LA VIA DEL BUSHIDO: TERZA PARTE
Nel terzo capitolo, conclusivo della serie dedicata alla biografia di Miyamoto Musashi, si raggiunge il punto più atteso dell’imponente messa in scena del romanzo di Eiji Yoshikawa ad opera di Hiroshi Inagaki, regista tra i meno prolifici del cinema giapponese che riuscì, tuttavia, a portare a casa un Oscar grazie al primo dei film della trilogia. Dalla sua parte ebbe l’attenzione di Hollywood destata da Akira Kurosawa e dalla ripresa del genere jidai-geki, pronto ad invadere l’Occidente. Dopo aver concluso la seconda guerra mondiale con la messa in ginocchio del Giappone ed aver tentato il controllo della sua cinematografia, gli americani furono pronti ad importare, traendone spunto per il loro cinema, l’epica dei samurai (e non ci si fermò solo al periodo del dopoguerra. Basta riflettere, ad esempio, sull’attualità cinematografica accostando il termine jidai a cavalieri di un’altra famosa trilogia americana). Ciò che affascinava, più che una reale attenzione alla forza morale del bushid?, era la suggestione data dai costumi, duelli e tradizioni lontanissime dalle abitudini occidentali. La vita di Musashi però non corrispondeva esattamente agli stereotipi dell’immaginario collettivo. La complessità della sua figura va di pari passo alla sua formazione ascetica che lo aiutò a diventare una forma atipica, forse anche estremizzata, del guerriero fino ad allora conosciuto con le grezze caratteristiche del bushi.
Musashi incarnava l’idea dell’uomo che si era fatto da solo. Era personaggio illuminato che aveva compreso la propria realtà interiore con un duro allenamento al fine di affrontare la complessità del suo essere, le sue turbolenze e gli eventi della vita. Era la stabilità mentale, raggiunta con la disciplina, che gli permetteva di valutare in modo rapido la situazione, decidere la migliore azione per poi eseguirla con altrettanta velocità. Dedizione, coraggio, prontezza, idealismo e disposizione al sacrificio: queste le valorose virtù dei samurai. Allo stesso tempo però non potevano non farsi notare anche gli aspetti negativi, quali il fanatismo ed una freddezza che li rendeva vere e proprie macchine da guerra. In tale contrapposizione di aspetti si vede la differenza tra Sasaki Kojiro e Miyamoto Musashi. La dottrina di Takuan permette a quest’ultimo di ritrovare se stesso nel disordine interiore, epurando dalla sua anima (allo stesso modo in cui si deve lucidare la spada) paura e rabbia che creano squilibrio. La concentrazione, che trae origine dal concetto base della filosofia dell’illuminazione, punta al centro dell’uomo, identificato fisicamente con l’hara, ossia il basso ventre (che costituiva, quindi, al contrario, il primo passo per il seppuku, il suicidio rituale); la meditazione, invece, è lo strumento per ampliare l’armonia con se stessi. Da questo meccanismo si apre una forma di energia interiore (ki) che permette l’evoluzione creativa dell’uomo. Il distacco dalle pulsioni terrene, nonché dagli eventi della vita, completano, unitamente agli esercizi formali quali ad esempio la calligrafia o l’arte del tè, la struttura base della disciplina.
Nella prima parte della sua vita Musashi è ancora alla ricerca, inseguendo una via che gli pare infinita; rifugge gli onori, rifugge i legami con il daimyo, il signore feudale e, quindi, la soggezione ad un altro essere umano. È uomo libero, al servizio perenne della sua spada, nell’accezione più pura del termine. Particolarmente dotato, seppe capire, anche grazie al monaco Takuan, le sue debolezze e risolverle. La spada, nel senso più ampio del termine, dà la possibilità a Takezo di apprendere la vera via del bushid? e di combattere, non solo con la forza fisica, ma con tutta la sua essenza interiore.

(Musashi e Otsu)
“Samurai III” mostra il Musashi maturo fisicamente che continua, in grande umiltà, l’addestramento. Alla fine del primo capitolo della trilogia, Musashi si trasforma in un raffinato guerriero pronto ad iniziare una nuova esistenza. Sarà solo poco per volta che la vita gli darà modo di mettersi alla prova e di evolversi. È consapevole, forse sottovalutandosi, che ha ancora molto da imparare. Inagaki, nonostante le libertà narrative sulla trasposizione del romanzo, con l’eliminazione di figure fondamentali o scene che, a mio avviso, dovevano essere riportate, riesce a dar luce al contrasto tra i due personaggi portanti. Due facce della stessa medaglia che, in fondo, si completano l’un l’altra. Musashi agisce con astuzia e saggezza, dimostrando di aver raggiunto il vertice della dottrina impartitagli dal monaco Takuan, Sasaki Kojiro, invece, si affida al virtuosismo della sua spada. Emblematica in tal senso la scena in cui rifiuta le preghiere della dolce Omitsu che si innamora di lui, perché sicuro di poter vincere. In contrapposizione, la sensibile Otsu che si sforza di sorridere, ma finisce solo per ricacciare le lacrime, pur di lasciare la serenità all’amato che, poco prima dell’epico duello sull’isola di Ganryu, rincontrerà sentendosi chiamare, prima ed unica volta, moglie.
