SOLITUDINI ELLITTICHE: VERTIGINI
“Siamo tutti case vuote
e aspettiamo qualcuno
che apra la porta e ci renda liberi".
"Un giorno il mio desiderio si avvera.
Un uomo arriva come un fantasma
e mi libera dalla mia prigionia.
E io lo seguo, senza dubbi, senza riserve...
Finché incontro il mio nuovo destino”, Kim Ki-duk.
“Ferro 3 – la casa vuota”, non ho alcun dubbio nell’affermarlo, è un piccolo capolavoro. Ogni film di Kim Ki-duk ha rappresentato un frammento della sua vita: il simbolo di ciò che è stato e ciò che è diventato. Senza esperienza cinematografica, ha saputo elaborare splendide creature pulsanti vita.
Ed è proprio questa sua mancanza di formazione classica il suo punto di forza, perché è fuori dagli schemi, slegando ciò che è possibile da ciò che non lo è. E non finisce di stupire, di far emergere sensazioni che, difficilmente, riescono ad esplodere in modo così violento dalla visione di un film.
Il suo cinema è un catalizzatore di emozioni che si raccolgono, scena dopo scena, nel centro dell’anima, nella parte meno visibile, per poi implodere allo scorrere dei titoli di coda.
La perdita dell’equilibrio, la sensazione chiara di una vertigine dei sensi, è la conseguenza naturale.
Il trovarsi in questa condizione non può che essere testimonianza della capacità del film di trasmettere ciò che era nelle profonde intenzioni del regista.
E poi non resta che il silenzio per continuare la magia di quella visione, come quell’occhio disegnato sulla mano del protagonista che indica il messaggio finale, uno dei tanti, che “Ferro 3” ha assimilato nella sua intrinseca struttura.
INTERSEZIONI

Una statua greca, una rete invisibile che si muove impercettibilmente sotto i colpi di una pallina da golf. Si ode il rumore, ma non si intravede nulla. Solo l’immagine vibrante della statua protetta, al di là della rete.
Tae-suk gira con la sua motocicletta, di strada in strada, per appendere volantini pubblicitari sulle porte delle case.
Verificata l’assenza dei proprietari s’intrufola, ogni giorno, in una sempre diversa, per vivere di ciò che essa può offrirgli.
Mangia, si lava, dorme, pulisce i panni sporchi e ripara cose rotte. Fotografa se stesso appoggiato alle fotografie degli abitanti, come se fosse uno di famiglia, ma non ruba nulla e poi va via.
“Come se nessuno fosse mai stato lì…”, Kim Ki-duk.
Continua così finché non arriva ad una casa lussuosa e apparentemente disabitata. Lì vive una donna, Sun-hwa. Un tempo era una modella: le fotografie alle pareti lo dimostrano. Ora è una ragazza dal volto tumefatto, martoriata da un matrimonio che la divora, alienata da ciò che le accade attorno. Si accorge della presenza del ragazzo, lo segue nei suoi movimenti, ha paura di lui ma, quando lo vede riparare la bilancia rotta, comprende che non è un ladro.
Si farà vedere da lui che è pronto a fuggire quando la telefonata del marito lo inchioda sulla porta. Lei urla ed il ragazzo scappa con la sua motocicletta; poi torna indietro. Capisce che quel grido è un richiamo disperato.
Entrambi invisibili l’uno all’altra, si servono di una pallina da golf per avvicinarsi nel gioco (richiamo alla palla di neve di Birdcage Inn).
Il marito rincasa e, quando tenta di violentare sua moglie, Tae-suk attira la sua attenzione giocando a golf in giardino e lo colpisce ripetutamente come se fosse un bersaglio. Poi si allontana, seguito spontaneamente dalla donna.
Due solitudini si sono incrociate nella stessa casa, tra il vagabondare di lui e l’attesa infinita di lei.
Due solitudini che non hanno bisogno di parole per riconoscersi. Gli occhi saranno sufficienti. E così sarà per il resto del film, caratterizzato dall’assoluto mutismo dei due protagonisti, ma dalle immagini che raccontano più di mille parole.
IL RISVEGLIO DI DUE ANIME
Tae-suk non è più solo nel suo vagabondare. La sua vita continua con la presenza di Sun-hwa che, poco alla volta, ritrova il sorriso all’arretrarsi delle sue tumefazioni esteriori.
Insieme appenderanno i volantini; insieme visiteranno altre case, lavando la biancheria altrui e riparando cose rotte.
Insieme dormiranno nello stesso letto, accontentandosi di sentire i loro cuori vicini; insieme siederanno sullo stesso divano accostandosi, l’uno all’altro, solo con le estremità.
