Autore:
Dayton Jonathan, Faris Valerie
C’è certamente un’altra America rispetto a quella che viene esportata “democraticamente”, un’America lontana dal puritanesimo dei suoi governanti, un’America che trova unione e forza nel suo essere disperata e marginale. Sì, perché, in fondo, lo sappiamo tutti che gli Stati Uniti sono il Paese in cui vi è la più netta forbice tra “vincenti” e “perdenti”: vincere o perdere, tutto si inquadra in queste categorie antitetiche. Ma parliamo un po’ di questi perdenti, di queste famiglie che sognano e credono (solo qualcuno di loro, magari), in alcuni sporadici frangenti, di avere la vittoria a portata di mano, salvo accorgersi, solo poche ore, minuti, a volte addirittura secondi dopo, di essere sull’orlo del baratro: sostanzialmente, dei perdenti a tuttotondo. Little Miss Sunshine racconta, in forma di commedia agrodolce, le strambe peripezie di una di queste famiglie di perdenti patentati, gli Hoover.

Gli Hoover sono decisamente dei personaggi bizzarri: papà Richard (Greg Kinnear), aspirante venditore di progetti per rinvigorire l’autostima (la piramide motivazionale che porta ad essere un vincente), da poco messosi in proprio; mamma Sheryl (Toni Collette), casalinga; lo zio Frank, professore omosessuale e – dice lui - massimo studioso americano di Proust, che ha tentato il suicidio per un amore non corrisposto; Dwayne, figlio quindicenne votato al silenzio da circa nove mesi, lettore di Nietzsche e aspirante aviatore militare; il nonno (Alan Arkin), espulso da una casa di riposo perché scoperto a sniffare eroina; e infine lei, Olive, solo sette anni e aspirante “Little Miss Sunshine”, ovvero essere riconosciuta come la bimba più "sexy" di tutta la California. Non appena arriva la notizia che la piccola è stata ammessa alle selezioni, la famiglia al gran completo, nonostante il malumore di Dwayne, la sostanziale indifferenza di zio Frank, e le imprecazioni contro la sorte del babbo, che proprio in quei giorni doveva concludere un importante - e quanto mai decisivo per le sorti economiche della famiglia – affare, la neo “Armata Brancaleone” si imbarca su un furgoncino Wolkswagen giallo canarino per fare ottocento miglia e raggiungere per tempo la lontana California. Ovviamente, gliene capiteranno di tutti i colori, ma la possibilità di avere, forse, per una volta nella vita, un vincente in famiglia, li spinge ad andare oltre al dolore e alla malasorte, fino a trovarsi - in tempo, per un pelo – ad ammirare la bimba sul palco tanto ambito e agognato. Ma l’ambiente che trovano non è quello che immaginavano: vorrebbero evitare che la bimba si esibisca, ma lei, grazie agli insegnamenti del nonno, che riposava oramai in cielo, ma anche e soprattutto nel bagagliaio del furgoncino malridotto (!), non ha affatto paura. Si esibisce, e lascia tutti di stucco, compresi i genitori. Certo, in modo un po’ diverso dalle altre sofisticatissime bambine partecipanti, ma, nonostante il tipo di performance, puro e genuino, tanto da coinvolgere, in un finale catartico, tutta la famiglia sulla sua ribalta. Alla fine di tutto, gli Hoover restano inequivocabilmente dei perdenti, nessuno eslcuso; perdenti si, ma uniti da un amore familiare che si dimostra essere collante intimo ed esistenziale: un amore che, certamente, la stragrande maggioranza dei vincenti di quest’ insulsa America bushiana non avrà mai la fortuna, ma soprattutto la capacità, di poter provare.
