Kim Ki-duk

Address Unknown

Autore: 
Kim Ki-duk

OCCHI

Kim Ki-duk ricorda quelle lettere che trovava nei campi, trascinate dal vento, inzaccherate, calpestate, per le quali il destino aveva spezzato il legame tra le parole del mittente ed il cuore del destinatario. Tante, troppe lettere non raggiungevano l’obiettivo per cui erano state amorevolmente preparate, composte e spedite. Il regista ricorda che, da ragazzo, ne aveva aperta qualcuna, restituendo ai sentimenti ivi impressi la dignità che gli spettava. Da quelle letture casuali in cui aveva scoperto un mondo popolato di incubi o di pensieri scomposti, di amore e di dolore, prende spunto per costruire questo film, intrecciando la realtà della storia a quella della finzione.
 “Address Unknown” parte da un’idea solleticata da un’esperienza di via, d’altronde come suo solito. Anche per “Ferro 3 – La casa vuota”, il film era scaturito dal ritrovamento di un volantino pubblicitario affisso sul portone di una casa rimasta vuota durante i viaggi del suo proprietario. Da quel piccolo ed apparentemente insignificante particolare aveva costruito la sua storia. In questo film, invece, trae forza creativa dalle lettere spedite anni prima che girovagano per il mondo alla ricerca di un legittimo destinatario. Molte di esse risalgono ai tempi della guerra ed è lì che la mente di Kim Ki-duk torna per realizzare un film difficile ma di grandi temi lirici, uno dei più importanti della sua carriera, uno dei più drammatici, perché ci lascia sofferenti, privi di ogni speranza, che non emerge neppure in una fotografia che lascia, per una volta, in secondo piano.
 Non c’è solo il nucleo della società civile a coinvolgerlo, ma l’esistenza intera della Corea. I suoi confini mentali si allargano per abbracciare la realtà dura dei sopravvissuti, dei reduci, di chi non rinuncia alla speranza che quella lettera giunga finalmente a destinazione e, d’altra parte, dei loro figli che si trovano eredi di un mondo ricco di ombre e di disillusioni, senza esserne pienamente consapevoli.
Una contrapposizione di generazioni, dunque, che ci rivela fuochi di disperazione che continuano a ripetersi, giorno dopo giorno, in una qualsiasi parte del mondo. Il risultato è un prodotto toccante e duro allo stesso tempo, per scene e temi trattati, che non risparmia violenze estremamente dure fino ad arrivare ad una sorta di cannibalismo, ma a questo ormai siamo visceralmente abituati. 
In una prima visione pare un film diverso dai precedenti, eppure ad osservare bene si riconoscono tutti gli elementi portanti della sua filmografia: i silenzi, l’isolamento, il pessimismo di fondo, le ferite esteriori che riflettono la tragedia dell’anima, lo squallore sociale, la simbologia degli animali e dell’acqua, anche se non con la stessa intensità di sempre. Se non fosse per la sua arte straordinaria, ci troveremmo con una serie di film tutti uguali, una riproduzione dietro l’altra di schemi prefissati di cui cambia, di volta in volta, personaggi e trama. In realtà così non è. Ogni suo film è un’esperienza unica che permette di avere la visione in continua evoluzione di un cinema a cui accostarsi con maggiore attenzione da parte di chi, in fondo, era abituato ad altro. Le chiavi di lettura sono sempre molteplici, a seconda dell’angolazione da cui si osserva e si interpreta il suo modo di muoversi dietro la macchina da presa, ma è anche questo il bello del suo cinema, perché lo sforzo intellettivo non è mai immediato, ma succedaneo alla chiusura del film, quando comprendi che non è la storia ad essere ricordata, ma la sua essenza, che ormai fa parte di te. 
In “Address Unknown” si sviscerano storie parallele, storie che s’intrecciano a quel filo di Arianna che è la ricerca di una speranza per un mondo normale del dopo guerra, di una guerra, tra l’altro, terminata anni prima, di cui gli americani di stanza alla base non sembrano essersene resi conto (immagini finali ci mostrano soldati in esercitazioni che non hanno più alcun senso, come il soldato di “The Coast Guard”).
Un uomo (Dog Eyes) vende carne di cane che uccide con una mazza da baseball. Le inquadrature si spostano dal ramo a cui è appeso l’animale per soffermarsi su una pozzanghera (l’acqua, elemento vitale contrapposto alla morte che si sta svolgendo poco più in su) che funge da specchio per l’anima inquinata dal male. Quell’uomo (interpretato dallo straordinario interprete di tanti film di Kim Ki-duk, Jae-Hyeon Jo) richiama Chang-guk, il ragazzo che lo accompagna, ad essere più coraggioso nel fare il suo mestiere. Quell’uomo capace di fare a pezzi un cane con inaudito sangue freddo, riesce ad amare e proteggere con trasporto una donna, la madre di quel giovane che, al contrario, manifesta violenza nei confronti del grembo materno.
