Il colonialismo non è mai finito, e neppure le guerre di religione. L’Occidente continua imperiosamente a drenare le risorse del pianeta, e nel farlo, in molti casi, devasta le culture degli altri popoli che lo abitano, ne sconvolge i sistemi di vita, le usanze, le economie, l’habitat. I monoteismi continuano ad essere fonte di tragiche incomprensioni, di conflitti sanguinari altrimenti evitabili. Si può dire che dal 1884, l’anno in cui si svolge il bel film di Shekhar Kapur, da questo punto di vista il quadro sia sostanzialmente immutato. Certo l’asse politico ed economico si è spostato, dall’Europa all’America, da Londra a Washington: ma le leggi alla base delle relazioni fra centro e periferie sono grosso modo le stesse. Un tempo avevamo bisogno che il resto del mondo ci fornisse di beni e materie prime introvabili da noi: spezie, sete pregiate, porcellane, the, droghe, etc.; avevamo anche bisogno che il resto del mondo si aprisse all’economia capitalista, che creasse un mercato dove potessimo piazzare le nostre merci. Oggi il motore principale del nostro interventismo è il bisogno di petrolio e di manodopera a prezzo stracciato. Un tempo, per giustificare il costo altissimo che facevamo pagare a milioni di innocenti, ammantavamo le nostre conquiste economiche di principi religiosi cristiani, o le indoravamo nell’ottica di una presunta missione civilizzatrice: l’evangelizzazione, ovvero il fardello dell’uomo bianco. Oggi il nostro dovere –dice George W. – è esportare la democrazia.
Negli anni ottanta dell’Ottocento, al suo apice, l’Impero britannico controllava qualcosa come un quarto di tutte le terre emerse. I suoi interessi e i suoi possedimenti si estendevano dall’Asia all’Oceania, dal Sud America all’Africa. Particolarmente in Africa il dominio inglese mostrava la sua faccia più brutale: lo sfruttamento qui non produceva alcuna forma di sviluppo, non si accompagnava ad alcuno sforzo di modernizzazione, come invece, anche se fra mille contraddizioni e difficoltà, capitava in India. Erano gli anni in cui l’Africa stava definitivamente per piombare in quel baratro di miseria e devastazione da cui non si sarebbe più ripresa. In Sudan, la popolazione musulmana, stretta intorno al Mahdi, si organizza in bande armate decise a resistere all’oppressore europeo. Gli attentati e le operazioni di disturbo, sempre più numerose e cruente, inducono la Corona inglese ad ingrossare il contingente dell’esercito lì di stanza. Fra i nuovi reclutati, vi è anche il reparto di cavalleria in cui milita Harry Faversham (Ledger), giovane rampollo dell’aristocrazia, figlio di un generale pluridecorato, che il giorno prima di partire alla volta del Sudan rassegna le proprie dimissioni. La ragione principale che lo spinge ad un gesto così drastico è semplicemente la paura. Oltre che dal padre, viene rinnegato dagli amici e dalla promessa sposa (Hudson), ognuno dei quali, come vuole la tradizione in voga al tempo, consegna a Harry una piuma bianca in segno di disprezzo per la sua codardia. Fra il suo migliore amico (Bentley) e la sua fidanzata sboccerà anche una relazione. Per Harry inizierà così una dolorosa ricerca di riscatto, tesa a dimostrare, agli altri e a se stesso, la possibilità del coraggio e del valore al di fuori degli schemi e dei poteri dominanti. Anzi, alla fine risulterà chiaro che la virtù individuale si trova solo lontano da quegli schemi, fuori da quel potere prevaricatore, di cui viene scoperta tutta l’illegittimità.
L’indiano Kapur riprende in mano il romanzo di Mason del 1902, per proseguire la sua personale riflessione intorno alla potenza imperiale britannica, della quale già in “Elizabeth” aveva indagato gli albori. Kapur depura il soggetto de “Le quattro piume” dalle certezze militariste che informavano sia il romanzo originale, sia la celeberrima versione cinematografica di Zoltan Korda, del 1939. Lo svecchia, ma soprattutto lo problematizza, costruendo intorno alla semplicità lineare della trama un testo profondo a più chiavi di lettura. Per questo “Le quattro piume” ha il sapore antico di un vero film d’autore, che si fa carico di un ragionamento importante senza abdicare alla qualità del racconto, al gusto per l’intrattenimento. Non c’è solo un triangolo amoroso, ma c’è una ricognizione appassionata sulla forza dell’amicizia e sui limiti della fedeltà. Non c’è solo il cammino di un individuo verso la saggezza, ma c’è lo scontro fra cristianesimo e islam, e c’è lo scacco della razionalità occidentale (nella battaglia del deserto gli Inglesi si dispongono a quadrato, e soccombono alle forze indigene che li attaccano da ogni lato). La produzione nel complesso è grandiosa; e alla fotografia, per di più, c’è un maestro del calibro di Robert Richardson, già Oscar per “JFK” nel ’92, che fonde perfettamente il suo lavoro con la visionarietà propria di Kapur. Bravo Bentley (il Ricky Fitts di “American Beauty”), un po’ più legnosetti Ledger e Hudson. Distratta la critica, ignoto al pubblico: mistero.
Regia: Shekhar Kapur. Titolo originale: The Four Feathers. Tratto da un romanzo di: A. E. W. Mason. Sceneggiatura: Michael Schiffer, Hossein Amini. Direttore della fotografia: Robert Richardson. Montaggio: Steven Rosenblum. Interpreti principali: Heath Ledger, Wes Bentley, Kate Hudson, Djimon Hounsou, Michael Sheen, Rupert Penry-Jones. Musica originale: James Horner. Produzione: Miramax/Paramount. Origine: Usa/Uk, 2002. Durata: 125 minuti. Info Internet: il sito ufficiale del film; e di Shekhar Kapur
pk-. (novembre 2003).
Commenti
A me non è piaciuto, ho preferito "Elizabeth". Non mi sono piaciuti gli attori, soprattutto.
Elizabeth è bellissimo. A breve esce il seguito, sempre con la Blanchett e Rush, con l'aggiunta di Clive Owen.
2- Non sapevo, grazie della dritta. E la Dench? C'è pure lei?
Ma la Dench non c'era nel primo. Mi sa che ti confondi con Shakespeare in Love, dove la Dench faceva Elizabeth da vecchia.
C'hai ragione:) ah ah ah. che memoria bruciata che ho.
"Non c?è solo il cammino di un individuo verso la saggezza, ma c?è lo scontro fra cristianesimo e islam, e c?è lo scacco della razionalità occidentale (nella battaglia del deserto gli Inglesi si dispongono a quadrato, e soccombono alle forze indigene che li attaccano da ogni lato)."
> estremamente interessante. M'è capitato sottomano diverse volte dalla prima uscita dell'articolo sul .com, anni fa, ho sempre perduto l'occasione per rimediare l'acquisto. Non rinvierò ancora a lungo...
questo film lo ricordo storicamente come un tuo pallino.
Guarda Buccia, non è eccelso, è iregolare ma fatto con intelligenza e col cuore.