, tradizioni ed esperienze di vita sociale. Il tentativo di fare citazioni, seppur con l’intento positivo di evidenziarne il talento, non deve far dimenticare il vissuto di quest’uomo particolare approdato alla regia quasi per caso. Le sue visioni erano e rimangono uniche, almeno fino a che non cambierà registro.
Seppur d’impatto più vicino al moralismo di stampo cattolico (il titolo forse ne è la prova più evidente), Kim Ki-duk non disdegna anche in questo film la violenza ma la rende più intima, sommessa ed esternata con tale pudore che rinuncia alla ripresa diretta delle immagini. L’occhio si sposta di fronte alla morte. I corpi di chi si è suicidato non vengono mostrati esplicitamente. Si vede il lancio. Si ode il suono sordo, duro, secco dell’impatto con il suolo e si vede il rivolo di sangue che scorre, ma null’altro. La stessa cosa per l’omicidio. Il pestaggio si sussegue violento, non risparmiando colpi, non lasciando pause, ma la scelta è l’omissione visiva.
E questa è una sorpresa per Kim Ki-duk che fino a questo momento non aveva risparmiato nulla ai suoi ristretti nuclei vitali. È inutile negarlo, siamo lontani dalle suggestioni de “
L’isola” dove lo sguardo seguiva, istante dopo istante, l’amo che si infilava nella gola, e siamo distanti anche dalle tensioni di “Bad Guy”
dove il vetro si conficcava nel ventre di Han-gi come una lama nel burro morbido. Siamo anche distanti da “
Primavera…”,
in cui la mente si contorceva nella visione di quegli animali che seguivano il destino tracciato dalle mani di un bimbo. In “
Address Unknown”
e ne “
La Samaritana”,
invece, quello che mostra degli animali bastonati e dei corpi straziati è il prima ed il dopo, non quello che si svolge in mezzo. Soprattutto in quest’ultimo, i toni sono smorzati da un intimo pudore che non lascia scampo.
Pentito? Cambiato? O l’intento è diverso? Probabilmente l’ultima, perché quando la visione si allarga alla società nel suo insieme il suo pudore supera la barriera di una volontà esplicitamente e poeticamente realista.

Il punto forte del film sta, quindi, nel percorso interiore e nella sommessa accusa verso la società che fuoriesce dalle vicende delle dure ragazze così morbosamente legate l’una all’altra.
È la comunione di anime, è la solitudine che le solleva in una nube di calorosa protezione dalla società. Emblematica la scena in cui le ragazze si avvicinano alle statue immobili, coppie diverse, uomo e donna, ragazzo e bambino, come opposti che finalmente si riconciliano con il mondo. E lo fanno nel modo tipico del cinema di Kim Ki-duk. La loro serenità, la loro armonia è nella realtà delle statue, nell’immobilismo, nel silenzio, nell’estraneità dalla carne (i quadri di
Egon Schiele, la statua vivente di “Wild Animals”, gli animali di pietra di “
Primavera…”, l’occhio cieco di “
Address Unknown”, la casa subacquea di “
Crocodile”, tanto per fare degli esempi).
Al corpo acerbo, plastico delle giovani che imitano le statue, senza neppure esserne consapevoli, ed in cui si inserisce anche l’immagine di Jeo-jin nella sua stanza, nel suo letto, mentre dorme, si contrappone la vivacità espressiva dei loro volti, dei loro sorrisi, delle loro lacrime. Dall’altra parte si colloca il padre di Jeo-jin che insegue, avvicina, i clienti della figlia, tutti perfettamente normali, in modo silenzioso, cupo, minaccioso in una crescente tensione destinata ad esplodere.
Dopo Jo Jae-hyun, indimenticabile interprete di almeno metà dei suoi film, il regista ha avuto la perspicacia di trovare sostituti perfettamente in grado di rimpiazzare l’onnipresente maschera muta e mobile allo stesso tempo.
