Kanievska Marek

Another Country

Autore: 
Kanievska Marek

 “I vow to thee, my country,
all earthly things above,
Entire and whole and perfect,
the service of my love;
The love that asks no question,
the love that stands the test,
That lays upon the altar
the dearest and the best;
The love that never falters
the love that pays the price,
The love that makes undaunted
the final sacrifice.

And there’s another country,
I’ve heard of long ago,
Most dear to them that love her,
most great to them that know;
We may not count her armies,
we may not see her King;
Her fortress is a faithful heart,
her pride is suffering;
And soul by soul and silently
her shining bounds increase,
And her ways are ways of gentleness
and all her paths are peace”

(Last poemCecil Arthur Spring-Rice) 

Fragile elegia della diversità e dell’anticonformismo, “Another Country” è un film ambientato in un prestigioso college inglese attorno agli anni Trenta. Protagonisti principali sono un dandy omosessuale, Guy Bennett (Rupert Everett) e un giovane idealista, il comunista Tommy Judd (Colin Firth), suo unico, autentico amico. Isolati ed estraniati per via della loro diversità dall’elite dell’istituto, vivono all’insegna di un (irrealizzabile?) integralismo e di una splendida coerenza: Judd invita Bennett alla discrezione in più di una circostanza, senza tuttavia adottare la stessa strategia nella sua vita. Judd è, per tutti, il “bolscevico”, il ribelle comunista: Bennett l’omosessuale, punto. Tenue e fragile elegia dell’anticonformismo e della diversità, si scriveva: pregiata da una incantevole interpretazione dei due attori principali e da una discreta fotografia, indebolita da una sceneggiatura eccessivamente lineare e da una struttura narrativa non aliena da lacune e aporie e non scevra da pleonasmi e ripetizioni, “Another Country” è tuttavia toccante e delizioso nel suo intimismo e nella sua avvilente malinconia.  

La trama. Mosca, 1983. Una giovane giornalista americana va a visitare chi, “per fama o per infamia”, desiderava entrare nella storia: e nella storia sarebbe entrato come spia inglese asservita all’Unione Sovietica. Guy Bennett le racconterà soltanto il background di quel “manipolo di fratelli” che, dagli anni Trenta in avanti, lottarono nel nome dei loro ideali per un mondo più giusto: altro non può e non vuole svelare: né quanti fossero, né, ovviamente, chi fossero.

Narrazione, dunque, in flashback: si tratta delle memorie degli anni di Bennett in un prestigioso istituto inglese (Eton?), microcosmo dell’elite che avrebbe poi rivestito ruoli determinanti nel sistema.

Guy Bennett è un dandy: irriverente, elegante e stravagante, accetta d’esser confinato nel collegio persuaso che, una volta eletto negli “Dei”, gli autentici leader studenteschi dell’istituto, potrà vedere agevolato il suo cammino verso l’ambita carriera diplomatica. 

L’omosessualità non è episodica, nel college: ma esibirla fino a ostentarla può pregiudicare la fortuna di uno studente. Bennett ne è consapevole: e, per diverso tempo, riesce a evitare noie, giocando a volte sul ricatto. Fin quando non si innamora di James Harcourt (Cary Elwes): poco a poco, perde ogni controllo e, per via di qualche leggerezza, viene scoperto e  incappa nelle punizioni di uno dei leader degli Dei, il fascistoide Fowler (Tristan Oliver): se avesse ricattato ancora i suoi antichi amanti, con la minaccia di rivelare l’accaduto degli anni precedenti al Preside, avrebbe potuto compromettere la carriera e la reputazione del suo innamorato. 

Bennett si sacrifica, perde l’opportunità di divenire uno degli “Dèi”, rinunciando così alla sua carriera da diplomatico, e si ritrova, disperato, a dover prendere atto che la sua diversità è il suo primo e unico rivale: non potrà avere fortuna in patria, dovrà sempre pagare un fio per la sua natura.

Unico amico di Bennett, si scriveva, è l’altro “diverso” dell’istituto: il comunista Tommy Judd. Non sempre Judd è in grado di comprendere le scelte del compagno: ma è l’unico a dimostrare sensibilità e umanità nei suoi confronti, ad apprezzarne l’intelligenza e l’estetica, a capire, infine, la sua omosessualità, vissuta come una colpa e sentita come una dannazione.