Little Miss Sunshine è una commedia sarcastica che dosa sapientemente gli elementi narrativi, mai trasformando in farsa grossolana i toni surreali che sceglie per avvicinare lo spettatore ad una realtà, come dicevo prima, raramente esportata dall’industria dello spot globalizzante. Il registro è abbastanza classico e lineare, ma l'idea, e il modo di rappresentarla, è assai divertente; si scelgono paradossi evidenti per fotografare l’intimo disagio di mondi alla deriva, in cerca di una identità impossibile se non trovata riscoprendo il valore (e l’amore) delle persone care, dei legami di sangue. In realtà, Dayton e Faris, ci dicono che per salvarsi dal nonsenso imperante negli States, si è “costretti” a trovare la certezza, l’unica via di fuga, nel privato e negli affetti, nell’unico contesto che resta in qualche modo a misura d’uomo. Farsi forti li, per superare drammi e paure, rovesci del destino e un tempo assai crudele e distratto. Durante il viaggio tutti acquisiscono coscienza della loro contingenza fallimentare: il babbo perde l’affare e non sa come mantenere la famiglia, la mamma è disperata, il nonno – sua è la perla di saggezza, parlando a proposito dell’uso della droga: “Da giovani è un delitto usarla, da vecchi è un delitto non farlo” – muore lungo il viaggio, Dwayne, in preda allo sconforto, rompe il mutismo perché si scopre daltonico (il suo sogno di iscriversi all’accademia militare svanisce), zio Frank viene scoperto dal suo amore non corrisposto a comprare riviste porno - che non erano nemmeno per lui ma, bensì, per il nonno. Resta solo Olive, più convinta che mai nel voler sbaragliare la concorrenza: il babbo le ha detto che lei è una vincente, il nonno le ha insegnato come poter vincere… e il finale sul palco è davvero impagabile: ultima a esibirsi, Olive – più cicciotella delle altre “slanciatissime” aspiranti Miss -, dopo che erano sfilate bimbe quasi mummificate da trucco, permanente, lacca per capelli, oggetti e gingilli fuori età e oltremodo disgustosi, si cimenta in un quasi totale striptease con movenze da consumata esibizionista hard (!), accompagnata da una musica trascinante. Tutti sono sconcertati, anche i familiari di Olive che però, persi oramai i sogni proprio lungo il viaggio, si lanciano danzanti al suo fianco sul palco: è la liberazione, non esistono più angosce, timori, sofferenze, dolori. È un momento unico, fondamentale; risorge la speranza, ci cementa l’amore: probabile, durerà per sempre. E il futuro è solo domattina. Il resto verrà da sé.

E noi, nel nostro piccolo, rendiamo omaggio alla coppia Dayton/Faris (marito e moglie nella vita), a questa America di nicchia nella propaganda, ma maggioritaria - è auspicabile - nella realtà; non so quanto democratica, religiosa, orgogliosa delle proprie radici (radici?), della propria identità (identità?), del proprio destino di “nazione superiore” (nazione superiore?), ma capace, fuori da ogni retorica buonista, di sapersi stringere in un sincero abbraccio per fare opposizione al tempo buio.
Andate a vedere questa commedia, ridere riflettendo è un esercizio salutare che ogni tanto è bene concedersi per potersi depurare dai tanti filmacci che girano nelle sale, e non solo da quello.
Curiosità: Ricordate l’antipatica professoressa di educazione fisica in Donnie Darko? Quella della paura e dell’amore visti come forze contrapposte (energia negativa l’una, positiva l’altro)? Si chiama Beth Grant, ed è presente anche qui con un piccolo ruolo che ricorda da vicino quello appena citato, altrettanto fastidioso ed emblematico.
Regia: Jonathan Dayton, Valerie Faris. Soggetto e sceneggiatura: Michael Arndt. Direttore della fotografia: Tim Suhrsedt. Costumi: Nancy Steiner. Scenografia: Kalina Ivanov. Montaggio: Pamela Martin. Interpreti principali: Greg Kinnear, Toni Collette, Steve Carrell, Alan Arkin, Abigail Breslin, Paul Dano, Beth Grant, Justin Shilton, Julio Oscar Mechoso, Jill Talley, Marc Turtletaub, Brenda Canela, Steven C.Parker, Lauren Shiohama. Musica originale: Mychael Danna. Devotchka. Origine: Usa, 2006. Durata: 101 minuti.
Commenti
D'accordo, l'argomento è interessante e il taglio apprezzabile. Ma dal punto di vista registico? Com'è girato? Si sente la lezione di un maestro del passato o si riconosce qualche stilema legato a registi contemporanei? E il montaggio? E la colonna sonora?
