Neil Jordan, regista irlandese che ha fuso spesso nelle sue opere cinema e buona letteratura, dopo aver trasposto con successo ed efficacia per la seconda volta un romanzo del compatriota McCabe (l’incantevole Breakfast on Pluto), è uscito in questi giorni nelle sale con un film che affronta una tematica forte e quanto mai spinosa, quella della vendetta personale, dell’occhio per occhio. Tema non nuovo per il cinema, che suscitò molte polemiche già nel 1974, allorché Charles Bronson (chi non ricorda, tra le altre sue interpretazioni, il solitario e vendicativo Armonica, in uno dei capolavori di Sergio Leone: C’era una volta il West) fu protagonista di quello che venne considerato, al tempo, visto il clima che si respirava, il film “reazionario” per eccellenza - e sappiamo quanto fosse negativa questa accezione -, Il giustiziere della notte di Michael Winner. Ci fu un noto epigono del Giustiziere - Giustiziere il quale, a fronte di una rappresentazione non proprio brutta come la si descriveva, sciaguratamente ebbe però pessimi sequel – anche in Italia, Un borghese piccolo piccolo (1977), diretto da Mario Monicelli e ispirato al romanzo omonimo scritto da Vincenzo Cerami, in cui un Alberto Sordi devastato dal dolore per la perdita del figlio, caduto casualmente sotto i colpi di rapinatori in fuga, trasfigura la propria identità piccolo borghese per farsi vendicatore folle e ossessivo. Un dramma purissimo quello di Monicelli, che alimentò polemiche politiche a non finire e le solite accuse sinistrorse; le stesse che, in precedenza, a qualsiasi latitudine, avevano accolto anche Il giustiziere. E volendo, se andiamo a curiosare anche solo in superficie nel cinema degli ultimi trent’anni, di vendicatori ne troviamo eccome, ma tutt’altro che piccoli borghesi vinti improvvisamente dal demone, come Bronson e Sordi (anzi, spesso intrepidi e temerari, finanche indistruttibili), e sempre poco verosimili per innescare le stesse polemiche dei Settanta, considerando che la percezione di tali personaggi è anche cambiata nel tempo. La costante che accomunò i vendicatori, comunque, fu quella dell’identità di genere, sempre maschile, evidentemente. Jordan, forse per dirci che il tempo è cambiato, che questa vita precaria e inadeguata non esiste solo ai margini del mondo borghese, che l’insicurezza regna sovrana anche e soprattutto nelle megalopoli d’occidente, che nell’incertezza e nella paura non esistono differenze di genere, che la psiche umana partorisce un altro da sé antisociale in circostanze d’estrema frustrazione e dolore individuale, immagina un vendicatore lontanissimo da ogni possibile cliché: una donna minuta, d’apparenza fragile, perfettamente inserita nel tessuto sociale della Grande Mela (siamo a New York, evidentemente), in procinto di convolare a nozze con l’amato. E di qui presto la trama, per darvi le coordinate minime per comprendere la mutazione interiore di un angelo fattosi demone, nel giro di pochi giorni. Ma siamo davvero angeli e demoni, noi esseri umani? Il confine tra senno e devianza è cosi limpido e stabilito? Solo i più deboli perdono contatto dal proprio sé sociale di fronte al dolore? O la natura umana è un po’ più complessa?
Erica Bain è una popolare conduttrice di una trasmissione radiofonica che, in compagnia del futuro marito e del cane, subisce un’aggressione in un parco newyorchese da parte di tre balordi rapinatori. Finisce in tragedia: l’uomo muore in seguito alle numerose percosse, lei cade in un coma dal quale si risveglierà, comunque, una ventina di giorni dopo. Dopo un brevissimo riassestamento, Erica capisce che la paura oramai le è entrata in circolo, che chiunque le è intorno lo percepisce come una minaccia alla sua incolumità; e poi la vita senza il suo amato non ha più senso: il dolore, la paura, la rabbia e la frustrazione sono stati emotivi con i quali, ne è certa, sarà costretta a convivere fino alla fine dei suoi giorni. Cosi stando le cose la vita, ai suoi occhi, sembra non aver troppo senso, a meno che… A meno che non dia uno scopo a questo dolore, pur a tempo ma uno scopo, venuto alla luce sondando, una prima volta inconsapevolmente, il proprio lato oscuro. Ecco che, dopo aver acquistato al mercato nero una pistola per difesa personale, scatta l’idea della vendetta, in un primo momento contro malviventi occasionali, incontrati la notte nei bassifondi della grande mela, per poi, successivamente, una volta rintracciati i colpevoli della morte del futuro marito, chiudere i conti il recente, tragico passato. E infine costituirsi. Sulle sue tracce un commissario di polizia, che le diventerà amico, pur combattuto tra codici, senso del dovere, sentimento d’alterità e parziale implulso d'identificazione con la vittima ora carnefice, sospettoso ma fin quasi all'epilogo inconsapevole delle efferate gesta di Pam, che percepisce come un’anima affine.