Il terzo film di Inagaki si presenta visivamente più spettacolare degli altri due che lo hanno preceduto, tenendo sempre in considerazione i termini di paragone dei tempi in cui è stato girato. L’attenzione estetica si amplifica grazie ad una cura raffinata dell’ambientazione e dei costumi di scena (stupendi i kimono), che riprendono particolari dell’epoca risaltati dalle tinte vivaci della fotografia. L’incipit è dato dalle riflessioni di Sasaki Kojiro pronto ad allenarsi per sfidare Musashi e diventare così il più grande samurai del Giappone. In una scenografia suggestiva come le cascate, il profilo di Sasaki Kojiro si staglia nettamente rivelando la sicurezza e l’arroganza di un uomo che conta sulla sua destrezza; paradossalmente il suo punto debole è proprio quel carattere forgiato da un’ambizione senza limiti. Se fosse stato solo per l’abilità, di Musashi forse non avremmo mai sentito parlare, ma è la completezza, la forza morale, la preparazione ascetica tipica della filosofia zen e l’intelligenza che faranno di quest’uomo una leggenda. Il carattere forgiato da Toshiro Mifune nel terzo film è spettacolare dimostrando la capacità dell’attore di sfumare le espressioni di pari passo con la crescita interiore del personaggio. Indimenticabile attore ed indimenticabile interpretazione che da sola vale l’intera produzione.
Inagaki, per questo terzo episodio, sceglie di dar risalto ad una maggiore naturalità per le scene esterne, tra tramonti ed albe mozzafiato come quella che costituirà l’ideale cornice al duello sull’isola che si rivelerà essere tra i più spettacolari ed intensi che siano mai stati descritti. Due soli gli scontri fisici, di cui l’ultimo mortale, con un Musashi che sceglie il bastone ricavato da un remo, intagliato durante la traversata, per contrastare la lama di Sasaki.
Tutto il resto è una superba e lunga attesa fatta di sguardi reciproci fino all’istante finale, in cui le mosse strategiche di Musashi saranno la vera arma letale del duello: il ritardo nello sbarco sull’isola, la posizione nell’acqua con il sole che sorge alle spalle, l’espressione seria che fa da contrappunto al ghigno spavaldo di Sasaki. Scena memorabile, dunque, a cui si giunge dopo i preparativi della notte. Entrambi i personaggi sono spalleggiati da nobili che tifano per l’uno o per l’altro, pronti ad osannare il vincitore con la gloria eterna (tra questi il nobile Sado, interpretato da Takashi Shimura, il Kambei ne “I sette samurai” di Akira Kurosawa). Sasaki ha tende di lusso in cui dormire, cibi e bevande con cui ristorarsi prima del momento tanto atteso. Sprezzante del pericolo, rifiuta sdegnoso le lacrime della persona che lo ama sinceramente; Musashi, invece, trascorre sulla spiaggia più tempo possibile con Otsu, ripagandola delle sofferenze di tutti quegli anni di solitudine.
Ed è la sua preghiera, che si accompagna alla felicità del barcaiolo Sasuke che lo aveva condotto sull’isola, a far sì che le ultime immagini del film si chiudano sul suo volto rigato di lacrime.
“Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c’è la saggezza, c’è il principio e c’è la via. La mente è il vuoto”, Shinmen Musashi.
Regia: Hiroshi Inagaki. Soggetto: tratto dall’omonimo romanzo di Eiji Yoshikawa, “Musashi”. Hideji Hojo, Tokuhei Wakao, Hiroshi Inagaki. Sceneggiatura: Fotografia: Jun Yasumoto. Scenografia: Makoto Sono, Kisaku Ito. Montaggio:Eiji Oi. Interpreti principali: Toshiro Mifune (Takezo), Kaoru Yachigusa (Otsu), Mariko Okada (Akemi), Daisuke Kato (Toji Gion), Kenjin Jida (Jotaro), Minoru Chiaki (Sasuke), Takashi Shimura (Sado Nagaoka), Michiko Saga (Omitsu). Musica originale: Ikuma Dan. Distribuzione: Criterion Collection.Produzione: Toho Company Ltd.Origine: Giappone, 1956. Durata: 105 minuti. Titolo originale:“Ketto Ganryu-jima”, “Musashi Miyamoto Conclusion: Ganryu Island”, “Samurai 3: Ketto Ganryujima”, “Bushido”, “Musashi and Kojiro”.
