Kim Ki-duk

L'isola

Autore: 
Kim Ki-duk
PESCI DEFORMI
 
“L’isola è il luogo cui tutti aneliamo, ma che rifuggiamo quando ci giunge a noia. L’isola dell’uomo è la donna, quella della donna è l’uomo”, (kim Ki-duk).
 

Minuscole case gialle, rosa, verde, blu, lilla sospese sull’acqua come petali che non vogliono rinunciare a vivere, aggrappandosi alla superficie per non farsi disperdere dal vento.
Una vecchia barca scorre placida tra la nebbia portando nutrimento a ciascuno degli abitanti di quelle micro-realtà disseminate nello spazio circolare di un lago.
Chi pesca, chi ama, chi riposa, chi fugge: in ognuna di quelle case si nascondono segreti che Hee-jin, la donna del lago, non può svelare. È muta.
Offre ami da pesca, passaggi da e per la terraferma, a volte anche il suo corpo, ma la sostanza non cambia perché è come se fosse essere invisibile in un mondo di cui rimane unica spettatrice.
 

Hee-jin è sempre lì, nascosta, ai margini della terraferma, con la compagnia di una barca e di un cane.
Ninfa d’acqua che si muove silenziosa finché un giorno si accosta all’anima solitaria rifugiata nella casa gialla, Hyun-shik. In un via vai di prostitute, dovrà competere con una di loro per attirare le attenzioni dell’oggetto dei suoi desideri fuggito dal dramma dell’omicidio.
Per un istante sembra far breccia nel suo cuore, dopo averlo salvato dall’ennesimo tentativo di suicidio. La difficoltà di comunicazione tra di loro si palesa immediata, per l’incapacità reciproca di farsi parte del mondo dell’altro, o perché talmente simili da apparire distanti. Eppure si riempiono di attenzioni reciproche, attraverso il cibo o giochi costruiti con il filo di ferro (Wild animals).
 
Morbosamente gelosa fino all’omicidio, Hee-jin si perde nel sogno di una vita irreale, lì in quella casetta gialla che pare il centro dell’eden. La gelosia si fa sentire in modo viscerale perché, con la presenza di un’altra donna, quella speranza di spezzare la solitudine per creare l’ideale utopico della felicità a due viene vanificata. Solo quando tenterà il suicidio, con lo stesso strumento utilizzato da Hyun-shik, lui tornerà indietro, sentendo il suo urlo straziante, unico richiamo vocale che la donna emetterà in tutto il film.
 
Sono personaggi anomali quelli de “L’isola”. Sono due solitudini che si cercano e si distruggono a vicenda, prima Hyun-shik con il suo corpo e poi Hee-jin che si mette allo stesso livello, aprendo una breccia nel muro dell’incomunicabilità.
 
Il silenzio è la proiezione delle ferite dell’animo. Quelle di lui si possono intuire da un flashback che lo colpisce come un uragano a ricordargli il suo passato. Quelle di lei non si svelano. Eppure esistono perché, come a tutte le figure mute di Kim Ki-duk, la vita ha tolto la parola, così come toglierebbe alle creature viventi il cibo per alimentarsi.
La tortura del corpo è il macabro strumento che dona a ciascuno dei suoi personaggi per esprimere la loro interiorità.
Hee-jin utilizza il suo corpo come mezzo di scambio, unica via di fuga, seppur momentanea, dalla solitudine. Hyun-shik tenta di suicidarsi con i mezzi più incredibili: gli ami da pesca fatti scivolare nella gola e poi tirati con violenza. Il delirio masochistico coinvolgerà la donna con lo stesso strumento: gli ami infilati nella vagina e poi strappati, quando tutto sta per svanire, quando sembra che l’illusorio amore di lui sia perduto. Quegli ami li uniscono, così come quell’immagine che li vede accostati a rappresentare un cuore.
 