Un film intenso, in cui il dolore e la solitudine sono protagonisti assoluti consente a Neil Jordan di filmare la notte newyorchese e i suoi incubi ricorrenti, le sue insicurezze legate ai rischi per le persone fisiche (e psichiche), nonostante sindaci che, nel recente passato, si son fatti forti di parole come legalità e ordine - e mi riferisco, evidentemente, a Giuliani prima e Bloomberg poi. Protagonista è una Jodie Foster in stato di grazia, che vale da sola il prezzo del biglietto e che evoca, anche per vaghe affinità col personaggio, la Sarah di Sotto Accusa e la Clarice de Il silenzio degli innocenti, due pellicole che le consentirono di vincere il prestigioso premio Oscar come attrice protagonista. Siamo decisamente su quei livelli, la scelta del regista irlandese è dunque felicissima, perché immagino che poche attrici possano, come Jodie Foster, restituire l’inquietudine che Jordan ha voluto fortemente filmare. Siamo distanti, infatti, dal Giustiziere di Winner, siamo lontani dal film d’azione, allorché Jordan sceglie una regia elegante e sofisticata, fatta di inquadrature che trattengono la luce e il buio fino a sfocare le sagome degli elementi, per farne motivo d’angoscia narrativa, unitamente all’uso di traiettorie sghembe, nell’indirizzare la macchina da presa, per amplificare le ossessioni e le ansie della protagonista. Il vero pezzo di bravura, comunque, ce lo regala dopo una decina di minuti, quando sovrappone lei immagini dei corpi nudi durante l’amore, a quelli martoriati dalle percosse subite per mano dei malviventi: la vita e la morte si incrociano, si intrecciano sinuosamente, ed è un attimo che le fonde, un attimo che si fa esistenza, eternità, ultima dimora della vita psichica. Vita psichica che inevitabilmente si altera, ci dice Jordan, quando incontra l’imprevedibile; l’imprevedibile possibile che consente al cineasta irlandese di trasformare una storia scritta come un thriller, ma rappresentata come un dramma, in un’indagine fenomenologica sul lato oscuro. Eh si, altro non è che fenomenologia del lato oscuro, quella che emerge dall’opera in questione, allorché la trama è molto di maniera, persino piatta se inquadrata nelle naturali traiettorie di genere, e le introspezioni non contemplate o solo vagamente accennate da una regia centrata sull’evidenza delle gesta. La sceneggiatura, in effetti, in cui tutto appare incastrato a forza e le coincidenze fin troppo volute, è priva di lampi e abbastanza scontata, ma il duo Jordan-Foster, sul grande schermo, produce, come era immaginabile, vibranti emozioni e, tutto sommato, un cinema che si eleva da routine e mediocrità. Accompagna il tutto una malinconica colonna sonora, che sposa perfettamente le atmosfere proposte. Di spessore, infine, anche l’interpretazione di Terrence Howard.
La sensazione è che Il buio nell’anima (titolo, peraltro, molto più impegnativo dell’originale The Brave One) sia un film certo imperfetto, ma assolutamente godibile, imperdibile per chi ama il cinema di qualità, quello in cui un grande regista dirige, al meglio, una grande attrice, creando un’alchimia perfetta tra chi è davanti e chi è dietro la macchina da presa. Senza dimenticare lo spettatore amante, che se ne accorge subito. Non è cosa da poco, fidatevi. È un’ulteriore conferma per Jordan, che dopo Breakfast on Pluto dimostra, pur tornando a dirigere negli States, di essere tra i migliori cineasti del panorama internazionale. Fuori dall’invidiabile cifra tecnica e artistica, quel che emerge dalla visione della pellicola è un grave senso di impotenza, unito a una presa di coscienza per un destino sovente ineluttabile: indietro è arduo se non impossibile tornare, quando si è superato il punto di non ritorno. Per un finale che chiude in modo circolare l’opera: la ruota del destino riporta Erica sul luogo del dolore, disvelando l'ingresso al nuovo sé acquisito, per trovarsi nella culla dell’impero d’occidente e accorgersi che oggi, più che mai, pur nel frastuono delle megalopoli, siamo soli. Ognuno alle prese con il proprio demone.
