Jaoui Agnès

Comme une image ("Così fan tutti")

Autore: 
Jaoui Agnès

Gruppo d’artisti in contesto borghese, francese, contemporaneo: opera seconda del talentuoso duo francese Jaoui (classe 1964) e Bacri (classe 1951), già artefice del singolare e caustico “Il gusto degli altri” (2000), “Comme une image” è un film d’un parlato tracimante, fondato su una eccellente sceneggiatura, giocato su una satira spietata e amarissima dell’umanità, dell’individualismo e delle nefaste conseguenze del potere sulla percezione che ognuno ha di sé.  


Jaoui e Bacri dileggiano allora vizi, miserie e corruzione d’un ambiente – quello letterario ed editoriale – che sembra essere servito loro fondamentalmente per evitare di riferirsi all’ambiente cinematografico, valendone come specchio; il messaggio che lo spettatore riceve è d’una gravità e d’una irrimediabilità disarmanti, a questo proposito: l’ambizione, il successo, la frustrazione degli artisti non conoscono variazioni: la loro parabola termina in una spontanea consegna ai piaceri e alle comodità borghesi, oppure s’impaluda in una depressione e in un’amarezza irrisolvibili.    


I due autori hanno assunto due ruoli centrali, nell’economia della narrazione: Bacri è il protagonista principale, l’autoritario e influente scrittore Etienne, satrapo dell’editoria transalpina, padre della bolsa e viziata adolescente Lolita  (Marilou Berry) e reduce dal secondo matrimonio con una giovanissima, fragile e anoressoide biondina (Virginie Desarnaut). Etienne attraversa una micidiale crisi d’ispirazione: appena attutita dal cupo godimento che sembra provare manovrando le esistenze del prossimo, a qualsiasi livello.  


La Jaoui è Sylvia, signora di mezza età che ha sposato lo scrittore sbagliato, l’eternamente emergente Pierre (Laurent Grevill): è la maestra di canto della arrembante e determinata Lolita. A differenza di Etienne, le ambizioni e l’avidità di Sylvia conosceranno un freno: pur affascinata dal mondo che lo scrittore rappresenta e incarna, saprà sottrarsene prima di venirne metabolizzata. La trama delle esistenze di Sylvia ed Etienne s’intreccia non solo per via di Lolita: i microcosmi delle due figure-cardine del film entrano in contatto per via dell’inatteso successo del grigio Pierre, che indovina un romanzo modaiolo e si ritrova acclamato nei soliti, orridi covi catodici e d’improvviso si sente preteso e desiderato da diversi e influenti gruppi editoriali. Etienne è direttore d’una collana di eccezionale prestigio: ecco che, naturalmente, s’instaura una dialettica tutta calcolo e opportunismo.  


Assisteremo allora ad una sovrapposizione di monologhi d’anime abbrutite dalla frustrazione e dal benessere, e allo sviluppo delle vicende d’ognuno di loro; sono marionette intelligenti, ma d’un egoismo straordinario; incapaci d’ascoltarsi e di testimoniare la verità, risultando d’un’ipocrisia, d’una falsità e d’una mendacità che vorremmo tanto poter definire straordinarie e inconsuete.


L’unica figura luminosa è quella dell’arabo francesizzato Sébastien (Keine Bohuiza), che s’innamora – pure se sembra impresa assai ostica – della giunonica Lolita, e accetta d’essere maltrattato, trascurato, accantonato e richiamato a discrezione della ragazza; Sébastien è estraneo alla lorda etica e al sordido opportunismo dell’ambiente del padre di lei, e del tutto mitridatizzato al fascino del suo potere. Lolita è incredula e scettica, fin quando non ne riceverà una prova indubitabile: quel che sconforta lo spettatore è immaginare il futuro del mite e sensibile arabo, orgoglioso ma curiosamente tendente alla remissività, tra le grinfie della lunatica e tondeggiante tardo adolescente figlia di papà.


*** 


È una satira d’un sarcasmo nerissimo, e d’una lucidità che non può non turbare: di fronte a esempi di tanto chiara coscienza della realtà, e delle dinamiche proprie del comportamento degli esseri umani, ci si domanda come sia possibile non riuscire neppure a incrinarle; nessuno s’indigna più, e nemmeno prende atto della denuncia della volgarità e della trivialità dell’esistenza di dispotiche e avide oligarchie in ogni ambito sociale. S’esce dalla sala consci d’aver vissuto una notevole esperienza estetica, mandando a memoria le battute più indovinate; e tuttavia viene spontaneo illudersi che la realtà possa e debba essere differente. Jaoui e Bacri, reduci dal successo internazionale della loro opera prima, esternano tutta la loro nausea e la loro intolleranza nei confronti del sistema con una grazia e una classe davvero apprezzabili. È un peccato perdere questo film: è un’occasione per riflettere, divertirsi, guardarsi dentro e farsi un crudo esame di coscienza. Cosa saremmo, noi, se vivessimo nel ruolo di Etienne?


Uno spartano avrebbe saputo come rispondere.


Un italiano non si pone neppure il problema.  