L’isola” è un’opera incredibile e disturbante della maturità artistica del regista che non risparmia scene raccapriccianti, perfino macabre, ma che portano il segno inequivocabile di una genialità che si svela appieno.
Scene terribili che ci fanno comprendere quanto crudele, a volte, possa essere la sofferenza umana.
Allo stesso modo in cui lei aveva amorevolmente estratto gli ami dalla gola del ragazzo, Hyun-shik farò lo stesso con il corpo di lei. Ma vi è di più, la crudeltà non si limita all’uomo.
Kim Ki-duk si accanisce sugli animali in modo altrettanto cruento: una rana spezzata in due per nutrire l’uccellino in gabbia che poi verrà gettato in acqua ad affogare, un pesce fatto a pezzi con rabbia, oppure filettato con un coltello da sushi e rigettato in mare ancora vivo. Il senso di ciò è proprio nel voler dimostrare a tutti i costi la crudeltà dell’animo umano. È riduttivo ritenere questo film come un’opera semplicemente violenta.
Più si accanisce sugli animali e più desolante appare l’animo umano. La tortura di se stessi non basta. È necessario qualcosa di più intenso da compiere su esseri visivamente più deboli. Paradossalmente l’unico ad esser rigettato in mare ancora vivo è proprio quel pesce a cui la sorte aveva concesso un’altra possibilità di vita, seppur nel martirio della carne. Emblematico, quindi, l’utilizzo del pesce, per sua natura muto, reso deforme dalla mano dell’uomo, come simbolo della mutilazione dell’anima. Sia Hee-jin che Hyun-shik, attraverso l’uso simbolico degli ami da pesca, si ripescano a vicenda dall’acqua in cui sprofondano. Tutti sono pesci che continuano, nonostante la tragica realtà, a sopravvivere.
 
Un momento di pace li vede amoreggiare poeticamente attraverso due pennelli intrisi di pittura gialla che si toccano quasi come se si stessero baciando, nel tentativo di sperimentare tra di loro un rapporto di autenticità.
Gli eventi, tuttavia, precipitano e la loro “isola” sta per sparire divorata da un passato che ritorna. Hee-jin trascina la casa gialla in un boschetto di piante acquatiche, tanto fitto da renderlo invisibile al mondo esterno. Ed ecco che le inquadrature si allargano e trascendono.
Quell’ammasso di alghe svanisce lasciando il posto all’immagine del pube femminile della ragazza, il cui corpo, immerso nell’acqua, è inesorabilmente adagiato nella barca: il sacrificio supremo, la protezione dell’utero femminile a cui lui ritorna.
 
Un’isola nell’isola dunque: la trasfigurazione della realtà.
 
Kim Ki-duk, con “L’isola”, è alla prova che porterà il suo cinema al di fuori dei confini coreani. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nell’anno 2000, il film è considerato una delle punte di diamante della sua collezione , per molti anche la massima espressione delle sue tematiche ispiratrici. Per certi versi è così. Il nucleo vitale che suole filmare non si trova più ai margini, costretto in angoli ben delineati. In questo film c’è un primopieno distacco, l'isola, per l’appunto, in cui i personaggi tentano di sopravvivere più che vivere, aggrappandosi ad utopiche speranze che si trasformeranno in un amaro destino.
L’isola-simbolo è ovunque: le casette sul lago, la barca che scivola sull’acqua, il boschetto di alghe, il pube della ragazza.
Il sesso, prima con uomini occasionali e poi con Hyun-shik che ha le sembianze di un animaletto ferito, rappresenta sia il mezzo di una comunicazione estrema, sia un calmante per l’anima sofferente: scene di sesso mercenario, scene di sesso macchiato dall’omicidio, scene di sesso punitivo ed, infine, scene di sesso lenitivo.
Kim Ki-duk non indugia sui particolari, ma li fa intravedere in lontananza, tranne che in occasione del post-trauma di Hyun-shik. Il ragazzo, appena riavutosi dallo shock degli ami in gola, accoglie Hee-jin pronta a restituirgli le forze per continuare a lottare con un atto dolce, leggero e, in fondo, quasi materno.
 
