Kim Ki-duk

Dream

Autore: 
Kim Ki-duk


METEMPSICOSI

Ogni sogno è un ricordo

 

 
 
 
 
Il sogno che dilania, il sogno che divora, il sogno che disintegra ed, infine, trasforma. Le barriere si infrangono e l’anima viene fagocitata dal confine dei sogni che si fa voce del reale.
Mille punture di spilli, il dolore è freddo, martellante: inquietudini che scardinano la certezza plasmandola in tormento. Le visioni si fanno parallele. È lui, l’incisore di ricami del sogno sulla carne diafana del dolore; è l’artista che mescola la sua ossessione all’incubo. E lei si muove, come una marionetta appesa ai fili del sogno altrui.
Il confine tra realtà e sogno è sottile nel mondo di Kim Ki-duk. A volte li mescola, finendo per sovrapporli, a volte li allinea come possibile alternativa, ma mai come in questo caso il sogno scalfisce la realtà rendendone tangibili gli effetti. Tra il bianco ed il nero, in fondo, non c’è differenza.
 Jin e Ran, da perfetti estranei, vengono allineati su di un ideale filo sospeso in cui se passa uno, cade l’altro.
Jin crea sigilli, un abile artigiano delle incisioni per rendere perfetta ed unica l’impronta del timbro: il sigillo come firma.
Ran si occupa di abiti, taglia e cuce, creando ciò che la fantasia le detta: la realizzazione dell’idea.
Una notte Jin sogna di inseguire la sua ex ragazza. Non si accorge di un'auto che sopraggiunge e causa un incidente. Non presta soccorso e si risveglia dall’incubo con una strana sensazione. Si mette alla guida e si accorge che, nel punto esatto in cui lo ha sognato, sono arrivati i soccorsi. La polizia lo interroga, e lui afferma di aver sognato l’incidente. Grazie ad una telecamera, il colpevole verrà individuato. È l’auto di Ran ad esser ritrovata ammaccata; è il viso di Ran che la telecamera per strada è riuscita a riprendere, ma la ragazza giura di esser rimasta a dormire. Alla stazione di polizia, Jin sorregge la ragazza finché in un pianto disperato lei confessa il suo sonnambulismo.
Una psicologa intuisce, in un breve esoterico colloquio, uno strano meccanismo che ha inceppato l’andamento del sogno dell’uno e dell’altra. I due sono perfetti estranei, ma il sogno di uno trova realizzazione nelle azioni dell’altra. Entrambi hanno un passato segnato dal ricordo degli ex che li unisce nella dimensione dell’inconscio. La memoria che li lega è agli opposti, l’ossessione per l’uno, il disprezzo per l’altro: il sentimento che li libererà deve essere lo stesso, reciproco, l’amore. La chiave della metamorfosi dell’incubo è questa.
Voi due siete una sola cosa, se vi innamoraste uno dell’altra i sogni svanirebbero
Un crescendo di tensione struggente, di malinconica visione dell’amore che può realizzarsi solo nella morte, nella doppia morte in cui tutto si trasforma e ci si può tenere finalmente per mano, distesi sulla neve, liberi dal sogno e dalla realtà, in una dimensione universale.
 “Ho seguito la farfalla…”, dice Ran. Ma le farfalle non volano in inverno.

