LEGAMI!
Le sfumature emotive di questo film firmato Kim Ki-duk, stella lucente del cinema coreano, mi richiamano alla mente “Legami!” di Pedro Almodóvar. Altri i motivi trainanti, altre le modalità espressive, altri gli schemi dialettici, ma tale associazione di idee non è estranea alla logica dell’ispirazione dei due registi.
Appare poco probabile che Kim Ki-duk abbia mai visto il film del regista spagnolo, eppure vi troverebbe un legame nel filo impercettibile della storia, in quella crescente tensione amorosa tra i due protagonisti di “Bad Guy”. La scrittura narrativa, i movimenti di ripresa, la forza costante della simbologia restano, invece, originale matrice della sua mente.
Il film si apre con le immagini di una metropoli in movimento in cui due esseri si confondono nella folla per poi trovarsi ad incrociare le loro vite per sempre.
Sun-hwa, è una studentessa di ventuno anni con una vita normale: un ragazzo suo coetaneo, cinema, passeggiate e scuola.
Poco più che una bambina, si trova seduta ad aspettare su una panchina il suo fidanzato in ritardo, quando un giovane uomo, Han-gi, si ferma ad osservare la purezza del suo sguardo e la compostezza dell’attesa, forse anche il pizzico di vanità che traspare dal sorriso.
L’uno accanto all’altro, come se fossero fidanzatini di
Peynet ancor prima di saperlo, Sun-hwa è l’innocenza fatta persona, Han-gi è un “bad guy”: lei indossa un completo quasi totalmente bianco, lui un abito informale grigio scuro.
Non c’è un contrasto netto tra i due. I colori scelti nell’accostamento delle due figure non sono totalmente antitetici. Le sfumature della confusione svaniranno presto dopo quei primi tocchi di artificiale contrapposizione.
Han-gi è completamente irretito dall’immagine di Sun-hwa. Senza pensare alle conseguenze si avvicina per baciarla con violenza, nonostante la presenza del fidanzato appena sopraggiunto.

Nella normalità di un incontro quotidiano s’insinua, quindi, l’ombra tormentata del “bad guy” che da quel momento seguirà a lungo i movimenti della ragazza, fino a che la trappola non sarà pronta a scattare.
L’azione si trasferisce quindi in una libreria, dove Sun-hwa, affascinata da un catalogo delle opere di
Egon Schiele, strapperà la pagina dedicata al dipinto
“Embrace” per portarlo via con sé.
Un uomo le passa accanto depositando un portafoglio zeppo di denaro sullo scaffale su cui sta guardando; la ragazza non resiste e lo prende. Il gesto le è fatale perché il proprietario, avvisato da qualcuno, la insegue costringendola poi a rivolgersi ad un banco di prestiti. Sun-hwa dovrà restituire 15.000 dollari in una settimana offrendo come garanzia il suo viso ed il suo corpo.
La ragazza finisce così nel quartiere della prostituzione, dove le ragazze si offrono ai passanti dalle vetrine colorate. Lei non sa che il protettore è proprio quel ragazzo a cui aveva dato uno schiaffo per un bacio strappatole per strada. Non sa che il furto del portafoglio era una trappola costruita pezzo per pezzo per avere lei, per avere il totale controllo su di lei, per ripagarla di un tocco di vanità che non le è stato perdonato. Non sa che dietro lo specchio posto nella sua camera c’è lui che osserva ogni sua mossa.
Sun-hwa già dal primo cliente si rifiuta tenacemente di proseguire, trovando la forza per chiedere alla tenutaria del bordello di avere il suo primo rapporto con il ragazzo che ama, per conservare così dentro di lei il dolce sapore dell’amore.
Han-gi ed i suoi scagnozzi, tuttavia, la interrompono portandola alla disperazione più profonda. L’uomo è sempre lì, dietro lo specchio ad ogni cliente di Sun-hwa, anche al primo che la possiede. Su questi però Han-gi sfogherà la sua rabbia.
L’attrazione verso Sun-hwa è amore. Questo è chiaro, nonostante il modo di dimostrarlo, nonostante tutti i motivi che lo hanno spinto a portarla in un luogo di oscura perdizione. È un diverso, un alieno, un “bad guy” ed il suo l’amore è distruttivo, perverso, anomalo.
Kim Ki-duk ha sempre mostrato una visione particolare della realtà nei suoi lavori.
