TARTARUGHE GEMELLE
Partono le prime inquadrature: una tartaruga si ritrova spaesata a girovagare, nella sua apparente fragilità, sull’asfalto di una città in movimento. Il cuore sobbalza ad ogni istante. I passi distratti degli umani la schivano miracolosamente e le lunghe ombre di morte che accompagnano le ruote delle automobili sembrano quasi volerla schiacciare. Il cuore sobbalza ancora, ad ogni istante. Non sa quale sorte il destino abbia scelto per la tartaruga, finché la mano delicata di una ragazza si avvicina a quel piccolo essere per riportarlo nel suo mondo naturale, l’acqua.
La tartaruga pare esser arrivata direttamente da quel fiume in cui era stata lasciata libera, con il dorso dipinto di blu, in “
Crocodile”: un filo invisibile che vuole ricondurre il pensiero ad un’altra storia di emarginazione e fratellanza. Il nucleo vitale di “
Crocodile” si difendeva dal mondo esterno con il senso di comunione familiare tra i suoi protagonisti. Qui avviene lo stesso, anche se in una seconda fase, nell’attimo in cui tutto pare perdersi nel limbo dell’infinito.
Come quella tartaruga in pericolo di vita, fuoriuscita dal liquido amniotico della vita, anche Jin-ah è un essere umano, fragile e forte allo stesso tempo, che non ha origini, ma che è stata assimilata solo per ciò che riesce a produrre: la sopravvivenza del gruppo attraverso la vendita del suo corpo.
In un minuscolo motel a gestione familiare affitta il suo corpo dividendone i proventi con i proprietari del “Birdcage Inn” ed il suo protettore violento che la visita di tanto in tanto.
È una vita immersa nello squallore, ma si sforza di sorridere e vivere normalmente. Resta, tuttavia, al confine, isolata, emarginata. È il destino di tante, troppe ragazze asiatiche come lei, in genere vendute dalle proprie famiglie o che sopperiscono con il sesso alla miseria in cui sono cresciute. Il mercato vuole quello, ma il sogno resta integro.
Kim Ki-duk mette a nudo, in questo film, così come accadrà con
“Bad Guy” e “La Samaritana”, con toni e risvolti diversi, la realtà dell’universo femminile coreano di un’epoca di transizione, annientato dalla miseria e da un mondo di violenza in cui solo il più forte, l’uomo, riesce a dominare.
A fatica ci si rende pienamente conto del significato delle scene, perché il tutto viene inserito in una dimensione protettiva, familiare, che nel contesto è semplice finzione, avulsa dalla realtà. Un lavoro come un altro quello di Jin-ah che viene ricambiato con gesti apparentemente calorosi e che si rivelano per quello che sono, menzogna dell’ipocrisia, quando la ragazza diventa una minaccia per la crescita sociale della famiglia. La allontanano, la separano dalla vista degli altri ospiti.
L’elemento destabilizzante è Hye-mi, la giovane figlia della proprietaria del “Birdcage Inn” che rifiuta non solo l’idea, ma anche la realtà in cui è cresciuta. Si vergogna, si sente umiliata, si sente impotente di fronte agli eventi e sfoga il suo risentimento con una forza devastante sulla coinquilina adottata per necessità.
Rovescia la sua rabbia brutalmente su Jin-ah, soprattutto quando si rende conto che la sua famiglia ne è stata contaminata: prima il padre, poi il fratello ed infine il fidanzato. Non riesce a comprendere che è il genitore che ha abusato della ragazza, non riesce a capire che è il fratello che la insidia, non riesce ad accettare che il fidanzato è un uomo come tanti che sfoga i suoi istinti, nell’unico modo che conosce, comprando il corpo di una donna.
E Jin-ah che tenta in ogni modo di conquistarne la fiducia e l’affetto si sente ferita come non mai. Le regala il walkman che tanto desiderava senza rivelarle nulla e poi piange perché la solitudine si sta materializzando in una forma opprimente: “io non sono come te”.