L’omicidio, il richiamo forte del sesso, la gelosia, l’ossessione del suicidio, il tormento delle creature indifese, l’ambientazione, si svilupperà con toni ascetici in Primavera, Estate, Autunno, Inverno…e ancora Primavera”. ConL’isolaè tutto ancora allo stato germinale, forse primitivo, come quelle pulsioni istintive che tratteggiano il tema del film. In Ferro 3 – La casa vuota”, invece, farà culminare l’espressione del disagio attraverso il silenzio e l’uso simbolico del corpo.
 
La violenza visiva è a tutto tondo, in un ciclo infinito di vita e di morte. I silenzi mossi appena dalle increspature dell’acqua si rivestono dei meravigliosi colori della natura. I silenzi dell’anima acquistano vitalità attraverso il sangue che sembra gridare il suo dolore in quell’isola dell’utopia.
 
Splendida è la fotografia esaltata dalla suggestione lirica di uno scenario naturale investito dalle mutevoli condizioni climatiche. Le inquadrature che prediligono i campi lunghi, restituiscono l’immagine chiara delle isolette colorate sull’acqua, in cui si rifugiano esseri di ogni specie. Ed è proprio la bellezza delle immagini che godono di tramonti spettacolari che rende ancora più agghiacciante la crudeltà dell’uomo che tutto corrompe.
A restituire l’equilibrio sopraggiunge la musica dolce e struggente, dominata dalle note di un pianoforte, che spezza i silenzi placando i più inquietanti sentimenti di violenza e, per dirla tutta, di repulsione.
 
L’isola” è un film difficile, estremamente duro in certi momenti, da far star male in modo inusuale. Nelle dense scene che si delineano lungo il corso del film si svelano tocchi di originalità autentica.
Forte è il messaggio di Kim Ki-duk ed altrettanto forti sono, quindi, le immagini che vogliono veicolare tale messaggio.
Tra silenzi irreali ed il pallido riflesso della luce lunare sull’acqua, lievemente increspata dal dondolio delle case sospese, la barca scivola lenta ad osservare e proteggere ciascun microcosmo che si alimenta di crudeltà umana.
Il desiderio di felicità che pulsa in quell’anima solitaria si disgrega nella desolazione di una realtà seducente che la respinge. Non esiste alcun posto dove si possa essere felici. Non ci si può nascondere a lungo da se stessi, né dal proprio passato. Il destino vuole così, riservando ad uno di loro l’invisibilità dalla vita. L’altro dovrà necessariamente annegare.
Qualche anno dovrà passare prima di vedere il pessimismo de “L’isola” trasfigurato nella consapevolezza di una realtà che non si può modificare e per la quale non resta altro rimedio che l’invisibilità.
 
Regia, Sceneggiatura, Scenografia: Ki-duk Kim.
Direttore della fotografia: Suh-shik Whang.
Costumi:Eun-jung Joo.
Montaggio: Min-ho Kyeong.
Interpreti principali: Jung Suh (Hee-jin), Yoo-suk Kim (Hyun-shik), Sung-hee Park (Eun-ah), Jae-hyeon Jo (Mang-chee).
Musica originale: Sang-yun Jeon.
Produzione: Myung Film.
Distribuzione: Catherine Park.
Origine: Corea del Sud, 2000.
Durata: 85 minuti.
Titolo originale: “Seom” (“The Isle”). Selezione alla Mostra del cinema di Venezia per il Leone d’Oro, anno 2000.
 
Movida, 7 marzo 2005.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 
KIM KI-DUK in LANKELOT

 

 

 

 

ISBN/EAN: 
8032706212847

Commenti

"Morbosamente gelosa fino all?omicidio, Hee-jin si perde nel sogno di una vita irreale, lì in quella casetta gialla che pare il centro dell?eden. La gelosia si fa sentire in modo viscerale perché, con la presenza di un?altra donna, quella speranza di spezzare la solitudine per creare l?ideale utopico della felicità a due viene vanificata. Solo quando tenterà il suicidio, con lo stesso strumento utilizzato da Hyun-shik, lui tornerà indietro, sentendo il suo urlo straziante, unico richiamo vocale che la donna emetterà in tutto il film"

...tema che si ritroverà in Time, sotto altre forme.