Originariamente apparsa su Lankelot.com
MUSASHI in LANKELOT

(Musashi e Sasaki Kojiro - Ganryu Island)

(Ganryu Island - Musashi e Sasaki Kojiro)
Commenti
?Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c?è la saggezza, c?è il principio e c?è la via. La mente è il vuoto?, Shinmen Musashi.?
OT, direi che con le immagini andiamo di lusso, ormai;).
Magnifico, Movi. Prometto che nel futuro lanke 3.0 non ci saranno nuove tecniche di impaginazione, né di archiviazione dei pezzi:)
chiudo OT, ma tanto ci vorrano almeno 2-3 mesi:)
"Dopo aver concluso la seconda guerra mondiale con la messa in ginocchio del Giappone ed aver tentato il controllo della sua cinematografia, gli americani furono pronti ad importare, traendone spunto per il loro cinema, l?epica dei samurai (e non ci si fermò solo al periodo del dopoguerra. Basta riflettere, ad esempio, sull?attualità cinematografica accostando il termine jidai a cavalieri di un?altra famosa trilogia americana). "
> OT, pensando a inizio paragrafo... hai visto "Lettere da Iwo Jima"? Non ricordo se ne avevamo parlato, tempo fa. E' forse il più intenso e lirico omaggio che hanno rivolto alla nazione sconfitta - pure se sconfitta con la vergogna del nucleare, a dirla tutta - assieme all'epico ultimo che sappiamo:)
"Era personaggio illuminato che aveva compreso la propria realtà interiore con un duro allenamento al fine di affrontare la complessità del suo essere, le sue turbolenze e gli eventi della vita. Era la stabilità mentale, raggiunta con la disciplina, che gli permetteva di valutare in modo rapido la situazione, decidere la migliore azione per poi eseguirla con altrettanta velocità. Dedizione, coraggio, prontezza, idealismo e disposizione al sacrificio: queste le valorose virtù dei samurai. "
> Stupendo.
Evidenzio ancora il tuo link sul duello...
http://www.youtube.com/watch?v=WhbCEi_Aac4
(grande contributo.)
2.non so come sia venuta fuori questa impaginazione...ma sulle foto sono migliorata rispetto al disastro di Ashes of time.
3.dirotti....no, non ne avevamo parlato. Ero mooolto scettica, al pari dell'ultimo che sappiamo. Non ho un buon rapporto con questo film però, perché l'ho visto dopo aver visitato Hiroshima ed ero in fase nerissima sul punto.Sai che mi hanno detto che non c'è mai stata una visita ufficiale? Pare che solo Carter, dopo il suo mandato sia andato. La visita di Hiroshima è devastante. Ho letto la recensione molto bella di Leon e mi è venuta voglia di vederlo con altri occhi. Molti americani visitano Hiroshima (e i giapponesi adorano gli americani) e questo dovrebbe compensare l'assenza di una qualsiasi visita ufficiale che non restituirà la vita ai morti ed ai sopravvissuti, e discendenti dei sopravvissuti.
6, 2. Complimenti, vedo, vedo:).
6, 3. Non ne avevo idea, ma penso di poterne comprendere le ragioni. E' stata la violenza più mostruosa della storia dell'uomo, istantanea e poi disseminata in un silenzioso tempo di cui nessuno o quasi parla (oh ecco, sempre Kenzaburo Oe che devo comprare...).
Se l'America domandasse perdono per quella strage il mondo dovrebbe cambiare, se non la lettura, almeno la percezione della storia del Novecento.
6.3 Sai che non l'ho trovato il libro ancora? Mi sa che lo ordinerò,ma non so davvero se e quando avrò il coraggio di leggerlo. Hiroshima è una città normale, moderna, anche colorata...ma il centro città...a partire dll'edificio semi distrutto,l'unico rimasto in piedi, nel percorso che porta al parco della pace fino al mueso ti senti le gambe spezzate. Nessuno di noi ha proferito verbo con l'altro durante la visita del museo che è libera con le cassette audio che ti spiegano in lingua ogni cosa che vedi. E cosa vedi? Per tutta la prima parte del museo scene di vita, di com'era Hiroshima...e poi arrivi al plastico, ai due plastici. E poi le lettere dei vari sindaci di Hiroshima a tutti i potenti del mondo che testano il nucleare...e poi arrivi ad una stanza con ...quello che resta...un triciclo, un masso su cui si vede l'ombra di una persona che si è disciolta...e leggi dei superstiti, del male, di tutte le operazioni che hanno dovuto fare e devono fare per poter sopravvivere. Ecco termino, non c'entra nulla con questa pagina.