Quella donna attende il marito afroamericano, padre del suo unico figlio. È a lui che spedisce migliaia di lettere e, ogni giorno, quando il postino le riporta indietro, una alla volta, le apre, prende il contenuto e lo inserisce in una nuova busta riscrivendo l’indirizzo che ha a sua disposizione, rispedendola con caparbia convinzione.
Lei vive in un autobus rosso appartenente alle forze militari americane, nei pressi di una base. Continua ad utilizzare la lingua inglese per esprimersi con i suoi connazionali, nel desiderio di essere in un luogo diverso, in un mondo diverso, finendo per essere respinta o, addirittura, maltrattata.
Un uomo gioca con gli amici, ricordando la guerra e mostrando a tutti il suo arto artificiale, la mutilazione come unico ricordo del valore militare. Attende che qualcuno riapra il suo fascicolo e gli assegni finalmente una medaglia per il suo coraggio. È alienante il suo attaccamento ad un ideale simbolico che desidera più di ogni altra cosa al mondo. I soldi, l’assegno statale, non bastano. Non servono. Ha bisogno della gloria, di sentirsi utile di fronte agli occhi dei suoi connazionali per poter affrontare la vita.
Un mondo parallelo, vicino e distante allo stesso tempo, vede tre ragazzi protagonisti di altrettante storie di disagio.
Il primo è quel Chang-guk che vive una situazione di malessere e di isolamento per il sentirsi figlio di due mondi contrapposti, gli U.S.A. da una parte e la Corea dall’altro. Non è capace di prendere a bastonate i cani, ma difende a spada tratta il suo amico più debole colpendo con estrema brutalità i coetanei che lo minacciano. Ama ed odia la madre allo stesso tempo, finendo per tentare di ucciderla al fine di sottrarla all’insana ossessione per quelle lettere. La realtà delle cose è diversa, ma lui pare non comprenderla appieno. Dopo aver liberato tutti i cani prigionieri, dopo aver legato Dog Eyes allo stesso modo in cui lui legava la carne pronta al macello, si fa aiutare dagli animali che tengono ferma la corda per dar vita ad una tragica e surreale vendetta collettiva, di cui riusciamo ad essere partecipi fino in fondo. Il destino di Chang-guk sarà altrettanto drammatico ed istantaneo, lasciando tracce di profonda commozione in chi lo osserva. 
La seconda è una ragazza, Eu-nok, che vive nella malinconia di un occhio perduto per la crudeltà d’un gioco d’infanzia del fratello. Anche lei studia inglese, avvicinandosi giornalmente alla base americana nella speranza di poter essere operata nell’ospedale militare, in modo di vedersi restituita ad una vita normale. Legata morbosamente ad un cagnolino, derisa dai ragazzini che la vedono come un mostro, è triste, solitaria e silenziosa. La pena per lei è immensa. Il padre è un disperso di guerra, creduto un eroe. Eu-nok incontra James, un ragazzo americano che sogna la sua casa e trascorre la sua giovinezza in un paese straniero, perso dietro alle droghe. Sarà la salvezza per la giovane ragazza, nonostante non ci si riesca totalmente a fidare di lui. Splendida la scena in cui l’uomo ritaglia un occhio da una pagina di un giornale e lo posa su quello cieco della ragazza, restituendole la speranza e con essa il sorriso. 
Un’altra casa, un’altra storia. Un ragazzo gioca con il suo cane, spiando di nascosto quella ragazza con l’occhio disfatto che gli ha rapito il cuore. Ji-hum ha atteggiamenti quasi maniacali verso la vita, da quando esce la mattina a quando rientra a casa per spiare continuamente Eu-nok. È persona di buon cuore che si muove nel mondo dell’arte, ma senza speranze né per la vita, né per l’amore. Gentile, troppo debole, non riesce a scalfire il muro dell’indifferenza dell’oggetto dei suoi sogni. Non è per cattiveria, ma Eu-nok ha in mente solo l’ossessione per un occhio che deve rinascere e con esso la sua vita. 
I tre ragazzi coetanei si troveranno insieme più volte, fino ad essere l’uno la protezione dell’altro, tanto che sia Chang-guk che Ji-hum si feriranno ad un occhio facendo, alla fine, sentire meno sola la loro amica silenziosa. E Kim Ki-duk li inquadra tutti insieme, come se facessero parte di un’unica dimensione, separata dall’isolamento che vivono gli adulti. La contaminazione americana è l’aria che tutti respirano, illudendosi di poter trovare, all’interno della base recintata, una nuova esistenza e con essa la felicità. Vivono quella presenza come un miraggio a cui tendono come assetati. È la Corea piagata, divisa, che vede negli Stati Uniti la speranza illusoria della rinascita.
Per qualcuno di tutti quegli esseri che popolano il deserto, fuori da quell’oasi, ciò si trasformerà in realtà. Eu-nok verrà operata agli occhi riacquisendo, attraverso la vista, una posizione normale nel mondo, nonostante i desideri in apparenza egoistici di Ji-hum che la vorrebbe cieca per sempre.
Si contrappone, attraverso l’atteggiamento del ragazzo, l’idea della salvezza utopica per l’intervento americano alla forza nel voler credere di potercela fare da soli, anche se irrimediabilmente mutilati: il legame con le radici familiari comprende, quindi, in un senso più ampio, la Corea stessa. 
 