In “Bad Guy” filma l’amore con un solo mezzo di comunicazione: la crudeltà del possesso. In un modo che superficialmente potrebbe definirsi sadico, Han-gi ama Sun-hwa e la possiede solo nell'ombra di uno specchio da cui la osserva con altri uomini. È solo in presenza di un cliente che utilizza quella modalità di contatto; di notte, quando lei dorme, ha il coraggio, invece, di avvicinarsi senza toccarla.
Il gesto tenero che fa nei suoi confronti, quasi come fosse un dono d’amore, è il catalogo dei dipinti di Egon Schiele a cui lei riaccosta il foglio strappato come se le sue due vite trovassero in quel momento una congiunzione figurata. Quel libro l’ha segnata ed ora l’accompagna in una casa di donne sfruttate. Le immagini della pittura di Schiele portano la suggestione dell’arte in quel posto, restituendo delicatezza e, forse, dignità alla vita di Sun-hwa.
Nonostante l’ambientazione, nonostante l’abbrutimento progressivo del carattere della ragazza che assume le fattezze di un cartone animato, con le sue parrucche colorate, con i suoi gesti meccanici ed inespressivi, si riesce ad avvertire la liricità rarefatta, il romanticismo sospeso che, a volte, arriva anche a commuovere.
Tra campi lunghi e primi piani che insistono su particolari espressività dei protagonisti, la crescente drammaticità si snocciola trasformando in amore sadomasochista il rapporto tra i due.
Sun-hwa tenta la fuga, aiutata da uno degli scagnozzi del suo protettore, forte dell’amore che è riuscita a suscitare in lui, ma ad ogni passo pare quasi che il tentativo sia sempre meno convincente o, forse, meno convinto.
E quest’ultimo, in un certo senso, è un film a se stante, più contemplativo, ma in esso Kim Ki-duk aveva filmato una molteplicità dei suoi temi ricorrenti caricati dalla simbologia naturale nella ciclicità della vita. Lì, l’interpretazione visiva raggiunge un’elevazione quasi mistica, nelle altre prove ha dato spazio al rapporto dialettico tra movimenti del corpo ed il racconto. In “Bad Guy” entrambi i protagonisti sono formidabili nel seguire le indicazioni della regia. Jo Jae-Hyun (l’attore che interpreta Han-gi, molto popolare in patria) è spettacolare nel suo ruolo.
Han-gi è l’elemento chiave del film. Silenzioso, quasi fino alla fine, incarna l’eroe smitizzato dei film di Kim Ki-duk che poi troverà espressione più delicata in “
Ferro 3-La casa vuota”. I personaggi chiave del regista coreano sono quasi tutti silenziosi, muti, che utilizzando il linguaggio del corpo e del viso per esprimersi. Le parole sono superflue nel contesto narrativo
. Ed anche quando parlano, il suono ne esce strozzato, mutilato.
Han-gi è l'eroe imperfetto che nasce dalla sofferenza. Il silenzio e le ferite esterne sono gli elementi che parlano per la sua anima. La violenza esiste nella realtà ed è riprodotta nelle visioni cinematografiche di Kim, Non è una violenza fine a se stessa: disturba, ma non spaventa. Pizzica le corde della sensibilità ed è per questo che, ad ogni film del regista coreano, l'unica reazione possibile, quella naturale, è un senso di vertigine.
Il silenzio e le ferite esterne sono gli elementi che parlano per la sua anima. La violenza esiste nella realtà ed è riprodotta nelle visioni cinematografiche di Kim. Non è una violenza fine a se stessa: disturba, ma non spaventa. Pizzica le corde della sensibilità ed è per questo che, ad ogni film del regista coreano, l’unica reazione possibile, quella naturale, è un senso di vertigine.
Han-gi sa solo guardare da lontano l’oggetto del suo amore. L’incomunicabilità è la sua incapacità di amarla in modo canonico. Può possederla solo attraverso lo specchio, solo quando è con altri uomini, eppure non riesce a tenere gli occhi fissi su di lei. La fissa in modo ossessivo, ma il suo sguardo si abbassa ogni volta, per pudore, per imbarazzo o per senso di colpa, o ancora perché così può immaginarla con lui. Non riesce ad agire diversamente, non può farcela. È la vita che lo ha portato ad essere così. Eppure la rispetta e la protegge. Han-gi si solleva sempre. Ferito nell’animo, nello spirito e nel fisico (frequenti i tentativi di ucciderlo), non si lascia mai andare, anche negli istanti finali, quand’è quasi completamente dissanguato.

