“American History X” è l’opera prima di Tony Kaye, promettente cineasta inglese con un brillante passato da regista di documentari e di spot televisivi: ha rischiato d’essere l’opera unica, per via dei contrasti tra la New Line Cinema e Kaye. Lo studio, stanco delle incertezze e dei continui ritocchi nell’editing, ha distribuito un “prodotto” che non corrispondeva al disegno dell’artista.
Kaye, ancora insoddisfatto dopo diversi montaggi dell’opera, non ha avallato questa versione del film: non riuscendo a ostacolarne la circolazione, ha domandato invano di potersi firmare Humpty Dumpty, in onore alla creatura di Carroll, oppure Alan Smithee. La richiesta non è stata accettata.
A quanto pare, Kaye sta combattendo, e continua a combattere, una battaglia contro la politica commerciale degli studios hollywoodiani: al momento, donchisciottescamente sconfitto, sembra essere sparito dalla circolazione.
Avremmo forse dovuto aggiungere un punto interrogativo, nei credits, a fianco del nome del regista: s’è preferito accostare, tra parentesi, lo pseudonimo rifiutato dalla New Line. Solidarietà, Mr. Dumpty.
IL FILM.
Una delle numerose storie americane “X”, cioè segrete o almeno tenute nascoste con crescente difficoltà, è legata al disagio della piccola borghesia wasp, flagellata dalla stagnazione economica e da nuove epidemie di razzismo, becero nazionalismo e intolleranza che esasperano i contrasti nella società del sedicente “melting pot”. Nel deserto ideologico e ideale che sembra oggi connotare la “democrazia” leader dell’Occidente non è dunque difficile che metta radici l’ormai grottesca gramigna nazionalsocialista: s’intravede un sinistro, tragicamente farsesco filo nero che lega la tradizionale recrudescenza di un “fenomeno” come il Ku-Klux-Klan alle odierne deliranti associazioni neonaziste.
Questo film, senza titubanze e senza scrupoli, affronta e racconta la cruda realtà del fanatismo patriottardo e parafascistoide tutto stars & stripes, che non si fatica a immaginare come fertile humus per le campagne politiche dei bombaroli texani alla Bush.
È doloroso e avvilente: e fa rabbia. Fa rabbia perché si pensa alla realtà delle aberranti ottocentesche “Gangs of New York”, recentemente rappresentate da Scorsese, e non si avverte differenza tra le volgarità razziste della componente wasp detta dei “nativi” di allora, e le infamie neonaziste contemporanee: avvolti nella bandiera d’una nazione che doveva essere simbolo d’una nuova e finalmente libera umanità, ma che sin dal principio della sua storia s’è macchiata del sangue di innocenti, massacrando e sterminando intere popolazioni.
Per denaro, per potere, per avidità. Si tratta sempre e solo di una minoranza?
TRAMA.
All’insegna del “White Power” e d’un rinnovato “sangue e suolo”, Derek Vinyard (Edward Norton) arruola e catechizza bande di teppisti e di piccoli delinquenti, trasformandoli in skinhead determinati a opporsi e ad aggredire le comunità ispano-americane, afro-americane e orientali.
Alle spalle del magnetico e autoritario Derek si nasconde l’ideologo Cameron Alexander (Stacy Keach), un uomo di mezza età dal berlusco passato e dall’hitleriano presente: non partecipa a nessuna azione, evita di apparire in pubblico, si circonda di simboli e souvenir della Germania nazista e si diletta di letture che atrofizzano il cervello, come il Mein Kampf, presto impartite ai suoi lobotomizzati soldatini rasati.
Derek ha perduto, giovanissimo, il padre, vigile del fuoco, caduto vittima in una sparatoria per mano di un delinquente di colore: da allora, la larvale acrimonia contro i “non-wasp”, instillata proprio dal genitore, s’è trasformata in feroce odio razziale.
Derek diventa capofamiglia: eredita il ruolo paterno e guida, tiranneggiando, illudendosi di “proteggere” i suoi. Ha una sorella, pressoché coetanea, genuinamente progressista, un fratello più giovane di qualche anno, Danny (Edward Furlong, il giovane John Connor di Terminator II), un’altra sorellina ancora in fasce. La madre è una figura fragile e malaticcia, che non riesce a mitigare l’aggressività del nuovo capofamiglia: e deve anzi addirittura rinunciare al suo nuovo compagno, umiliato da Derek perché giudeo.