 
Liturgico, metafisico, onirico, struggente, “Dream” rappresenta la piena trasformazione dell’opera di Kim e dei suoi personaggi, in una storia che fa del martirio del sé la salvezza dell’amore,  anche per questo tra i migliori della sua filmografia.
Kim Ki-duk con questo film riesce a liberarsi degli splendidi ma ingombranti affreschi del suo prolifico passato: matura e cresce, passo dopo passo. Il percorso è difficile, costellato da ingranaggi tortuosi, a volte contorti, destrutturati ma che non sminuiscono affatto la bellezza del messaggio e gli strumenti che utilizza per rivelarlo. “Dream” è il Kim ritrovato, è la nuova scoperta, la tortura per la psiche, stimolata ad ogni scorcio in cui racchiude le vite di Jin e Ran. È un Kim Ki-duk autentico, che sceglie nuovamente il dialogo, che rinuncia ai campi lunghi per una trasfigurazione della realtà, nell’attimo in cui prende in soggettiva il rapporto intimo a due. Le tracce note sono nel finale che si fa beffe degli incidenti di percorso di questi ultimi anni, ma la bellezza è in tutta la sua completezza. Il sigillo è lo stesso. Il linguaggio è diverso, nuovo, ed è  palese, fin dalle prime note, che la sua ispirazione ha ripreso a volare alta, leggiadra e misteriosa come le ali di una farfalla. 
Ed il più potente dei simboli è la farfalla, capace di mostrarsi alla vita e nella morte, già utilizzata in passato, in un disegno o in un oggetto, mai nella sua completa essenza.
L’uso irregolare dello step-frame, per incidere il margine tra il sogno e la realtà, si interrompe con l’introduzione del colore, com’era quel blu nel passato, com’è oggi quel bianco e nero degli abiti di Jin e Ran, in una scena abbagliante, in quel campo di grano in cui un duplice sdoppiamento si traduce in una danza liberatoria dal possesso.
E poi la tensione si fa incubo nel costringere gli occhi aperti, nell’incerottarli fino a diventare maschera grottesca, nel martoriarsi il corpo, nell’infliggersi sevizie per la salvezza dell’altra. E questa volta Kim non sposta la telecamera, in una tensione palpabile sceglie di non tacere sul dolore.
Nulla si può contro il destino, non serve alternarsi nel riposo, non bastano catene o manette per imprigionare la libertà dei cuori. L’amore si sta impossessando di entrambi, reciprocamente, come una profezia che sorge violenta dall’incubo.
Le visioni si confondono, si affievoliscono fino a diventare geometria di spazi contigui. Il tempo non esiste. Il grido metallico delle ore-orologio-sveglia si confonde, si annulla nel sogno.
È l’ora dell’alienazione, dell’accanimento e del delirio che trasfigura, da un lato, e della quiete del riposo dall’altro.
Alla diafana e sempre più eterea bellezza di Ran, si contrappone la sempre più variegata espressività di Jin, interpretato da una delle giovani promesse giapponesi, Joe Odagiri che dialoga nella sua lingua madre, nella dimostrazione piena che le barriere non esistono, si sono qui infrante (un tempo il silenzio, oggi un altro idioma). Il suo passo da fluido si fa incerto, strattonato da un moto perpetuo. Nell’ossessione del passato si fa sangue; nell’illusione del sogno si muta in carne.
 

Indimenticabili le scene dell’eroica resistenza al sonno di Jin, che lo porta ad un visivo martirio cristiano. Non si può notare che la mano (simbolo visivo ricorrente) si concentra impietosamente prima sulla fronte da cui sgorgano rivoli di sangue che impastano la capigliatura e poi sui piedi come un “Salvatore” sulla croce del delirio. E Ran, che finalmente riposa nella sua prigione asettica, circondata di luce, non può che apparire come una madonna dal manto azzurro. Kim ne “La Samaritanaaveva già utilizzato una figura di chiara matrice cristiana, e qui ne ripete le scelte, trasfigurandone il dolore. E la musica è stigmate dell’incubo, delle inspiegabili e sempre più crescenti tensioni reciproche per approdare, infine, all’enfasi mistica della mutazione. 
Tanti e tanti i passaggi che costituiranno fonte di ispirazione e di contrasto per il futuro. Citazioni di sé stesso, della sua filmografia, che sono, questa volta contrappunto o appoggio mentale ai protagonisti della storia (il tempio buddista e le sue incisioni, la fotografia, la farfalla dalle ali spiegate, il tempo-calendario/sveglia, il pellegrinaggio alla ricerca dell’essenza, l’isolamento carcerario, il dominio del colore e su tutti il blu, dalla camera da letto alle luci dello studio, fino alla stoffa che si fa cappio ed infine l’acqua del fiume ghiacciata su cui si posa un manto candido di neve che accoglie le due anime ritrovate) e poi nuove soluzioni in una visione non più angolare, ma teatrale, nelle camere di Jin e Ran, chiassose scenografie degli incubi e dei tormenti di entrambi. La prospettiva, anche se spesso appannata dal pudore delle trasparenze dei teli, è diretta, centralizzata, sovrabbondante laddove l’avevamo vissuta con il senso minimalista del “vuoto” essenziale. Anche l’ambiente carcerario (isolamento psichiatrico) si riempie di luce, di spazi, di oggetti e di colore. Le fessure si aprono prospettivamente e diventano lunghi ed aperti spazi da cui librarsi riconquistando la libertà. Il corpo, un tempo invisibile, ora non esiste. Era già iniziata la mutazione. Ora ne abbiamo le prove.
Cupo, nell’angoscia sonnambula, si fa lirica di speranza in un finale in cui le anime divise si ricongiungono sulle ali di una farfalla. Il tormento si fa estasi, si placa e vola indistinto nel mondo dei sogni. Perché tra il bianco e nero ora non c’è davvero alcuna differenza. 
Ran – “Cosa vedi ora?”
Jin – “Una farfalla…" 
 