Sono.... sono....
i tuoi fiori
i tuoi fiori
fiori per me
Una delle scene più intense lo vede protagonista sulla spiaggia con Sun-hwa dopo il tentativo di fuga. Sulla sabbia c’è una donna, di spalle, che si alza avviandosi in acqua fino a scomparire del tutto. È un’immagine che rivedremo anche nel finale, tutto da interpretare.
Sun-hwa la osserva, prendendo il posto di lei, e si rende conto che anche Han-gi segue la figura. È colpita dal fatto che lui pare vederla allo stesso mondo in cui la osserva lei, o forse è tutto il contrario.
Ciò che vedono entrambi è un’immagine proiettata dalla mente. Quella donna è il ricordo della ragazza che ha lasciato la sua vita per intraprenderne un’altra da cui non poteva fuggire? E’ il sogno?
La prova è una fotografia fatta a pezzi (simbolo ricorrente) che Sun-hwa solleva dalla sabbia. Non si vedono i volti, ma la telecamera giocherà con la sovrapposizione delle immagini, tra Sun-hwa riflessa nello specchio e Han-gi visto nell’ombra, dietro il vetro.
Una scena di forte liricità, acuita dal
brano “I tuoi fiori” di Etta Scollo (dall’album “Blu”, colore onnipresente, tra l’altro). L’effetto di una canzone in lingua italiana si fa notare in modo particolare, vista l’ambientazione del film. La colonna sonora è centrata su questo motivo musicale. Kim Ki-duk è solito inserire poca musica nei suoi lavori, prediligendo i suoni ed i rumori in sottofondo, come la lattina accartocciata, lo specchio infranto, il vetro che si conficca nello stomaco di Han-gi o il rumore delle onde che s’infrangono sulla battigia. Gli elementi naturali trovano sempre posto nelle prove del regista per la loro forte carica simbolica: il mare, il fiume, il lago, la sabbia, il cielo, le montagne. Così anche in “Bad Guy”, nonostante gli spazi di questo film si concentrino nel quartiere a luci rosse con le sue colorate vetrine.
Sun-hwa, dopo l’esperienza sulla spiaggia, pare cambiare perché s’inserisce nel giro assurdo della prostituzione con maggiore convinzione. S’immedesima a tal punto che uno dei clienti le fa notare che sembra fare sul serio ad ogni incontro.
Il destino gioca strani scherzi. La ragazza viene travolta da un amore anomalo che la possiede totalmente: prigioniera di una storia dai contorni devastanti che si rivelerà essere il frutto delle mutazioni interiori.
La scena più toccante, anche se naturale evoluzione della vicenda, si svolge quando Han-gi viene liberato dalla prigionia del carcere e lei, finalmente, si accorge di lui dietro lo specchio. La vista, fino a quel momento oscurata dallo specchio, viene restituita dalla fiamma di un accendino, L’amore crudele, fino a questo momento respinto, esplode in tutta la forza dell’assurdità, ma è proprio a quel punto che Han-gi la libera, riportandola là dove l’aveva trovata, seduta sulla panchina di una metropoli in movimento.
Un ulteriore elemento incisivo del film è il legame dell’amicizia, ampiamente presente nella cinematografia di Kim, anche se inserito in un contesto di emarginazione brutale. La strada, gli affari poco puliti ed il giro di prostituzione sono il pane quotidiano. Nonostante ciò si ravvisano grandi prove di solidarietà, che sconfinano nel sacrificio personale per la salvezza altrui.
Ne sono protagonisti i due compagni di Han-gi e la tenutaria del bordello che più volte proverà a proteggere la ragazza.
Di Han-gi non si saprà mai nulla, non si conoscerà il suo passato, ma è anche vero che le sue ferite, le continue pugnalate che riceve (spesso davanti a Sun-hwa che lo osserva in lacrime) non faranno altro che raccontare ciò che non viene mai detto. Il fatto che comunque sia sempre pronto a rialzarsi, anche dopo la pugnalata di un amico, è prova della forza scaturita dall’istinto di sopravvivenza, capace di lottare (e di ferire a morte) con un volantino in contrapposizione alla lama di un coltello.