Un amore vivo, ma platonico: non consumato, invisibile.
Un giorno entrano nella casa di un anziano già morto. Lo seppelliscono ripulito ed avvolto nel lenzuolo funebre e decidono di iniziare a vivere in quella casa vuota per sempre. Il figlio di quell’uomo, tuttavia, torna all’improvviso e li fa arrestare.
Sun-hwa viene restituita al facoltoso marito; Tae-suk viene accusato di omicidio, violazione di domicilio e rapimento. Il ragazzo viene picchiato a sangue prima dall’ispettore di polizia per estorcergli una confessione, e poi dal marito della donna per vendetta, ma la verità è destinata a svelarsi agli occhi di chi è capace di comprenderla. Tae-suk verrà mandato nella sezione per malati mentali e poi in cella di isolamento. In quel posto vuoto comprenderà l’essenza della vita, il vero modo di stare al mondo senza soffrire, riempiendo per sempre i suoi vuoti: l’invisibilità.
Si eserciterà in quello spazio limitato, utilizzando il secondino per le sue prove, a diventare un “fantasma”, come il soldato di The Coast Guard..
E così, una volta libero, potrà tornare da lei e vivere il suo amore, pur in presenza di altri.
TRASLAZIONI
Il Ferro 3 è la mazza da golf meno utilizzata dai professionisti, quella che resta a lungo, forse per sempre, nella sua custodia.
Un oggetto estremamente rappresentativo. È il suo rumore che si ode nella scena statica iniziale.
È l’arma per corteggiare Sun-hwa, per richiamare la sua attenzione, per tenerle compagnia quando tende ad isolarsi; è il mezzo dell’isolamento dello stesso Tae-suk. Tutti e due sanno che è quella la loro intima tendenza, ma sanno trovare il modo per recuperare l’altro con estrema tenerezza. Il Ferro 3 è anche lo strumento della violenza, involontaria quando il ragazzo colpisce il vetro di un’automobile con la pallina schizzata via dal suo legaccio, finendo per uccidere una donna; è l’arma che rende inerme il marito di Sun-hwa; è l’arma con cui si vendica dell’ispettore che lo ha venduto; è l’arma dell’immaginazione attiva nel reparto psichiatrico del carcere.
“Un giorno entro in una casa vuota.
Sembra che non ci sia davvero nessuno, così mi spoglio, mi faccio un bagno, preparo da mangiare, faccio il bucato, aggiusto una bilancia e mi esercito a golf nel giardino di casa.
Nella casa c'è una donna scoraggiata, spaventata e ferita che non esce mai e piange.
Mostro a lei la mia solitudine. Ci capiamo senza dire una parola, scappiamo via senza dire una parola”, Kim Ki-duk.
La casa vuota è lo spazio tangibile della solitudine. Tae-suk la cerca per trarne il calore che i suoi abitanti vi hanno lasciato, come un bambino che si rifuggia nel letto caldo dei genitori. Fotografa se stesso insieme alle immagini dei proprietari per portar via con sé il ricordo di quelle sensazioni di umanità che non possiede. Allo stesso tempo non è egoista: sa restituire con la sua estrema sensibilità il dono che ha ricevuto. E lo fa come può, riordinando la casa, pulendo la biancheria sporca, riparando oggetti che non funzionano più. Gli restituisce la vita.
Quando incontra Sun-hwa torna indietro per alimentare il calore che le manca, perché comprende che è simile a lui. Non è la casa della donna ad essere vuota, ma è lei stessa che simboleggia la solitudine. L'isola è interiore.
Entrambi finiranno per prendersi cura dell’altro, perché sentono l’identicità delle loro anime, sebbene ognuno con le proprie esperienze di vita. Due esseri speciali, due alieni o alienati, due angeli del focolare domestico che ridanno calore alle cose come ai loro cuori.
Non conosceremo che pochi dettagli di queste creature. Loro stessi non si dicono nulla, non si parlano. Si limitano a guardarsi timidamente con gli occhi pieni di quella luce che viene dal di dentro.
Il loro idillio si spezzerà solo con l’intervento di altre persone che non comprendono il loro mondo, forse temendolo, forse invidiandolo.
Una casa ricca o povera non fa differenza. È il luogo a cui torna in un moto circolare prima di andare da Sun-hwa, ripercorrendo le fasi di uno strano legame che ha arricchito entrambi di un’esperienza nuova e duratura.
“Mentre scegliamo in quale casa vivere, ci sentiamo sempre più liberi. Nel momento in cui sembra che la nostra sete di libertà si sia placata, restiamo intrappolati all'interno di una casa buia.
L'uno resta in una casa fatta di nostalgia. L'altro impara a diventare un fantasma per nascondersi nel mondo della nostalgia”, Kim Ki-duk.