Tutto molto lineare, nessuno di questi elementi spicca per particolare originalità. Quello che emerge è decisamente il tema: soggetto e sceneggiatura, come si evince dal mio scritto, sono i punti forti. D'altronde, scrivere di cinema non vuol dire necessariamente fare la lista della spesa;)
Beh, chiamala lista della spesa...
E' come se parlassi solo del testo di una canzone. E la musica dov'è?
Mi sorprendi Franco, un film (e non solo un film) non si analizza necessariamente facendo la lista degli elementi, ma dando una impressione di insieme. Lo trovo un appunto assolutamente fuori luogo. Come avrai notato, non sempre analizzo i singoli elementi, ma quelli funzionali al taglio dello scritto. E questo non faccio solo io, ma un po' tutti, e mi pare più che logico.
Ma no. Un film non è soltanto soggetto e sceneggiatura, e mi sorprendo io. Non si tratta di un romanzo. C'è tutta un'altra grammatica. Che un film abbia una buona trama è addirittura prevedibile. Deve essere così. Ma non è fondamentale, paradossalmente. Le storie preferisco leggerle o ascoltarle, non mi servono le figure. Nemmeno le immagini. Il cinema non è soggetto e sceneggiatura. E non sto al Centro Sperimentale, naturalmente. Non mi interessa quello che fanno tutti, a me interessa quello che fate voi o quello che scrivono i giornali che leggo. A me interessa notare le differenze tra le arti: non l'unico tratto in comune, tendenzialmente, che è quello dell'argomento trattato dalle opere.
Mi sa che non ci siamo intesi bene. Io non ho detto che un film è solo soggetto e sceneggiatura, ho detto che in questo film ciò che risalta è soggetto e sceneggiatura. Il che è ben diverso. E mi sorprendo ancor di più, pare che è la prima volta che mi leggi. Ho sempre trattatato ogni film dai suoi elementi emergenti, in positivo o in negativo. Analizzando questo film in particolare, mi sembrava giusto porre tutta l'attenzione li, dato che il resto era molto lineare, come ripeto. Quando poi ho detto che tutti analizzano le opere dal loro punto di vista, non intendevo in giro per il mondo, ma qui su Lankelot. é fuori da qui che spesso c'hanno lo schemino d'analisi, ovvero: soggetto, montaggio, fotografia, attori etc. Una analisi di questo genere, a meno di non scrivere papiri motivati da empatia oltre che da tecnica, uccide l'opera recensita, non la esalta affatto.
Non lo so. Forse è un tentativo di discutere di un film nella sua interezza. Il Cinema è così complesso, ogni film è un grande lavoro di gruppo, è difficile decifrare "l'autore" dell'opera; l'autore unico, in questo caso, esiste quando regista, soggettista, sceneggiatore, autore e montatore coincidono. Sempre più raro. Già a suo tempo ti avevo segnalato - sempre in calce a una tua rec, in cui definivi il film "fallimentare" o "mediocre" dal punto di vista dell'immagine o qualcosa del genere, che quindi era un non film. Sarà che da ragazzo gli amici cinematografari mi hanno spiegato che una buona analisi della trama è solo una piccola o media parte dell'analisi di un film, e questo mi ha convinto che non dovevo più scrivere di cinema, come ho fatto. In effetti, riconosco qualche movimento della camera ma non sempre ne conosco i nomi o ne decifro il senso. Ma il discorso si complica.
La sintesi del mio primo commento è: se da un punto di vista registico il film è lineare o scolastico o semplicemente ordinato, spero di comprare il libro.
Ti garantisco che se un lettore di passaggio trova lo schemino che t'ho detto abbandona subito la lettura. Analizzare un testo di cinema, comunque, non è diverso da analizzare qualsiasi altro tipo di testo. Certo, ogni tanto rimarcare qualche elemento caratteristico dell'arte in questione valorizza lo scritto. Ma deve essere armonico alla narrazione. La sinossi è fondamentale, li ci sono gli appigli a tutto. I tecnicismi risultano freddi e stancano, devono essere dosati con estrema cura. Questo per il cinema, ma immagino valga un po' per tutte le arti. No?