Kim Ki-duk era uomo di strada e tali esperienze le conosce bene per poterle raccontare con tale incisività espressiva: la vita di strada, il carcere, le brutture di una società crudele, il silenzio dell’anima e le mutevoli condizioni del cuore capace di risvegliarsi anche nei confronti di chi, in fondo, ti ha rovinato la vita.
“
Bad Guy”, anche per l’accento sull’ambiente della prostituzione, ha la sua origine in “Birdcage inn" e la sua evoluzione in “La Samaritana”.
Il rapporto carnefice-vittima del resto non è nuovo nel cinema, ma Kim Ki-duk gli aggiunge un tocco assai personale.
Difficile, alla fine, riuscire a negare al film la vena lirica intrinseca. L’equilibrio voluto è perfettamente riuscito: non si riesce ad odiare Han-gi fino in fondo.
Merito di questo regista che prova a svecchiare il cinema contemporaneo con un talento naturale, tra contaminazioni occidentali e tradizione orientale.
Kim Ki-duk è anche pittore e la sua sensibilità artistica non emerge solo dall’uso dei quadri di Egon Schiele che in questo film hanno un rilievo importante, ma anche dall’attenzione alle singole sfumature dell’animo attraverso storie dalla complessa visione psicologica.
Anche quando tutto sembra concluso, la storia si riapre e non si sa se sia sogno o realtà quello che si vede scorrere.
Dopo un suo film, la realtà delle cose non può che esserne influenzata.
Ecco qui i tuoi fiori
belli e misteriosi
con un non so che di strano,
e per questo io
li ho messi in un vaso
a forma di corpo umano.
Quando li guardo, sai,
mi sembra che parlino,
ma so che è una follia
o forse era un sogno in cui
dicevano:
"non andare
non andare
non andare via"
(I tuoi fiori, Etta Scollo)
Regia, Soggetto e Sceneggiatura: Ki-duk Kim.
Direttore della fotografia: Cheol-hyeon Hwang.
Scenografia: Sun-ju Kim.
Montaggio: Seong-won Ham.
Interpreti principali: Jae-Hyeon Jo (Han-gi), Won Seo (Sun-hwa), Duk–moon Choi (Myung-soo), Yoon-tae Kim (Jung-tae), Yoon-young Choi (Hyeon-ja), Yoo-jin Shin (Min-yeong),Jung-Young Kim (Eun-hye). , Won Seo (Sun-hwa), Duk–moon Choi (Myung-soo), Yoon-tae Kim (Jung-tae), Yoon-young Choi (Hyeon-ja), Yoo-jin Shin (Min-yeong),Jung-Young Kim (Eun-hye).
Musica originale:Ho-jun Park.
Produzione: LJ Film.
Distribuzione: Tube Entertainment.
Origine: Corea del Sud, 2001.
Durata: 100 minuti.
Titolo originale: “Nabbeun Namja”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com


Sono.... sono....
i tuoi fiori
i tuoi fiori
fiori per me
Commenti
Etta Scollo, i tuoi fiori:
http://www.youtube.com/watch?v=YgQ0j_C_40Q
"In ?Bad Guy? filma l?amore con un solo mezzo di comunicazione: la crudeltà del possesso. In un modo che superficialmente potrebbe definirsi sadico, Han-gi ama Sun-hwa e da cui la osserva con altri uomini. È solo in presenza di un cliente che utilizza quella modalità di contatto; di notte, quando lei dorme, ha il coraggio, invece, di avvicinarsi senza toccarla.
Il gesto tenero che fa nei suoi confronti, quasi come fosse un dono d?amore, è il catalogo dei dipinti di Egon Schiele a cui lei riaccosta il foglio strappato come se le sue due vite trovassero in quel momento una congiunzione figurata. Quel libro l?ha segnata ed ora l?accompagna in una casa di donne sfruttate. Le immagini della pittura di Schiele portano la suggestione dell?arte in quel posto, restituendo delicatezza e, forse, dignità alla vita di Sun-hwa"
Bad Guy, senza ombra di dubbio, è il film di Kim Ki-duk che preferisco.
Primavera...è stato il primo, e mi ha travolta con la sua bellezza, ma il prediletto è Bad Guy. Credo di averlo visto una ventina di volte, dal 2005.
questa recensione è stata segnalata da tommaso pincio sul suo blog
www.tommasopincio.splinder.com
Che onore, Movi. Pincio è un autore micidiale.
Presto scriverò di almeno 3 dei suoi libri - lasciando "Cinacittà" ad Andrea;).