A proposito del titolo e dello spirito dell’opera: ci illumina questo passo tratto dalla recensione di Stefano Selleri (“Gli Spietati”): “COMME UNE IMAGE (che non è solo il titolo del romanzo che porta al successo Pierre, ma anche la seconda parte di un’espressione idiomatica – sage comme une image, tranquillo come un disegno – solitamente riferita a bambini: un’ironica allusione alla tempestosa irrequietezza di Lolita) non è una commedia prossima al dramma (come era possibile aspettarsi dall’autrice de “Il gusto degli altri”) ma un dramma in forma di commedia con musiche (la partitura di Philippe Rombi ingloba splendidamente le pagine del repertorio classico), un vaudeville nell’accezione cechoviana del termine (le sequenze campestri richiamano Zio Vanja)” (fonte: “Gli Spietati”).  


Il titolo italiano gioca sull’associazione di idea tra l’opera mozartiana e la decadenza dei costumi dei protagonisti; ho preferito mantenere il titolo originale proprio per via dell’intraducibilità dell’espressione idiomatica francese.  


Buona visione.


 Regia: Agnès Jaoui.  Soggetto e Sceneggiatura:  Agnès Jaoui, Jean-Pierre Bacri. Direttore della fotografia: Stéphane Fontaine. Montaggio: François Gedigier. Interpreti principali: Jean-Pierre Bacri. Titolo italiano: “Così fan tutti”.  , Marilou Berry, Keine Bohuiza, Laurent Grevill, Agnès Jaoui, Virginie Desarnaut. Musica originale: Philippe Rombi. Produzione: Jean-Philippe Andraca, Christian Bérard.  Origine: Francia, 2004.Durata: 110 minuti.

Info Internet: Sito ufficiale / Intervista a Jaoui e Bacri (Trovacinema).


Articoli e approfondimento: Repubblica / CastleRock / Central Do Cinema / Cinematografo / Cinemavvenire / Gli Spietati. 




Gianfranco Franchi, “Lankelot”. Novembre 2004. 


ISBN/EAN: 
8029893061105

Commenti

Jaoui e Bacri dileggiano allora vizi, miserie e corruzione d?un ambiente ? quello letterario ed editoriale ? che sembra essere servito loro fondamentalmente per evitare di riferirsi all?ambiente cinematografico, valendone come specchio; il messaggio che lo spettatore riceve è d?una gravità e d?una irrimediabilità disarmanti, a questo proposito: l?ambizione, il successo, la frustrazione degli artisti non conoscono variazioni: la loro parabola termina in una spontanea consegna ai piaceri e alle comodità borghesi, oppure s?impaluda in una depressione e in un?amarezza irrisolvibili.

È una satira d?un sarcasmo nerissimo, e d?una lucidità che non può non turbare: di fronte a esempi di tanto chiara coscienza della realtà, e delle dinamiche proprie del comportamento degli esseri umani, ci si domanda come sia possibile non riuscire neppure a incrinarle; nessuno s?indigna più, e nemmeno prende atto della denuncia della volgarità e della trivialità dell?esistenza di dispotiche e avide oligarchie in ogni ambito sociale.

E? talmente vero, Gianfranco, che sorrido, per non lacrimare?
Tutti i personaggi di questo film corale sono contagiati dal profumo inebriante e disgustoso della fama e del successo e ognuno a modo suo.
È la storia di esseri umani che sanno perfettamente cosa farebbero al posto di altri, ma non fanno altrettanto bene al loro posto.
Protagonista è anche la musica, che rappresenta una disciplina morale contro le contraffazioni.

Ottima rec che condivido in toto.

Raffaella

"È una satira d?un sarcasmo nerissimo, e d?una lucidità che non può non turbare: di fronte a esempi di tanto chiara coscienza della realtà, e delle dinamiche proprie del comportamento degli esseri umani, ci si domanda come sia possibile non riuscire neppure a incrinarle; nessuno s?indigna più, e nemmeno prende atto della denuncia della volgarità e della trivialità dell?esistenza di dispotiche e avide oligarchie in ogni ambito sociale" >cioè diciamocelo, io lo devo vedere. Passaggio linguisticamente sontuoso.

"È un peccato perdere questo film: è un?occasione per riflettere, divertirsi, guardarsi dentro e farsi un crudo esame di coscienza" > direi che se mantiene le promesse potrebbe divenire uno specchio-vademecum

"Uno spartano avrebbe saputo come rispondere.
Un italiano non si pone neppure il problema"

Eh, anche un Romano avrebbe saputo dire. Ma quelli di duemila anni fa, dico.

ordunque un "Falò delle vanità" alla francese e con un spessore ignoto ai nostri cineasti. Va bene, sarà visto.

Miei cari, è un film che ho potuto vedere soltanto al cinema e che mi lasciò le buone impressioni che vedo condividete o comunque vi incuriosiscono. Non so niente più di Jaoui e mi rammarico, in casi come questo, per le pieghe domestiche che ha dovuto prendere la mia passione per il cinema:)

visto ieri sera non mi sento di aggiungere molto a ciò che hai spiegato nella recensione. Posso solo confermare che seppur nello stile cinematografico (dialoghi e riprese) è molto "francese" è dotato di una brillantezza e di una cinismo bieco ma realistico che lo rende film estemamente godibile e fuori dalla media

Grazie Baol:).
(perdona ma scopro un anno e mezzo dopo il tuo commento.)

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