Kim Ki-duk

L'Arco

Autore: 
Kim Ki-duk
LA PIETA’ NASCE DALL’INTERNO
 
L’arco è il più potente dei simboli che s’intrecciano sulla barca-isola del dodicesimo film di Kim Ki-duk. L’arco può essere strumento di salvezza se animato da istinti protettivi; può essere strumento di morte se a guidarlo è la mano gelosa dell’uomo. Queste le idee più comuni da associare ad un arco, ma Kim Ki-duk va oltre, scalfendo la superficie dello specchio che rimanda la duplice visione del bello e del brutto della vita umana, di ciò che appare giusto e del suo contrario. Ecco che l’arco può essere strumento musicale, con la semplice combinazione di piccoli elementi da cui far scaturire una nenia dolce che accompagna la placidità di un’esistenza immersa nell’acqua; ma l’arco è anche strumento di vaticinio quando tre frecce colpiscono un Buddha dipinto sul fianco di una barca, evitando una ragazza che ondeggia sull’altalena che pare sospesa. Il Buddha è immobile ma ha gli stessi colori della figura umana che con il movimento placido dell’altalena sospesa sembrano quasi confondersi, sovrapponendosi in quei pochi istanti che impediscono alle frecce di trapassarle il cuore. L’arco è l’alter ego di un uomo anziano, lo strumento vitale e potente che si sostituisce alle parole o alle carezze per avvicinarsi ai sentimenti. L’arco è anche lo strumento di unione tra materia e spirito, in una comunione tra uomo e donna che sembra lambire la superficie dell’acqua per sprofondare negli abissi dell’eternità. L’arco, infine, è il dolore che colpisce la Corea, nella sua anima divisa, nel contrasto tra la tradizione e la galoppante modernizzazione.
 
 

 
 
Una ragazza vive in pieno isolamento con un uomo anziano su di una scalcinata imbarcazione. Lui l’ha cresciuta ed ora attende il diciassettesimo anno d’età per sposarla. Lei, bimba serena ripescata dal mare, non conosce o non ricorda altra realtà che quella. I pescatori occasionali che s’immergono di tanto in tanto in quell’oasi silenziosa mostrano il lato più meschino dell’uomo, avvicinandola con stratagemmi per potersi approfittare della sua innocenza. Lei dimostra di potersi difendere anche da sola. Non si pone alcuna domanda sul mondo esterno, né su quei miseri personaggi che le appaiono alieni di cui farsi beffe. Ciò che ha conosciuto le basta per sapere che il mare la protegge dal male esterno, ma la realtà si presenta con le armi di un volto angelico, iniziando piano, prima con l’uso di un walkman e poi con le illusioni del cuore, a distrarla dalla sua “isola”. Un giovane ragazzo le si avvicina con dolcezza, suscitandole emozioni nuove a cui non può resistere. Lei vuole seguirlo sulla terraferma, abbandonando così la vecchia vita, il suo passato, per qualcosa che le è del tutto sconosciuto.
L’anziano, il cui amore si è trasformato in ossessione, si rende conto che sta perdendo tutto, anche l’illusione dell’attesa. Il giorno del matrimonio non potrà arrivare, la vita non ha più nulla da donargli e, pertanto, tenta di sfuggirle e di sfuggire alla sua solitudine impietosa. Il suicidio non può che essere la soluzione finale con un cappio al collo che si stringe ancor di più con l’allontanarsi dell’altra barca finché lei si accorge che qualcosa sta accadendo e torna indietro. Il silenzio di quegli anni in comune parla al suo cuore. Mentre il ragazzo assiste impotente a riti surreali, l’uomo celebra le nozze con la ragazza, con gli abiti tradizionali che aveva preservato per l’occasione. Una barca più piccola li accoglie in questo rito sacro che si conclude con l’ultima freccia scoccata verso il cielo; solo allora l’anziano può sprofondare nelle acque del mare, mentre la piccola imbarcazione misteriosamente si riavvicina a quella dov’è rimasto il giovane. L’uomo anziano pare essersi tramutato in vento e solo così, con la freccia tornata dal cielo a conficcarsi tra le gambe della ragazza, si può congiungere con lei, consacrandola ad un’unione eterna. E non si sa se il sangue che macchia il vestito bianco sia per la ferita provocata dalla freccia o per la perdita della purezza virginale.
 