La giovane prostituta tenta il suicidio, perché se neanche una donna che vive nella stessa società può comprenderla, perché se l’uomo che la ricatta potrebbe far del male a quella famiglia illusoria, allora l’unico rimedio è quello di allontanarsi per sempre, come quella tartaruga, da un mondo che la respinge. Ed è proprio in quel momento, invece, che il cuore di Hye-mi si apre davvero diventando finalmente quello di una “sorella”.
Kim Ki-duk sceglie modi drammatici per aprire la via ai sentimenti del cuore, ma lo fa utilizzando scene di intensa poeticità, con la medesima simbologia. La passione per la fotografia del fratello di Hye-mi è uno dei mezzi, mentre la giovane Jin-ah si ritaglia un mondo subliminato dall’arte. Ama i quadri di
Egon Schiele, le cui immagini sono ovunque nella sua minuscola stanza. I nudi artistici, introdotti, attraverso la pittura, sono il mezzo più elevato che conosce per restituire dignità alla mercificazione del corpo. In una scena, la ragazza porta con sé sulla spiaggia un quadro di Schiele e lo pianta come farebbe con un ombrellone, per poi immergersi nell’acqua e sentirsi parte del tutto.
Lei stessa disegna, seduta sugli scogli, trasferendo sulla carta i ritratti dell’illusoria famiglia come per renderla finalmente viva, reale, di fronte allo squallore. Quei ritratti sono tutti insieme, foglio dopo foglio, eccetto quello di Hye-mi, separato da una pagina bianca. Quando la ragazza lo scorge, comprende ciò che il suo cuore si rifiutava di vedere. La coinquilina non è un demonio che vive una vita miserabile per sua scelta, ma per costrizione sociale. Ed allora inizia ad avvicinarsi a lei con cautela e pudore. Si seguono a vicenda, alternandosi in un gioco di sguardi, imitandosi reciprocamente nei gesti fino a che si ritrovano insieme abbracciate, isolate da una neve artificiale ed illuminante che spazza via il passato e segna il cammino di entrambe. Lo squallore visivo che le circonda sparisce sepolto dal biancore della neve, dalla purezza di due anime che si ritrovano finalmente sorelle.
Hye-mi scambia, per una notte, la sua vita con quella di Jin-ah volendole dar tregua e volendo davvero, per una volta, mettersi nei suoi panni per meglio comprendere l’infelicità nella sottomissione al corpo altrui. Proprio lei che rifiuta con il fidanzato tanto amato qualsiasi contatto fisico, si prostituisce con un estraneo arrivato al momento più opportuno affinché la sua anima possa fondersi completamente con quella di Jin-ah.
“Birdcage inn”, inizialmente confuso, si apre poi ad un canto corale al femminile di esseri che si ritrovano e scoprono la forza morale della sorellanza che annienta tutto il resto.
La figura del capofamiglia è il simbolo di un’umanità dai molteplici contrasti, onnipresente nella cinematografia di Kim Ki-duk, perché è l’uomo silenzioso che dipinge pesci sulla parete, che protegge Jin-ah dalla violenza dei clienti, che le copre le spalle con il suo giubbino, che le sorride vedendola dipingere una farfalla gialla, ma è anche quello che la violenta in un momento di istinti feroci. Figure meno intense, meno particolareggiate di altre produzioni del regista, anche se i confini tra il bene ed il male sono sempre pura illusione. Ci saremmo aspettati una tipica forma mista di crudeltà e amore verso gli altri nella protagonista, ma non è lei ad esserlo, è il titolare del motel ad indossare quei panni. Lo stesso vale per il protettore che la ricatta, la violenta ma poi le acquista i mandarini, unico gesto di delicato amore che riesce a regalarle.