Movida27 marzo 2009.
 
In memoria di Fabrizio.
 

 

 

 

Regia, Sceneggiatura, Montaggio: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Ji-tae Kim. Interpreti principali:Joe Odagiri (Jin), Na-young Lee (Ran), Ji-a Park (ex di Jin), Tae Hyeon Kim (ex Ran). Musica originale: Ji Bark, Philip Sheppard (“Breath”),  Casalonga/Acquaviva/Marcotorchini /Mambrini (“Lamentu di Ghjesu”). Produzione: Kim Ki-duk Film. Origine: Corea del Sud/Giappone, 2008. Durata: 95 minuti. Titolo originale: “Bi-mong”, “Sad Dream”.

ISBN/EAN: 
000

Commenti

"Liturgico, metafisico, onirico, struggente, ?Dream? rappresenta la piena trasformazione dell?opera di Kim e dei suoi personaggi, in una storia che fa del martirio del sé la salvezza dell?amore, anche per questo tra i migliori della sua filmografia"

non so quando e se sarà distribuito in sala...l'Italia al momento non lo ha acquistato. Male!

una storia d'amore che non si dimentica...

"Cupo, nell?angoscia sonnambula, si fa lirica di speranza in un finale in cui le anime divise si ricongiungono sulle ali di una farfalla. Il tormento si fa estasi, si placa e vola indistinto nel mondo dei sogni. Perché tra il bianco e nero ora non c?è davvero alcuna differenza"

Ran ? ?Cosa vedi ora??
Jin ? ?Una farfalla??

Opera di Kim alla regia è completa. Conoscendo i suoi ritmi,..mi sa che resterò indietro...:)

Basta, vedo di procurarmi tutti i suoi film e verrò a commentarti. Pur ammettendo che trovo la farfalla uno degli animali più orrendi (tolte le ali che fanno tanta scena, sotto ci rimane il verme).

3. Complimenti, Movi - e grazie:).

Ah, ne hai già scritto!
Ora leggo.

"una storia che fa del martirio del sé la salvezza dell?amore"

Forse non è alla mia portata, ma ho voglia di vederlo.

7. certo :)

salvezza e liberazione... alla fine uno dei film più positivi di Kim

"Liturgico, metafisico, onirico, struggente, ?Dream? rappresenta la piena trasformazione dell?opera di Kim e dei suoi personaggi, in una storia che fa del martirio del sé la salvezza dell?amore, anche per questo tra i migliori della sua filmografia".

questo ancora non l'ho visto. Ma leggendo il tuo pezzo mi ispira assai.

E poi, "ogni sogno è ricordo". Ho sempre pensato che nei sogni ci vengano svelati i nodi karmici (io credo nel karma e nel ciclo delle trasmigrazioni dell'anima; o almeno, ne ho forte sensazione sulla base del mio intimo sentire e dell'esperienza). Dobbiamo cominciare a sciogliere i nodi proprio dal mondo onirico, inconscio. é anche per questo che ho trovato più vicinanza con le metafisiche estremo orientali piuttosto che con le religioni abramitiche.

9, Léon a breve scriverà di un libro fondamentale: sullo gnosticismo. Vedrete...

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