Il dodicesimo film, presentato a Cannes nel giugno 2005, riprende moltissimi elementi chiave epurati da quella forza che caratterizza la precedente filmografia di Kim. Con “Ferro 3 – La casa vuotail regista aveva già raggiunto l’apice dell’evoluzione della sua poetica, dopo l’autentica svolta di “Primavera, Estate, Autunno, Inverno…”, ma la traccia del mutamento si rivela assai più profonda nell’attuale film. Manca, sembra quasi assurdo pensarlo, la violenza cruda mai fine a se stessa, quella potente, lirica, evocativa e straziante di “Bad Guy.
Le emozioni sembrano indebolirsi progressivamente all’accrescersi del silenzio, con un effetto diametralmente opposto agli undici lavori precedenti.
La pietà viene dal di dentro ed è rimarcata da quel ritorno della ragazza, da quell’assoggettarsi ai desideri dell’anziano che tenta di suicidarsi perché ha perduto tutto (o perché vuole destare in lei un profondo senso di colpa). È sempre Kim Ki-duk alla regia, ma qualcosa non convince appieno, qualcosa che dimostra come il film non sia perfetto nella sua intima essenza, probabilmente la fretta di completare il lavoro per la presentazione ufficiale o probabilmente perché la sua visione del mondo è mutata e questo è il primo seme di una produzione del tutto nuova. Nonostante il continuo déjà vu, manca la capacità totale della comunicazione in assenza della parola. Il ritmo non cambia, ciò che pare esser mutata è l’intensità espressiva delle sue storie attraverso quella manciata di simboli che gli sono sempre stati cari. Ed è anche l’unico film in cui il tempo allargato riesce ad incidere sull’animo umano una vaga sensazione di noia sofferta, complice una fotografia che pare meno limpida, complice una colonna sonora meno incisiva del solito, per assurdo più in linea con il contesto in cui è inserita, e per questo incolore.
 

Ciò che rimane è quel ventaglio di simboli, alcuni nuovi, che restano come antiche vestigia di un passato luminoso. C’è la Corea che questa volta si fa simbolo, come i colori della sua bandiera nel Buddha, negli abiti della ragazza, nel centro colpito dalle frecce. C’è la lotta tra la tradizioni e la modernità, nel contrasto delle generazioni, nel tentativo di lasciare l’isola, nella manipolazione del tempo-calendario. C’è l’imbarcazione-isola che racchiude i suoi abitanti, proteggendoli dalla brutalità esterna, dall’egoismo disumano che si accanisce sui deboli; ma c’è anche una coppia di solitudini diverse che vivono insieme nel silenzio totale, se non fosse per quei bisbigli tra di loro che non possono essere uditi dall’esterno; c’è un’imbarcazione scalcinata che pure vive attraverso i suoi colori, come quel lago de “L’isolasu cui erano disseminate le casette galleggianti o quegli ideogrammi incisi sul pavimento che circondava il tempio galleggiante in Primavera, Estate, Autunno, Inverno…”, e che qui si ripetono nei divani colorati della barca; ci sono le immagini religiose come inPrimavera, Estate, Autunno, Inverno…che richiamano alla mente i riti sacri e si confondono con la purezza infantile minacciata dall’esterno ma anche dall’interno per quell’ossessione che lega l’anziano alla bambina, che supera il rapporto paterno, quando la difende dagli sconosciuti, o la lava nella tinozza, per lambire gli atroci confini della pedofilia (e qui non posso non pensare al tema di Gabriel Garcia Márquez, nelle “Memorie delle mie puttane tristi”, nell’accostamento tra la ragazza e l’anziano); ci sono gli animali, come gli onnipresenti pesci e le galline presenti in uno dei quadri diPrimavera, Estate, Autunno, Inverno…utilizzate nel rito matrimoniale ma vitali ed integri; ci sono gli oggetti inanimati che portano dolore, quali gli ami da pesca e le frecce che si conficcano nelle cosce degli avventurieri; c’è l’abito bianco intriso di sangue come ne L’isola”; c’è l’autolesionismo del vecchio che segue l’ombra della sua ossessione fino al suicidio, tentato quando si rende conto che la sua isola è stata annientata dal mondo esterno, compiuto quando comprende che non avrà futuro; ci sono gli immutabili silenzi che sembrano voler spiegare più di mille parole il dolore di un vuoto esistenziale, il dolore taciuto perché inesprimibile; c’è un walkman (“La Samaritana eBirdcage Inn”) che isola da una realtà già di per sé colma di solitudine; c’è l’invisibilità assoluta che supera i confini di “Ferro 3 – La casa vuota” trasformandosi in puro spirito, nell’immaterialità del vento che può penetrare nell’intima essenza della donna per congiungersi a lei; c’è una barca che affonda con lo spirito del suo protagonista immergendosi nelle profondità marine per sempre, tornando nell’acqua purificatrice, materna consolazione di tutti i mali. L’isola svanisce, è invisibile, è interiore.
                                                       