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Kim Ki-duk si accanisce sugli animali in modo altrettanto cruento: una rana spezzata in due per nutrire l?uccellino in gabbia che poi verrà gettato in acqua ad affogare, un pesce fatto a pezzi con rabbia, oppure filettato con un coltello da sushi e rigettato in mare ancora vivo. Il senso di ciò è proprio nel voler dimostrare a tutti i costi la crudeltà dell?animo umano. È riduttivo ritenere questo film come un?opera semplicemente violenta.
Più si accanisce sugli animali e più desolante appare l?animo umano. La tortura di se stessi non basta. È necessario qualcosa di più intenso da compiere su esseri visivamente più deboli. Paradossalmente l?unico ad esser rigettato in mare ancora vivo è proprio quel pesce a cui la sorte aveva concesso un?altra possibilità di vita, seppur nel martirio della carne. Emblematico, quindi, l?utilizzo del pesce, per sua natura muto, reso deforme dalla mano dell?uomo, come simbolo della mutilazione dell?anima. Sia Hee-jin che Hyun-shik, attraverso l?uso simbolico degli ami da pesca, si ripescano a vicenda dall?acqua in cui sprofondano. Tutti sono pesci che continuano, nonostante la tragica realtà, a sopravvivere"

Le scene che riguardano gli animali sono state un vero shock.
Le ho comprese, ho compreso il messaggio, appieno. Non so fino a che punto vere, ma non le ho condivise lo stesso.

La scena degli ami, allo stesso modo, inaffrontabile.

Eppure, alla fine, non so...rimane la bellezza di una visione crudele, ma interiorizzata, trasfigurata. L'isola-simbolo è ovunque.

"Il silenzio è la proiezione delle ferite dell?animo. Quelle di lui si possono intuire da un flashback che lo colpisce come un uragano a ricordargli il suo passato. Quelle di lei non si svelano. Eppure esistono perché, come a tutte le figure mute di Kim Ki-duk, la vita ha tolto la parola, così come toglierebbe alle creature viventi il cibo per alimentarsi"

http://www.youtube.com/watch?v=wZcZyia_EmU&feature=related

"Le scene che riguardano gli animali sono state un vero shock.
Le ho comprese, ho compreso il messaggio, appieno. Non so fino a che punto vere, ma non le ho condivise lo stesso. "

> Anni fa, c'era stato un certo dibattito su una questione analoga:
http://www.lankelot.eu/index.php/2007/05/07/lupi-cannibal-il-cinema-selv... a partire da qui...

3. Conosco il cinema di Deodato, non siamo in quelle visioni ...in KKd il pesce vive...mutilato ma vive... vado a leggere...

poi, se guardi tra i pezzi di Gordiano, trovi il resto:

http://www.lankelot.eu/index.php/2007/05/11/deodato-cannibal-holocaust-c...

e

http://www.lankelot.eu/index.php/2008/09/06/deodato-ruggero-un-cannibale...

(beh, là niente commenti, questione esaurita. Però interessante).

(cmq, se hai modo, caricane anche 3 o 4 al giorno, di KdK.
E' uno spettacolo, questo tuo studio dell'autore).

6. è un po' dura con il caricamento di tutte le foto. Le ho perse tutte, le sto cercando. Non credi di esagerare con 3 o 4 al giorno? Mi sto prendendo il giusto tempo per scrivere sugli ultimi mancanti...

vedi tu:).
Io leggo (e vedrò o rivedrò) con piacere comunque.

Un film straziante. Non ho visto altri film suoi, ed ammetto di averne timore. Chi sa.

9. A quel livello, di strazio intendo, ho trovato solo Address Unknown,che ha però un contesto diverso, inevitabilmente straziante.
Negli altri, almeno nei primi 11, la visione, seppur dolorosa, è più mite.
La scena degli ami e del pesce mi ha fatta, nell'Isola, mi ha fatta star male per giorni. Negli altri, il dolore è più interiore.

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