Regia: Neil Jordan. Soggetto: Roderick Taylor, Bruce A. Taylor. Sceneggiatura: Roderick Taylor, Bruce A. Taylor, Cynthia Mort. Direttore della fotografia: Philippe Rousselot. Montaggio:Tony Lawson. Scenografia: Kristi Zea. Costumi: Catherine Marie Thomas. Interpreti principali: Jodie Foster, Terrence Howard, Naveen Andrews, Nicky Katt, Mary Steenburgen, Jane Adams II, Brian Delate, Zoe Kravitz, Larry Fessenden, Ivo Velon, Rafael Sardina, An Nguyen, John Magaro, Blaze Foster, James Biberi. Musica originale: Dario Marianelli. Produzione: Village Roadshow Pictures, Silver Pictures, Redemption Pictures. Titolo originale: “The Brave One” Origine: Australia / U.S.A., 2007.
Approfondimento in rete: Il buio nell'anima
Léon, ottobre, 2007
JORDAN in LANKELOT
Commenti
Ecco un film che farà discutere. Controverso nel tema e nello sviluppo narritivo. A me comunque è piaciuto molto e si presta ad analisi che vanno oltre la bella confezione proposta.
Intanto: integrato l'archivio Jordan in Lankelot. Ave!
Ave! un dubbio. La produzione è americana ma il regista è irlandese: ho messo cinema irlandese in ossequio all'autore e per rimpinguare la voce a svantaggio dell'onnipresente "cinema americano". Ho fatto bene?
Assolutamente. Tanto loro producono tutto, ormai:)
4 - Eh si, non posso che concordare;)
"E volendo, se andiamo a curiosare anche solo in superficie nel cinema degli ultimi trent?anni, di vendicatori ne troviamo eccome, ma tutt?altro che piccoli borghesi vinti improvvisamente dal demone, come Bronson e Sordi (anzi, spesso intrepidi e temerari, finanche indistruttibili), e sempre poco verosimili per innescare le stesse polemiche dei Settanta, considerando che la percezione di tali personaggi è anche cambiata nel tempo."
> Complimenti per il preciso e puntuale cappello introduttivo. Dico sul serio. Gran bel lavoro.
"Protagonista è una Jodie Foster in stato di grazia, che vale da sola il prezzo del biglietto e che evoca, anche per vaghe affinità col personaggio, la Sarah di Sotto Accusa e la Clarice de Il silenzio degli innocenti, due pellicole che le consentirono di vincere il prestigioso premio Oscar come attrice protagonista. Siamo decisamente su quei livelli, la scelta del regista irlandese è dunque felicissima, perché immagino che poche attrici possano, come Jodie Foster, restituire l?inquietudine che Jordan ha voluto fortemente filmare."
> Da quanto la Foster non indovinava un film? Questa è una gran bella notizia.
"La sensazione è che Il buio nell?anima (titolo, peraltro, molto più impegnativo dell?originale The Brave One)"
> Siamo alle solite: titoli italiani "creativi":)
"quel che emerge dalla visione della pellicola è un grave senso di impotenza, unito a una presa di coscienza per un destino sovente ineluttabile: indietro è arduo se non impossibile tornare, quando si è superato il punto di non ritorno. Per un finale che chiude in modo circolare l?opera: la ruota del destino riporta Erica sul luogo del dolore, disvelando l?ingresso al nuovo sé acquisito, per trovarsi nella culla dell?impero d?occidente e accorgersi che oggi, più che mai, pur nel frastuono delle megalopoli, siamo soli. Ognuno alle prese con il proprio demone".
> Capito, potrei tornare al cinema, stavolta:).
Grazie Fede!
6 - Grazie, oramai è diventato un "dovere" (ma è anche un piacere, ci mancherebbe) per me presentare le opere inquadrandole nel giusto contesto storico con relativi rimandi cinematografici (e letterarari, quando se ne trovano).
7 - Eh si, hai più che ragione, erano anni che la Foster non azzeccava un film, o che non era pienamente valorizzata dal regista. Qui, come ripeto, è in stato di grazia. Anche per merito di Jordan, immagino.
8 - giusto usare le virgolette per il termine creativi, per non usare bislacchi, naturalmente;)
9- Tornare al cinema? Ogni tanto ne vale la pena, te lo assicuro. Io ne vedo fin troppi di film, un po' per passione, un po' per Lankelot, un po' per la rivista su cui scrivo. Questo è un film che ha avuto critiche ambivalenti ma che merita. Storia cosi cosi ma regia e interpreti davvero di spessore. Per me basta e avanza;)