Inagaki Hiroshi

Samurai II: duel at Ichijoji Temple

Autore: 
Inagaki Hiroshi
LA VIA DEL BUSHIDO: SECONDA PARTE
 
Il secondo capitolo della biografia romanzata di Miyamoto Musashi racchiude l’anima del cambiamento. Musashi impara a dominare i suoi impulsi, a trattenere la forza per lasciar crescere la saggezza interiore. Forte degli insegnamenti del monaco Takuan Soho, matura dentro di sé la consapevolezza di non esser esclusivamente un uomo brutale nella lotta e nei modi, pur conservando dentro di sé la sensibilità dello spirito idealista.
Takezo era il ragazzo cresciuto all’ombra di un padre, valoroso samurai ma genitore impietoso, con la necessità di dover dimostrare il doppio del coraggio di una persona normale per conquistarne la stima.
Musashi è il guerriero solitario che inizia un percorso ascetico quasi per caso, o forse costretto dalla necessità.
La scelta del nome d’arte è legata indissolubilmente all’evoluzione interiore. Gli ideogrammi del nome di Musashi, infatti, permettono anche la lettura del nome di Takezo.
Takuan lo salva dallo spirito vendicativo del villaggio di Miyamoto, alimentato dall’odio di Osugi, madre di Matahachi, che vede in lui, da un lato, l’uomo che ha trascinato l’unico figlio lontano da casa, in una guerra senza speranze (i due combatterono, nella storica battaglia di Sekigahara, nello schieramento opposto ai Tokugawa, clan che riunificò il Giappone, sotto il potere di Ieyasu Tokugawa), dall’altro, l’ideale valoroso che non ha mai trovato realmente nella carne della sua carne. L’accanimento contro di lui, pertanto, si fa sempre più macchinoso e spietato.
Musashi studia tutte le arti che possono farlo crescere: la calligrafia, la pittura, la scultura, l’arte de tè e naturalmente affina le tecniche di combattimento, introducendo poco alla volta uno stile nuovo con l’uso di due spade contemporaneamente.
Da qui la denominazione esoterica della dottrina di Musashi “Niten Ichi-ryu (due cieli: una scuola) che prevedeva l’uso prima di tachi e katana, poi di katana e wakizashi.
Ciò che importava era non l’uso di spade lunghe o corte, ma l’accoppiata che dava modo ad un guerriero solitario di destreggiarsi nell’attacco di molti. Forte di una forza fisica smisurata, riesce così a diventare uno dei più potenti guerrieri che la storia del Giappone abbia mai conosciuto.
 
 
Hiroshi Inagaki riesce nel difficile intento di valorizzarne visivamente la leggenda. L’aver scelto un attore come Toshiro Mifune sicuramente facilità le cose per quelle capacità interpretative che avevano nell’ecletticità il massimo livello espressionistico.
Il regista, in questo secondo film, attua un maggiore distaccamento dalla struttura narrativa del romanzo di Eiji Yoshikawa. Nel primo episodio aveva tralasciato la figura della sorella di Musashi che pur nel libro costituiva uno dei motivi del ritorno al villaggio e, quindi, anche del cambiamento del suo destino; l’addestramento alla dottrina del monaco Takuan poi era stato frutto di una scelta e non di una prigionia. Piccole variazioni che Inagaki amplia nei due capitoli successivi, ma che non sminuiscono il grande lavoro del regista. Certo, agli appassionati lettori di Yoshikawa sarebbe piaciuto ritrovare sullo schermo lo scontro finale della madre di Matahachi e di Musashi, a cui chiede perdono dopo aver appreso la verità sul figlio; sarebbe, inoltre, piaciuto vedere la stilizzazione della dolce figura di Iori, l’allievo di Musashi che ha il compito di risollevare le solitarie sorti di Otsu, scoprendola sorella perduta. Nel film, invece, la figura del ragazzo si confonde con quella di Jotaro che lo accompagnerà fino alla fine della trasposizione cinematografica. Figure mancanti o episodi modificati nel loro ordine temporale però non sminuiscono la trilogia che, nell’insieme, rappresenta un evento rarissimo nel dimostrare il rispetto per un romanzo di grande popolarità.
 
