Singolare, pertinente, acuta pellicola imperniata sull'arte del non dire e sul mostare i danni cancerogeni nel dire ciò che non va detto.
Una didascalica ma mai banale esemplificazione filmica sui pregi e difetti del parlare, sulle possibili conseguenze del dire. Nessuna logorroica o filosofica animazione di quanto esposto, ma tenebrosa e limpidamente geniale prova dei sarcastici e inaffondabili e "out-of control" fratelli Coen in merito ad una riflessione inedita per il duo più atto a dissacrare e a spezzare le redini del falsamente certo nel mondo del grande schermo, più che a proporre ed al costruire nuovi mondi o paradigmi del significato.
La trama? Nell'estate del 1949 in una piccola città della California del Nord, Ed Crane (un monumentale Thornton), un barbiere assai scontento della propria vita, dedito a parlarsi addosso ed a osservare più che a farsi vedere e farsi parlare, spera di poter cambiare tutto quando, scoperto il tradimento della moglie (la Mc Dormand, moglie di Joel Coen, anche qui bravssima a coadiuvare il marito come in "Fargo"), decide di ricattare l'amante.
Nonostante una apparente e vigorosa mancanza di scrupoli, però, le cose andranno diversamente, o comunque come devono andare, perchè l'amante di sua moglie viene trovato ucciso. Bisogna parlarsi o tacersi? Occore urlare o soffocare gli echi del proprio silenzio? In fin dei conti c'è il corposo baluginare di uno dei più ancestrali dilemmi: essere o apparire?
L'assenza che è presente. Un deserto di parole, un vuoto esistenziale, un'oscura refrattarietà al comunicare ed al comunicabile, non per timidezza ma per una certa compassata, metodica, quasi paranoica ricerca dell'eliminazione del superfluo.
Ed Crane si domanda e si riponde, si risponde per domandare e prosegue ciecamente nel suo vicolo stretto di viaggio di sola andata, mentre fioccano le consapevoli o inconsapevoli truffe ai suoi sentimenti, alle sue possibilità, proprio nel momento in cui credeva di poter condurre abilmente il gioco e trarre profitti seppur in maniera a-morale e sconsiderata.
Da contraltare un cinema anzi una regia cinematografica ricca di orpelli non barocchi ma colpi di classe, precisione, esattezza, visionarietà, allegoria e grottesca irriverenza.
Il bianco e nero come scelta capitale, come decapitazione in piazza dell'uso- abuso massificato ed insapore del colore e degli effetti speciali ormai digitali ed affidati alle meccaniche e incredibili capacità d'un microprocessore seppur guidato dal mouse e dalla tastiera posseduta da un umanide.
Un ricorso reiterato ma non stancante, a volte non spregiudicato ma meticoloso, autocompiacente ed autoreferenziale, della macchina da presa. Una tigre domata, un mezzo fatto protesi della propria fantasia e visionarietà
Ecco, a partire dalla locandina, evidentemente tratteggiata sui modelli degli anni cinquanta e precedenti, con richiami a certi eroi del cinema americano e mondiale quali Bogart, a fini ovviamente di sovvertire quel modello di rocciosa e staturia eroicità, "L'uomo che non c'era" (2001) è prima di tutto (ed essenzialmente) un atto d'amore per il cinema, per il cinema duro e puro, per l'arte cinematografica e per tutte le singole e complicate parti che compongono e vivificano il mondo della pellicola.
Poi la storia è un noir coeniano senza efferatezze o splatterismi di sorta, con una sceneggiatura che tiene alle denotazioni di genere ma che viene infarcita sapientemente con commistioni di altra natura e di altra intenzione, tuttoa rendere il film un prodotto sublime, cinico, cattivo al punto giusto non senza dare stilettate ad Hollywood, non senza richiamare e citare tendenze, parvenze e modi di altri film a fini, più che narrativi, ironico satireggianti, il vero humus della fertile terra creativa dell'indissolubile duo Joel e Ethan Coen che qui pare tornare, per poco, agli splendori del passato offuscati nelle prove a partire dal 1999 in poi ("Fratello dove sei?", "Ladykillers", "Prima ti sposo poi ti rovino").
Un inno alla propria versatilità ed alla prorpia passione per il grande schermo, con compiacenze assolutamente perdonabili ed imperdibili, di nessuna pesantezza anche se a carattere prettamente estetico, poiché sono perfettamente incastonate in una trama solida e coinvolgente, intessuta di qualche astuta lentezza a capovolgere il pathos, ma sensa stridenti contrasti con l'anima della storia, grazie anche ad una voce in sottofondo che colma i vuoti pensosi del protagonista e che senza ridondanze anzi con la solita grottesca seriosità coeniana fa da collante alla trama e nello stesso tempo prepara e colora gli aspetti surreali o di parodia che vidimano la pellicola e ne fanno un capolavoro sui generis.
Come al solito nei Coen la realtà, ricompresa nei suoi aspetti anche surreali, resa allo stato puro, sbucciata con un coltello tagliente e comunque a suo modo delicato e chirurgico da ogni buccia di conformismo, pietismo, sensazionalismo, senza polpe di cerebralità astrusa o conformismo pro mercato di massa a soffocare il nocciolo del significato. Questo film riabilita sia il cinefilo che lo spettatore curioso ad un cinema per così dire artistico e impegnato senza trascinare o trascinarsi negli abissi della autoreferenzialità e dell'incomunicabilità oppure nei narcisistici meandri dell'art pour l'art tipici di certe produzioni di frontiera.
NOTE
Recensione apparsa come opinione sul sito Ciao.it il 6 gennaio 2007.
Commenti
"Questo film riabilita sia il cinefilo che lo spettatore curioso ad un cinema per così dire artistico e impegnato senza trascinare o trascinarsi negli abissi della autoreferenzialità e dell?incomunicabilità oppure nei narcisistici meandri dell?art pour l?art tipici di certe produzioni di frontiera".
Questa clausola era degna di notula sui quotidiani.
Siamo sulla stessa lunghezza d'onda, Paolo. Anche io ho notato la qualità decisamente minore delle ultime tre pellicole dei Coen. "L'uomo che non c'era", poi, a mio parere, è il loro miglior film in assoluto. Sottoscrivo anche la clausola postata da Franco: ispirata, esaustiva e totalmente condivisibile. Complimenti!