La solitudine è la conclusione di una parabola dell’esistenza stravolta dagli eventi. Si è scavato nella vita normale di una studentessa che vive con il padre vedovo e ha un’unica amica sulla faccia della terra, anima gemella che la società, i sogni illusori, le hanno portato via. Jeo-jin però è diversa, perché se complice fino alla fine (estremamente commovente quando prende in braccio l’amica per portarla in ospedale), scambiando con lei saluti affettuosi dalla finestra, giocando con lei in un mondo estraneo, tenta di farle cambiare idea sulla strada incosciente che sta intraprendendo.
“La Samaritana”” è, dunque, un film di transizione, perché il pessimismo è sfumato in un finale che lascia aperta la strada dell’interpretazione. C’è una presa di coscienza ed una decisione sofferta, ma responsabile. E quel padre che imboccava il suo pulcino, facendo le parti di mamma chioccia, non rinuncia a dare al suo piccolo un ultimo aiuto nel mondo reale, con un tocco di colore (le pietre dipinte di giallo che marcano una via) che si contrappone al sogno (il blu delle scene sfumate), affinché possa reggere il peso della vita con le sue gambe.
Regia, Sceneggiatura, Scenografia: Ki-duk Kim.
Direttore della fotografia: Sang-jae Seon.
Costumi:Seung-hee Lim.
Montaggio: Ki-duk Kim.
Interpreti principali: Yeo-reum Han (Min-jeong Seo), Eol Lee (Yeong-ki), Ji-min Kwak (Yeo-jin).
Musica originale: Ji Park, Ji-woong Park.
Produzione: Ki-duk Kim.
Distribuzione: Show East, Cineclickasia.
Origine: Corea del Sud, 2004.
Durata: 95 minuti.
Titolo originale: “Samaria”, “Samaritan Girl”. Orso d’Argento alla regia, Berlin International Festival 2004.
Originariamente inserita in Lankelot.com


Commenti
Nuovo articolo di Movi: l'archivio Kim Ki Duk vicino a tornare all'antico splendore;)
"Seppur d?impatto più vicino al moralismo di stampo cattolico (il titolo forse ne è la prova più evidente), Kim Ki-duk non disdegna anche in questo film la violenza ma la rende più intima, sommessa ed esternata con tale pudore che rinuncia alla ripresa diretta delle immagini. L?occhio si sposta di fronte alla morte. I corpi di chi si è suicidato non vengono mostrati esplicitamente. Si vede il lancio. Si ode il suono sordo, duro, secco dell?impatto con il suolo e si vede il rivolo di sangue che scorre, ma null?altro. La stessa cosa per l?omicidio. Il pestaggio si sussegue violento, non risparmiando colpi, non lasciando pause, ma la scelta è l?omissione visiva"
ecco la mutazione del cinems di Kim Ki-duk.
Ne avevo inserito 12 all'epoca. Ne ha fatti altri 3 + 2. In totale 15+2 :)
"?La Samaritana?? è, dunque, un film di transizione, perché il pessimismo è sfumato in un finale che lascia aperta la strada dell?interpretazione".
Si, transizione. Ma forse è una transizione che ancora dura. A me pare che da questo film in poi ci sia una parabola discendente. In ogni caso, i miei più vivi complimenti per l'analisi. Sbaglio o Kim Ki-Duk è il tuo preferito? O comunque è una lotta alla pari con Wong Kar-Wai. Io tra i due preferisco il secondo, e forse ancor di più Zhang Yimou. Ad ogni modo, aspetto tutti gli altri tuoi pezzi sul cinema orientale;)
Giuro che non riesco a dire qual è il mio preferito tra i tre contemporanei,perchè ognuno di loro è diverso ed ognuno mi ha trasmesso qualcosa. Un senso di vertigine Kim, struggente malinconia il secondo (e poi ha tra i suoi attori feticcio - un mio idolo personale, da femminuccia,ma anche Kim mi ha appena fatto una sorpresa) e Zhang (pure lui ha utilizzato lo stesso idolo) beh è un'estasi.