Regia, Sceneggiatura, Scenografia: Ki-duk Kim. Direttore della fotografia: Jeong-min Seo. Costumi:Eun-jung Joo. Montaggio: Sung-won Ham. Interpreti principali: Dong-kun Yang (Chang-guk), Young-min Kim (Ji-hum), Min-jung Ban (Eunok), Jae-Hyeon Jo (Dog-Eyes), Eun-jin Bang (la madre di Chang-guk), Kye-nam Myeong (il padre di Ji-hum), In-ock Lee (la madre di Eunok), Mitch Malum (James). Musica originale: Ho-jun Park. Produzione: LJ 21 Film Co. Distribuzione: Tube Entertainment. Origine: Corea del Sud, 2001. Durata: 117 minuti. Titolo originale: Suchwiin bulmyeong”, selezionato dal Fondo di Promozione per lo sviluppo del Pusan Film Festivalselezionato dal Fondo di Promozione per lo sviluppo del Pusan Film Festival, in concorso alla Mostra Internazionale di Arte Cinematografica di Venezia, anno 2001.

 
Movida, 20 marzo 2005. 
Originariamente apparsa in Lankelot.com
 
 
 

 

ISBN/EAN: 
8032706212755

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"In una prima visione pare un film diverso dai precedenti, eppure ad osservare bene si riconoscono tutti gli elementi portanti della sua filmografia: i silenzi, l?isolamento, il pessimismo di fondo, le ferite esteriori che riflettono la tragedia dell?anima, lo squallore sociale, la simbologia degli animali e dell?acqua, anche se non con la stessa intensità di sempre. Se non fosse per la sua arte straordinaria, ci troveremmo con una serie di film tutti uguali, una riproduzione dietro l?altra di schemi prefissati di cui cambia, di volta in volta, personaggi e trama. In realtà così non è. Ogni suo film è un?esperienza unica che permette di avere la visione in continua evoluzione di un cinema a cui accostarsi con maggiore attenzione da parte di chi, in fondo, era abituato ad altro. Le chiavi di lettura sono sempre molteplici, a seconda dell?angolazione da cui si osserva e si interpreta il suo modo di muoversi dietro la macchina da presa, ma è anche questo il bello del suo cinema, perché lo sforzo intellettivo non è mai immediato, ma succedaneo alla chiusura del film, quando comprendi che non è la storia ad essere ricordata, ma la sua essenza, che ormai fa parte di te"

"Non c?è solo il nucleo della società civile a coinvolgerlo, ma l?esistenza intera della Corea. I suoi confini mentali si allargano per abbracciare la realtà dura dei sopravvissuti, dei reduci, di chi non rinuncia alla speranza che quella lettera giunga finalmente a destinazione e, d?altra parte, dei loro figli che si trovano eredi di un mondo ricco di ombre e di disillusioni, senza esserne pienamente consapevoli.
Una contrapposizione di generazioni, dunque, che ci rivela fuochi di disperazione che continuano a ripetersi, giorno dopo giorno, in una qualsiasi parte del mondo. Il risultato è un prodotto toccante e duro allo stesso tempo, per scene e temi trattati, che non risparmia violenze estremamente dure fino ad arrivare ad una sorta di cannibalismo, ma a questo ormai siamo visceralmente abituati"

Dal mio punto di vista il suo film più drammatico.

Il film si trova in Italia in un cofanetto contenente L'isola e Bad Guy.

Si trova in:
http://www.pixmania.com/film-in-dvd-cof-kim-ki-duk-the-isle-b/itit103700...

(gran bel lavoro, Movi;) ).
(... in tanti prendiamo appunti;) ).

anzi no...l'ho trovato anche su Libreria. Prima non l'avevo visto...ora inserisco il codice..

[address unknown] Film

[address unknown] Film crudissimo che sconvolgerà i tanti(spero) che lo vedranno..gli animalisti saranno inorriditi dalle scene di uccisione dei cani, non c'è gioia in questa pellicola ,solo tristi storie di una campagna coreana desolata, una ragazza che ha perso un occhio, uno yankee che la vuole viziare prima che amare, una madre che aspetta invano una lettera che non arriva mai, un film di pessimismo totale ..ma con una stupefacente capacità di toccare le corde di chiunque..

[animalismo vs address

[animalismo vs address unknown] ne approfitto, en passant, per segnalare un tag esistente ma ancora poco popolare, in Lanke: http://www.lankelot.eu/animalismo "Animalismo"

[uccisione cani] Un ottimo

[uccisione cani] Un ottimo motivo per non vederlo.

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