Tommy può capirlo perché paga, ogni giorno, per le sue idee col disprezzo e l’irrisione degli altri studenti: più questo avviene, più Tommy fa professione di coerenza. Morirà, giovanissimo, in Spagna: splendido esempio di dedizione all’ideale.     

Appunti. Il divario tra il culto dell’immagine (l’infausto dogma della rispettabilità e dell’onorabilità, l’idolatria della forma) e la pietà per se stessi (la tolleranza, e la solidarietà) viene rappresentato con efficacia. Difficile non simpatizzare per la causa di questi due antieroi della diversità: e non solo per il tracimante conservatorismo dell’ambiente e per l’ipocrisia e l’arroganza dei compagni di studio. “Prima o poi cedono tutti”, è la legge di Bennett: ma non tutti hanno la dignità e l’onestà di ammettere, di affermare o di “non nascondere”, in onore a un conformismo stantio e a una ignobile dedizione alla “normalità”. Bennett e Judd saranno, a rigor di logica borghese, due “sconfitti”: Judd massacrato al fronte, combattente in una guerra d’ideale, e Bennett costretto a un’esistenza da fuggiasco e da apolide, “traditore” della patria.

Del resto, Guy insegna: “tradimento e fedeltà sono termini relativi. Dipende da chi si tradisce, dipende a chi si rimane fedeli”. Tradire un sistema che soffoca e uccide il diverso è lecito, corretto e opportuno: essere fedeli a un’idea di giustizia, progresso  e uguaglianza è ragione, stavolta sì, d’onore.

Con questo non intendo esternare un giudizio sul regime sovietico, che necessariamente è, per molteplici ragioni, estremamente negativo. Con questo intendo affermare che l’idea era giusta, e nobile la causa. La più nobile ideologia mai esistita: ma anche la più fraintesa, la più tradita, la più mistificata – la più irrealizzabile, purtroppo.  

In questo film si respira la lezione estetica (ed etica) di Wilde e, allo stesso tempo, si rinnova la splendida e terribile grandezza di chi è morto per un ideale: ancora oggi, a venti anni dalla uscita, e nonostante i suoi già ribaditi limiti intrinseci, “Another Country” è un canto di struggente bellezza e dolce poesia.  Notevolissima l’interpretazione dell’allora esordiente Colin Firth, affascinante ed estremo Rupert Everett.  

Da riscoprire.  

Lankelot Franchi, ottobre 2003. Prima pubb: Lankelot.com

Regia: Marek Kanievska. Tratto da un’opera di: Julian Mitchell. Sceneggiatura: Julian Mitchell. Direttore della fotografia: Peter Biziou.  Montaggio: Gerry Hambling. Interpreti principali: Rupert Everett, Colin Firth, Michael Jenn, Robert Addie, Rupert Wainwright, Tristan Oliver, Cary Elwes. Musica originale: Michael Storey. Produzione: Alan Marshall.  Origine: Uk, 1984.  Durata: 90 minuti.

 

 

 

 

ISBN/EAN: 
8026120176540

Commenti

Come diversi tra i più giovani, qui dentro, devo la ricerca e la visione di questo film al Dylan Dog di Sclavi: Everett ispirò il maestro di Broni qui e in "Ballando con uno sconosciuto".

Eh si. Recuperai anche io la cinematografia di Everett per lo stesso identico motivo. Compreso questo film.

"In questo film si respira la lezione estetica (ed etica) di Wilde e, allo stesso tempo, si rinnova la splendida e terribile grandezza di chi è morto per un ideale: ancora oggi, a venti anni dalla uscita, e nonostante i suoi già ribaditi limiti intrinseci, ?Another Country? è un canto di struggente bellezza e dolce poesia".

Lo ricordo come un film doloroso, non del tutto riuscito, ma capace di smuovere qualcosa dentro. Questo il suo merito maggiore.

Senza dubbio. Oltre al duo di attori protagonisti, allora giovanissimi. Potevano entrambi avere una carriera ben diversa; soprattutto Everett.

Eh si, Everett si è rovinato, Firth lavora poco e spesso in film trascurabili.

devo ricomprarlo in dvd...

devo ricomprarlo in dvd...

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