Due fratelli, Benny e Joon. Lui si occupa di lei, ragazza con gravi disturbi della personalità che lo costringe a non avere una vita privata. Benny ha pochi amici con cui consuma la sua stanca routine, mentre Joon fa scappare governanti a ripetizione. Si è soliti fare dei pokerini in compagnia per uccidere il tempo da queste parti, e quando Joon – dedita unicamente a disegnare e dipingere – si improvvisa giocatrice, perde una mano di carte ma acquista qualcosa. O meglio, qualcuno. Un nuovo amico, Sam, che si improvvisa governante e anche di più. Sam, Benny e Joon vivono insieme e trovano una inaspettata armonia. Anche Sam è un po’ fuori, è quasi analfabeta ma ha estro e creatività, simula Buster Keaton e va in giro con andatura alla Chaplin. Ha talento e affetto da donare, Joon non tarda ad accorgersene, e a condividere. Condividere l’apparente solitudine creativa, così liberando Benny dall’impaccio di doversi occupare per l’intera giornata di lei. Tanto che Benny, una volta allentato le briglie dall’ imprevedibile sorella, comincia a frequentare una ragazza; una ex attrice dall’alterna fortuna che gli solleva decisamente l’umore. Ma l’amore – improbabile, se non addirittura impossibile – travolge Sam e Joon, sollecitando l’istinto protettivo di Benny. Tutto sembra precipitare: Joon in una clinica, Sam allontanato, e Benny preda dei dubbi e dell’incapacità di saper viver a fondo i propri impulsi vitali. È ancora Sam a riportare l’armonia e il sorriso, ancora una volta, e definitivamente, col suo buffo e stralunato approccio alla vita.

Piacevolissima commedia sentimantal-esistenziale, Benny & Joon è l’opera più compiuta di un regista (Jeremiah Chechick) di cui il pubblico ricorda - oltre al film in questione - soltanto il pessimo e successivo Diabolique - con Sharon Stone. È a suo modo un elogio della diversità espressa in modalità e forme creative, nonché una parziale e appena accennata analisi delle dinamiche patologiche psico-affettive - in chiave anti-psicoanalitica. Se si intuisce, in effetti, un possibile motivo scatenante in Joon (la perdita dei genitori vagheggiata in un flashback minimo), nulla si sa e mai si saprà sul cosa spinge Sam ad esser ciò che è. O meglio, lo si indaga solo con occhi esterni - con curiosità più che effettivo interesse. Da dove viene, e perché ama i mimi ed i nonsense keatoniani, resta un mistero. Ma, forse, è poco importante, ciò che conta è che tale predisposizione alla leggerezza e all’incanto salva Joon – o perlomeno, ne sminuisce manie cristallizzate e ossessive – dalla propria prigione emotiva. Anche Benny, alla fine, è libero; tutto grazie a un giovane sconosciuto, spuntato d’improvviso come un fiore in inverno, calato dall’alto come un effettivo dono del cielo.

Evidenti le influenze burtoniane, cui il regista attinge in particolare da Edward Mani di Forbice. Non a caso Chechick sceglie Johnny Depp, che incarna uno dei personaggi che diventeranno il suo marchio di fabbrica, e che lo hanno reso uno degli attori più richiesti e poliedrici dell’attuale panorama cinematografico mondiale. E lo incarna così bene da meritare applausi a scena aperta. Quasi da solo sostiene una narrazione similfiabesca, costruita proprio intorno al suo estro creativo e alla sua capacità camaleontico-espressiva venata di sottile malinconia. Dono assai raro quello di Depp, capace di iperboliche metamorfosi del volto, e di sostenere la macchina da presa soltanto roteando le palpebre. Da ricordare il suo dondolio su un’altalena pericolosa e improvvisata, per infondere fiducia a Joon, e per destarla dal suo mondo paranoico. Il resto degli attori è solo onesto e professionale contorno (anche se, si riconosce una giovane Julianne Moore, attrice tutt’altro che disprezzabile e interprete successiva di pellicole come Hannibal, The Hours e Lontano dal paradiso).
Oltre ai meriti di Depp, è giusto segnalare la scelta di un soggetto interessante e non banale, che consentì a questa piccola opera cinematografica di godere di buona fama in circuiti peraltro minori. Da riscoprire e rivalutare, una pellicola adatta a comprendere l’iter artistico di un grande attore - i personaggi scelti da Johnny Depp hanno evidenti affinità tra di loro -, che è auspicabile rimanga sempre fedele al suo personaggio di eterno - nello spirito, anche quando il corpo invecchierà - fanciullo visionario. Omaggi a Buster Keaton e a Charlie Chaplin (la rischiosa “danza dei panini”. Perché dopo Chaplin è arduo riproporla con efficacia).
Regia: Jeremiah Chechick. Soggetto: Barry Berman e Leslie McNeil. Sceneggiatura: Barry Berman. Direttore della fotografia: John Schwartzman. Scenografia: Neil Spisak. Montaggio: Carol Littleton. Musica: Rachel Portman, Charlie Reid, Craig Reid. Interpreti principali: Johnny Depp, Mary Stuart Masterson, Aidan Quinn, Julianne Moore, Oliver Platt, C.C.H. Pounder, Dan Hedaya, Joe Grifasi, William H.Macy, Liane Alexandra Curtis, Eileen Ryan. Produzione: Susan Arnold, Donna Roth – M.G.M. Origine: Usa, 1993. Durata: 100 minuti.
Commenti
Questo è un Johnny Depp che mi manca! Grazie, rimedierò.
Di nulla. Qui è il vero mattatore della pellicola.
Ma regge la baracca? Leggo "commedia" e ho qualche disturbo...
Ma si, è un commedia pure un po' futile. Lui però è bravissimo.
Questo volevo capire. Avevo letto "burtoniano" e qualcosa di buono a proposito del soggetto, nel tuo scritto, ma la locandina - curiosamente - strideva. Solo questo:)
Ma di Burton, difatti, coglie solo lontanissime suggestioni. é un film da serata totalmente disimpegnata. Piuttosto, se non l'hai visto, ti consiglio "Buon compleanno mr. Grape", sempre con Depp (e con Di caprio che fa il disabile). Da recuperare. Se mi capita ci scrivo su.
Sì, scrivici su. L'ho visto in edicola con Max ma il titolo m'ha choccato. Quanto al burtoniano, è che hai scritto "evidenti influenze burtoniane" richiamando in causa Edward. Ora mi dici lontanissime suggestioni. Ok, ora è credibile:)
evidenti influenze, si. come le rielabora il regista, però, non necessariamente lo porta al livello di Burton. Lontanissime suggestioni, difatti, sono quelle che poi arrivano realmente alla pellicola. Forse mi sono espresso male, ma intendevo dire che, nonostante le influenze siano evidenti, ciò che arriva è assai minore.
Lascia stare il titolo (l'originale mi pare sia "What's eating Gilbert Grape"), il film è fico. Davvero. O perlomeno, cosi lo ricordo. Sono anni che non lo vedo.
a posto. registrato. merci.
Chechick lo conoscevo solo per il remake di Diabolique, adesso ho potuto vedere questo Benny & Joon. E' un film fondato su Johnny Depp: davvero perfettamente calato nella parte. Notevoli gli omaggi a Buster Keaton e Charlie Chaplin, credo che al nostro Martello saranno rimasti impressi.
Ti ringrazio ancora per la segnalazione... il film è stato piacevole; è semplice ed essenziale e privo di pretese, è praticamente solo e soltanto Johnny Depp - l'unico elemento burtoniano del film, a ben guardare:).