Gli oggetti rotti che trovano nelle case visitate sono simboli delle anime spezzate, sono quelle solitudini da riempire. Il ripararli è un gesto di amore verso loro stessi, come se sentissero il bisogno di manifestare all’esterno il desiderio di ricomporre lo squilibrio nel loro mondo interiore.
Sun-hwa taglia a pezzi il suo ritratto, ma Tae-suk torna a ricomporlo come sta facendo con lei stessa e poi lo porta via, lasciando una cornice vuota appesa alla parete.
La vita va vissuta altrove, lontana dalla prigionia della solitudine.
IL SILENZIO – LE IMMAGINI
Kim Ki-duk ci propone, ancora una volta, la ciclicità della vita, sostituendo le case alle stagioni, servendosi delle immagini e dei silenzi per raccontare la potenza dell’amore.
Il suo cinema è una miscela di tenerezza e di profonda sensibilità, che in “Ferro 3” è particolarmente enfatizzata, non solo dagli onnipresenti silenzi ma da quella leggerezza dell’essere rappresentata dalla bilancia che vede insieme i due amanti con un peso nullo.
Il suo è anche cinema di violenza come elemento imprescindibile nella vita, voluta o meno, per difesa o per distrazione superficiale. Come gli animali morti, l’omicidio, gli episodi di violenza sono disseminati, non del tutto casualmente, in ogni ambiente che Tae-suk visita: la pistola giocattolo trasformata in un’arma, i guantoni da boxe, i colpi del secondino, dell’ispettore, la pallina da golf che colpisce il marito di Sun-hwa e la ragazza nell’automobile, come quella rete colpita nell’immagine iniziale.
Le dimensioni parallele a volte possono incrociarsi, sovrapponendosi l’una all’altra per creare più livelli di lettura, da una storia romantica atipica e quella più universale dell’arte.
Il fast-cinema ha esaurito la pazienza. L’iniezione di fiducia viene dall’Oriente che sa superare la tradizione ed accogliere gli spettatori dotati di grande appetito. Quelli che erano sporadici episodi scaturiti da idee rigeneranti, stanno ormai diventando una realtà costante ed irrinunciabile.
ENJOY THE SILENCE
“Ora che sono un fantasma non ho più voglia di cercare una casa vuota. Ora sono libero di andare nella casa in cui vive la mia amata e darle un bacio felice. Nessuno sa che sono lì. Tranne la persona che mi aspetta… Qualcuno arriva sempre per la persona che aspetta"
"Arriva di sicuro… dalla persona che aspetta… In questo giorno del 2004 qualcuno aprirà il lucchetto che blocca la mia porta e mi renderà libero. Avrò cieca fiducia in questa persona e la seguirò ovunque, non importa dove o cosa ci succederà… Verso un nuovo destino… È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà”, Kim Ki Duk.
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Kim Ki-Duk. Direttore della fotografia: Jang Seung-Beck. Montaggio: Kim Ki-Duk. Interpreti principali: Hee Jae (Tae-suk), Seung-yeon Lee (Sun-hwa), Hyuk-Ho Kwon (Min-kyu), Jin-Mo Joo (detective Cho), Jeong-Ho Choi (Jailor). Musica originale: Slvian. Produzione: Michio Suzuki, Kim Ki-Duk. Origine: Corea del Sud, 2004. Durata: 88 minuti. Titolo originale: “Bin-Jip”, "Iron 3". Info Internet: Sito Ufficiale.
Originariamente inserita in ciao. Revisione per Lankelot.com
Commenti
?Ora che sono un fantasma non ho più voglia di cercare una casa vuota.
Ora sono libero di andare nella casa in cui vive la mia amata e darle un bacio felice.
Nessuno sa che sono lì.
Tranne la persona che mi aspetta?
Qualcuno arriva sempre per la persona che aspetta?
Arriva di sicuro? dalla persona che aspetta?
In questo giorno del 2004 qualcuno aprirà il lucchetto che blocca la mia porta e mi renderà libero.
Avrò cieca fiducia in questa persona e la seguirò ovunque, non importa dove o cosa ci succederà?
Verso un nuovo destino?
È difficile dire se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà?, Kim Ki Duk.
il dolore viene epurato dall'invisibilità...da ora in poi sarà diverso...
Quando qualche anno fa ho visto questo film - memore del tuo articolo - passeggiavo di fronte alle difficoltà. Mi sembrava di essere stato addestrato a certi silenzi, educato a certe immagini...
è stato grande.
Ricordo anche io questa recensione :)
Credo di aver visto il film poco dopo, e mi era piaciuto molto.
2 e 3. mo sorbole...