Danny considera Derek un dio, e tende a emularlo con devozione. Neppure lo choc successivo al duplice omicidio di due piccoli delinquenti, uccisi dal fratello a sangue freddo non perché ladri, ma perché negri, riesce a far vacillare l’ammirazione nei confronti di Derek.
E così, mentre il leader neonazista sconta tre anni di reclusione per l’uccisione di due persone, Danny inizia a frequentare Cameron Alexander e i giovani skin del gruppo. Venice Beach, California, è sede di scontri e conflitti tra le varie comunità: divise per ragioni razziali e culturali, apparentemente senza rimedio.
Quando Derek esce dal carcere è un’altra persona.
Tradito proprio dai bianchi neonazisti incontrati in galera, stuprato nelle docce dai suoi camerati, poco a poco prende coscienza dei terribili errori compiuti nel passato e, grazie all’amicizia di un giovane di colore, comincia a rivedere le sue posizioni. Torna sui suoi passi, restituendosi a quegli studi che aveva abbandonato nell’adolescenza, sostenuto e guidato dal suo ex insegnante: che suo padre reputava, sic et simpliciter, un negro.
Quegli studi gli restituiscono intelligenza, umanità e comprensione: Derek torna a casa e sa di dover strappare Danny dalle barbare compagnie dei fanatici del White Power. Derek deve riconquistare la fiducia e l’amore di sua madre e delle sue sorelle: deve dimostrare d’aver compreso la gravità dei suoi errori e deve tutelare il futuro di suo fratello.
Si opporrà, così, agli “amici” di un tempo, rinnegandoli e rifiutandoli: poco a poco, svelerà al fratello le ragioni del suo cambiamento e lo convincerà della necessità d’un drastico cambiamento nelle loro vite.
Sul petto ha ancora tatuata una svastica: segno d’un passato che lo tormenta e lo assilla con rimorsi e rimpianti, e che non vuole proprio abbandonarlo. Tragica conferma ne avrà nell’epilogo del film. Proprio quando la famiglia Vinyard sembra avviata a una nuova luce, a un futuro magari lontano dall’abisso delle tetre memorie degli orrori di Venice Beach, Danny verrà ucciso da un colpo di pistola, sparato da un coetaneo di colore.
Danny è reo d’averlo fronteggiato, giorni prima, mentre il ragazzo stava picchiando uno studente bianco. Danny è reo d’essere (stato) uno skinhead e di rappresentare una minaccia di nuova oppressione per le comunità nere.
Danny è un ragazzino confuso che ha capito i suoi errori e vuole superare il buio del suo passato: ha appena scritto la sua storia americana X, ha rivelato una delle pieghe più oscure della società statunitense ed è pronto a battersi per vincerla. Ma l’odio seminato dal fratello e dai suoi scherani, negli anni, miete un’ulteriore vittima.
Smarrite dunque le speranze di redenzione?
Derek piange il fratello, massacrato in un bagno del suo liceo. Nel liceo d’un paese che consente la vendita delle armi da fuoco con una facilità imbarazzante. E che vede sempre più spesso nelle scuole il teatro di omicidi.
Il pensiero, a questo proposito, va ai recenti “Bowling for Columbine” ed “Elephant”.
Il pensiero va a quella parte sana e nobile della società statunitense che continua a battersi per vivere in uno Stato più giusto e democratico.
Che sappia estirpare la gramigna. E spargere sale sulla terra bruciata.
APPUNTI.
Eccellente l’interpretazione di Edward Norton, che sa essere al contempo gelido e furioso, introspettivo e sanguigno, regalando un personaggio che s’attira prima odio, e quindi pietà. Norton si conferma uno dei migliori attori della nuova generazione assieme a Johnny Depp e Jude Law.
Apprezzabile la crudezza delle immagini. Notevole la scelta di mostrare le scene ambientate nel passato con un cupo bianco e nero. Sobria la colonna sonora, ordinato e lineare e mai singultico e clipparolo il montaggio.
