Una distrazione fatale, e una coppia di giovani immersionisti americani, Susan (Blanchard Ryan) e Daniel (l’esordiente Daniel Travis) si ritrova isolata nell’oceano. La trama, a voler esser onesti, è tutta qui: l’ambizione del coraggioso regista e autore Chris Kentis stava nel rappresentare lo stato d’animo, le condizioni e la soffocante lentezza del tempo di chi si ritrova perduto in alto mare, nell’oceano.
Le prime battute della vicenda costituiscono uno spaccato della vita della coppia: sono due professionisti che si apprestano a partire per una vacanza che deve costituire – al solito – un autentico momento di evasione dalla realtà; spogliati dai loro ruoli, Susan e Daniel sono due giovani piuttosto spenti e incolori; non stupisce dunque che la prima battuta di Daniel riguardi il problema di una caldaia, o che – nel cuore della notte – Kentis mostri una sua micidiale battaglia contro una zanzara.
Daniel e Susan sono due semplici cittadini in viaggio: una coppia – ecco la parola impronunciabile, mai come in questo caso opportuna – “normale”.
Questa “normalità”, questa “medianità” dei due protagonisti può facilitare l’identificazione dello spettatore; non registriamo nessun espediente narrativo volto ad aumentare artificiosamente la tensione, fino al momento in cui Susan e Daniel vengono “dimenticati” in fondo al mare: la storia si sviluppa senza negarsi dialoghi fiacchi, anonimi e zoppicanti, ad intelligenza-zero.
A questo punto, ha inizio il dramma degli immersionisti: dapprima si ritrovano, spaventati ma fiduciosi, ad attendere il ritorno della barca; persuasi come sono che la loro assenza, a bordo, verrà notata, s’affidano alla competenza catodica di lui (grande spettatore dei documentari, sembra) e rimangono a galleggiare immobili. Passeranno le ore: poco a poco, la disperazione s’impadronirà di Susan: la compagnia degli squali (“non aggressivi”, teoricamente) e d’un odioso branco di meduse non faciliterà l’ambientamento.
Inutile attendersi ulteriori spoilers: del resto, la trama non si discosta eccessivamente dal titolo, e l’intero film è concentrato sulla situazione appena descritta. Kentis si concentra sul crollo nervoso della coppia, sulle effettive opportunità di sopravvivenza in alto mare e sul passaggio dalla luce al buio per fotografare un incubo; l’esito è interessante e (azzardiamo) realistico – forse più adatto ad una visione domestica che alla proiezione in una sala cinematografica.
Questo per via della sua – pure coraggiosa – sobrietà: nessun effetto speciale, nessun colpo di scena, nessuna concessione agli stilemi del genere – si gioca sulla contrapposizione “visibile – invisibile”, sul buio dei non sempre sondabili abissi e sulla (sempre più debole) luce che circonda chi si trova a galleggiare tra le onde. Da qui a proporre una lettura del film che comprenda una contrapposizione tra “conscio” e “inconscio” certamente ce ne vuole; se la strategia simbolica dell’autore voleva essere questa, se il segreto obbiettivo era quello di proporre un’interpretazione delle angosce ancestrali della nostra specie, allora l’intento è fallito.
Semplicemente, preferiamo giudicare questo “Open Water” come un promettente e intelligente esercizio di stile, a metà tra un documentario, un filmino delle vacanze e una confezione cinematografica alla “Blair Witch Project”; e certamente un elemento utile a propendere per questa valutazione è la dicitura “basato su una storia vera” – per ragioni che comprenderete con chiarezza appena usciti dalla sala, si stenta a credere che possa essere così (a meno di non voler accettare la congettura di quanti, come il sottoscritto, ritengono che la storia vera fosse una gaia leggenda del popolo degli squali, nata per educare i più giovani alla segreta raffinatezza d’un’alimentazione umana).
“Open Water”, scritto, diretto e montato da Chris Kentis, alla sua seconda opera, è un film non convenzionale e decoroso; nessun brivido e nessuna emozione atipica impediscono di salutarne la grandezza. Ci sembra tuttavia da non trascurare il minimalismo, la sobrietà e la naturale trasandatezza di questo regista – se rimarrà fedele a questa linea, potrà scrivere e girare qualcosa di notevole, in futuro.
Regia: Chris Kentis.Soggetto e Sceneggiatura: Chris Kentis.
Direttore della fotografia: Chris Kentis, Laura Lau. Montaggio: Chris Kentis. Interpreti principali: Blanchard Ryan, Daniel Travis. Musica originale: Graeme Revell. Produzione: Estelle e Laura Lau. Origine: Usa, 2003.Durata: 79 minuti.
Info Internet: Sito Ufficiale.
Recensioni: Castlerock / Spietati / Cinematografo
Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Agosto 2004 - prima pubb: Lankelot.com
Commenti
a metà tra un documentario, un filmino delle vacanze e una confezione cinematografica alla ?Blair Witch Project?
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