Il mestiere della ragazza l’annienta agli occhi del mondo, ma quella scena iniziale in cui raccoglie la tartaruga, in quanto unica ad accorgersene, mettendola in salvo, le proietta una luce così potente addosso da non lasciare più ombre sulla sua persona. La stessa sorte tocca ad un pesciolino rosso appartenente ad una donna che fa cadere inavvertitamente per strada. Si china, apre la borsa, afferra una bottiglia d’acqua, ne versa il contenuto nella bustina di plastica e la porge alla legittima proprietaria, rimasta durante tutta la scena nell’immobilismo più totale. Jin-ah poi acquista per sé un pesce che stritola con le unghie nel suo contenitore di fragile plastica quando il padre di Hye-mi la violenta e poi, quando tutto è concluso, lo fa scivolare delicatamente nell’acquario ancora miracolosamente vivo. Il pesciolino che simboleggia lei nel momento in cui la figura che deve proteggerla la umilia, si sente soffocare, stretto in una morsa di gelo. Anche lui troverà la libertà nel momento in cui Jin-ah non sarà più sola. Ed è splendida l’immagine finale delle due ragazze su un ponte sospeso sul mare che si tengono insieme e sorridono, mentre il pesciolino pare osservarle da sotto l’acqua. E' la loro isola.
Il cinema delle immagini si sta facendo sempre più intenso, acquisendo valore e trovando, nell’evoluzione della storia, una sua identità.
Nei suoi primi film troviamo già i primi potenti bocconi dell’amarezza che renderanno Kim Ki-duk uno dei più interessanti registi della nuova generazione.
Qualcuno ha definito “Birdcage Inn”, con un “happy end” un po’ anomalo, il meno violento delle produzioni del regista coreano. Forse perché la manifestazione della violenza è più intima, essendo connessa all’uso del corpo di Jin-ah. Forse perché la liricità della sorellanza ha un impatto catartico sugli animi, con quei due microcosmi di eguale solitudine che si incontrano diventando l’unica forza per resistere ad una vita di totale emarginazione. Forse perché la manifestazione della violenza è più intima, essendo connessa all’uso del corpo di Jin-ah. . Questa è, dunque, una ragione per definirlo meno violento? Forse il corpo di una donna, la sua anima, la sua purezza valgono meno di un livido visibile sulla sua faccia? La risposta la lascio al cuore di ognuno.
Regia, Scenografia: Ki-duk Kim.
Sceneggiatura: Ki-duk Kim, Jeong-min Seo.
Direttore della fotografia: Jeong-min Seo.
Montaggio: Im-pyo Ko.
Interpreti principali: Ji-eun Lee (Jin-ah), Hae-eun Lee (Hye-mi), Jae-mo Ahn (Hyun-woo), Hyeong-gi Jeong (Gecko), Min-seok Son (Jin-ho).
Musica originale: Moon-hui Lee.
Produzione: Seung-jae Lee.
Musica: Moon-hui Lee.
Origine: Corea del Sud, 1998.
Durata: 100 minuti.
Titolo originale: “Paran daemun” (“La porta blu”), selezione al 49th Berlin International Film Festival.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
KIM KI-DUK in LANKELOT

Commenti
il finale...http://www.youtube.com/watch?v=eiFPbpOzPz0&hl=it
Ah..Franco...note dei Radiohead in questo film ;)...
Schiele e Radiohead. Miscela micidiale.
http://www.youtube.com/watch?v=BrZTNhW44-o&feature=related
ah, Street Spirit... appena esce il mio libro sui Radiohead scoprirai cose incredibili su quella canzone. E quando dico incredibili intendo seriamente incredibili:)
5. inquietante...:)
Questo non l'ho mai visto. Comunque ci sono altri due film di Kim Ki Duk recensiti su Lankelot da linkare, Time e Ferro 3.
(7, credo che Movi stia aspettando di recuperare l'opera omnia di KKD prima di integrare tutto l'elenco. E da una parte non ha torto, fa tutto il lavoro insieme per un solo articolo e poi copincolla, pezzo per pezzo. C'ha ragione:) ).
7 - 8. Work in progress....Franco ha ragione. tornerò a più riprese, anche per integrare i tags, al fine di creare anche un archivio di quest'ultimi, con gli accostamenti dei vari film (per immagini e simboli). : )
Per Leon: ci pensi tu ad integrare i tuoi o vuoi che lo faccia io, quando avrò finito?
Léon non può intervenire sui nostri pezzi: sin quando non dichiara ufficialmente di essere serenamente padrone di wordpress & delle norme redazionali di lanke - sarebbe una grande vittoria - non sarà admin;).
Bene, intanto, per la questione tags. I tags saranno sempre più importanti.