La novità è la commistione tra quell’isola e il mondo esterno che resterebbe totalmente fuori se non fosse per il walkman e per il giovane pescatore che porta con sé la visione dolce, contrapposta al tentativo di violenza degli occasionali visitatori della barca. Per questo motivo, il finale, in cui tutto pare trasfigurato, surreale presenta la vera chiave di lettura dell’evoluzione compiuta dalla filmografia di questo anomalo regista che si trova oggi in bilico tra l’affrontare un futuro del tutto nuovo o continuare a seguire la primitiva ispirazione, esaurendone prima o poi la potenza espressiva.
 

Regia, Sceneggiatura, Montaggio, Scenografia: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Seong-back Jang. Interpreti principali: Yeo-reum Han (la ragazza), Seong-hwang Jeon (l’anziano), Seo Ji-suk (il ragazzo). Musica originale: Eun-il Kang. Produzione: Kim Ki-duk Film. Origine: Corea del Sud, 2005. Durata: 90 minuti. Titolo originale: “Hwal”, “The Bow”.

 
Movida, 20 ottobre 2005.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com.

  

                            

  

ISBN/EAN: 
8032700995012

Commenti

"È sempre Kim Ki-duk alla regia, ma qualcosa non convince appieno, qualcosa che dimostra come il film non sia perfetto nella sua intima essenza, probabilmente la fretta di completare il lavoro per la presentazione ufficiale o probabilmente perché la sua visione del mondo è mutata e questo è il primo seme di una produzione del tutto nuova. Nonostante il continuo déjà vu, manca la capacità totale della comunicazione in assenza della parola. Il ritmo non cambia, ciò che pare esser mutata è l?intensità espressiva delle sue storie attraverso quella manciata di simboli che gli sono sempre stati cari."

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"Ed è anche l?unico film in cui il tempo allargato riesce ad incidere sull?animo umano una vaga sensazione di noia sofferta, complice una fotografia che pare meno limpida, complice una colonna sonora meno incisiva del solito, per assurdo più in linea con il contesto in cui è inserita, e per questo incolore"

...lo salvo però, perché il confronto con il precedente Ferro 3 era evidentemente a tutto svantaggio de L'arco. Ora l'occhio si è ambientato alla nuova visione, alla prospettiva che ha scelto di seguire.

Ho messo la locandina internazionale...mi piaceva di più...con quell'arco che si fa barca-isola.

Ho difficoltà a commentare visto che di cinema orientale so poco o nulla (a volte bazzicando da quelle parti ho vissuto delle sensazioni soporifere ma forse avevo sbagliato film. E comunque era un sopore piacevole). Insomma ti vedo impegnata ed efficace. (oh non mi viene altro)

3. ahahah... :-)))

E infatti ho letto sempre recensioni all'insegna della delusione. Però, però. Insomma, sempre meglio di un film dei Vanzina :)

(rimangono gli applausi per Movi;) )

5. certo ...:)

ha un po' disorientato gli afiocionados...come nel film successivo, complesso da vedere e rivedere prima di apprezzarlo appieno.

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