Incredibile l’onestà e la franchezza dei dialoghi: McKenna ha scritto una storia che non conosce pudori e ritrosie, capace di rappresentare il delirio delle argomentazioni neonaziste e la dolcezza dell’intimismo piccolo borghese.
Concludo con una serie di interrogativi. Possibile che un popolo capace di simili autodafè non sappia vincere i propri mali? Possibile che esista tanta coscienza dei cancri che infestano il paese e che non si riesca a debellarli? Possibile che un Paese che ha combattuto e sconfitto il nazifascismo in Europa possa oggi accettare che una parte della sua popolazione si vada attestando su posizioni analoghe? Il consiglio dello scrivente italiota è semplice: che le future amministrazioni statunitensi investano nell’Istruzione quel che da decenni investono negli armamenti. Imparando a educare i propri cittadini. Tutti, non solo quelli che possono permetterselo, pagando migliaia di dollari e avallando un sistema che della meritocrazia conserva solo l’apparenza, e la propaganda.
Film da vedere. Per la violenza e per il sangue. Per quel che significano, per quel che comportano, per quel che rivelano. Dell’America, e di noi.
Tutti.
Lankelot Franchi, gennaio 2004. Prima pubb: Lankelot.com
Regia: Tony Kaye (Humpty Dumpty). Soggetto e Sceneggiatura: David McKenna. Direttore della fotografia: Tony Kaye. Montaggio: Alan Heim, Jerry Greenberg. Interpreti principali: Edward Norton, Edward Furlong, Stacy Keach, Fairuza Balk, Elliot Gould. Musica originale: Anne Dudley. Produzione: John Morrissey. Origine: Usa, 1998. Durata: 119 minuti.
Approfondimento. The first American History X Page / Norton Information Page / Edward Norton Online
Commenti
Possibile che un popolo capace di simili autodafè non sappia vincere i propri mali? Possibile che esista tanta coscienza dei cancri che infestano il paese e che non si riesca a debellarli? Possibile che un Paese che ha combattuto e sconfitto il nazifascismo in Europa possa oggi accettare che una parte della sua popolazione si vada attestando su posizioni analoghe? Il consiglio dello scrivente italiota è semplice: che le future amministrazioni statunitensi investano nell?Istruzione quel che da decenni investono negli armamenti. Imparando a educare i propri cittadini. Tutti, non solo quelli che possono permetterselo, pagando migliaia di dollari e avallando un sistema che della meritocrazia conserva solo l?apparenza, e la propaganda.
Film da vedere. Per la violenza e per il sangue. Per quel che significano, per quel che comportano, per quel che rivelano. Dell?America, e di noi.
Tutti.
Lo vidi al cinema all'uscita, non male. Anche se ci fu qualcosa che non mi convinse appieno. Non ricordo bene perchè non l'ho più rivisto. Mi limito a ribadire quanto detto altrove: Edward Norton è un grande attore, tra i migliori della nuova generazione americana.
Dovremmo dedicargli una monografia - per ora abbiamo la 25° ora, American History X e Fight Club.
assolutamente d'accordo su Northon. se non fosse che... sono pur sempre una femminuccia, direi che è il miglior attore contemporaneo ma, Johnny è molto più sensuale.. perdonatemi. : ) è da vedere. tutti, sì. e, naturalmente, l'ho fatto vedere a cuccio (mio figlio tredicenne). sorprendente, forse(in ogni caso mi riempie di orgoglio) la sua capacità di intuire. quando ha visto il "nuovo" derek.. ha detto: "vabbè, ha incontrato un nero simpatico in galera!" e alla fine... "mo' se la pigliano col fratello". non credo che questa prevedibilità sia banale. è la vita che ci circonda, purtroppo, che è così.
Tony Kaye è parente di Danny Kaye, ma non è mai stato fidanzato con Laurence Olivier suppongo. Grande comico, comunque.
(non sempre, però;) ).
chi è Danny Kaye? (maaaaaaaaaaaaa, Humpy Dumpy mica l'ha inventato Caroll, o sbaglio? non l'aveva preso da qualche vecchia "storiella"? non ricordo...)
Danny Kaye è quello di "L'ispettore generale"!
(l'ha inventato Aldo Busi)
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