(Musashi)
 
Il personaggio di Musashi assume sfumature sempre più profonde nella struttura per capitoli di Yoshikawa che ha saputo riprendere gli elementi fondamentali della filosofia zen sui cui si concentrò l’addestramento del ronin.
Toshiro Mifune riesce a calarsi perfettamente nelle delicate e multiforme sfaccettature del personaggio, passando dai modi quasi selvaggi del suo essere nel primo film a quelli sempre più pacati e pazienti del secondo.
La saggezza interiore che si nota nel cambiamento estetico di Musashi alla fine del primo capitolo, cresce e si riverbera sul suo viso; pur conservando la sua serietà riesce, infatti, a trasformare le sue espressioni con l’evoluzione che scaturisce dal suo allenamento interiore.
Nonostante gli insegnamenti del monaco Takuan siano concentrati, nel romanzo, in una fase della sua vita, il regista preferisce svilupparli nell’arco della scena cinematografica direttamente sul campo, ad ogni azione di Musashi. Da qui a rendere vive le riflessioni sul volto di Mifune il passo è breve. Con il suo essere accigliato quasi naturalmente, con uno sguardo estremamente profondo, è stato il miglior interprete per un personaggio così complesso.
Due scene sono emblematiche per spiegarne il cambiamento. La prima è quella del duello con uno dei superstiti della scuola Yoshioka, quando Musashi ferma la mano ricordando le parole di Takuan sulla sua forza bruta. Capisce in quel momento che, per realizzare appieno la sua via personale verso l’illuminazione, ha ancora tanto da imparare. L’altra scena, invece, è quando chiede ad un lucidatore di spade di preparare la sua affinché possa tagliare meglio. L’esperto rifiuta l’incarico per lo stesso motivo di cui sopra. Musashi torna da lui dopo aver appreso la lezione e gli chiede di lucidare la sua anima (la spada).
 
Musashi continua ancora oggi ad ispirare la produzione giapponese, anche se con strumenti più vicini a quello che è il gusto dei tempi moderni: ed ecco il manga “Vagabond” e poi addirittura il videogioco che trae spunto dalla trilogia di Inagaki.
Yoshikawa, che elaborò a puntate e poi in un unico volume la leggenda, non potrebbe credere a quanta vitalità abbia ancora Musashi ai nostri giorni. Ulteriori citazioni non mancano, anche in produzioni diverse, sebbene legate al genere dell’animazione.
Inagaki seppe rendere al meglio la trasposizione del romanzo, riuscendo nel difficile intento di non far rimpiangere la narrazione su carta stampata. L’attenzione del secondo film è sui primi veri duelli di Musashi che gli diedero inconsapevolmente l’opportunità di diventare famoso per la tempra e la forza. La scuola di Yoshioka, disonorata dalla sua spada ne segnerà il destino e gli metterà sul cammino, in parallelo, colui che diverrà il suo più grande rivale, Sasaki Kojiro, giovane guerriero talentuoso quanto arrogante.
Passerà del tempo prima che i due possano incrociare le loro spade, in un epico duello sul mare, ma il regista che fu anche sceneggiatore della trilogia, accentua i toni della competizione in Sasaki Kojiro, limando al contrario, l’astio e la superbia che prova nei confronti di Musashi. Il romanzo lo tratteggia con un carattere demoniaco pronto a correre verso il successo, così come poteva essere lo stesso Musashi nella prima fase della sua vita. Il suo percorso si pone in contrapposizione con quello di Musashi, non solo per la sua tenace ambizione, ma anche per il carattere che nel film è più sfumato. A volte si ha quasi l’impressione che seguendolo lo protegga da lontano, ma così non è. Kojiro è un uomo giovane e superbo che comprende subito il valore del suo antagonista, ma aspira ad essere il più grande guerriero del Giappone e decide di aspettare finché il suo nemico non abbia raggiunto il livello massimo di allenamento. Nel film, inoltre, Kojiro è anche rivale in amore, bramando di conquistare completamente il cuore di Akemi solo con la morte dell’adorato Musashi. Ed è dalle parole della ragazza che si rivela l’animo malvagio di Kojiro, anche se Inagaki sul punto preferisce sfumare.
 

                                        

 

Musashi non sa di essere seguito nel suo cammino solitario, tra splendidi paesaggi e tanti personaggi: Kojiro, Osugi, Matahachi e Otsu. Quest’ultima ha una parte di maggior rilievo rispetto a quanto gli aveva riservato Yoshikawa che aveva voluto tacere, per pudore, il dolore dei sentimenti della ragazza. Inagaki, invece, sviluppa il suo personaggio dimostrando ammirazione per questa donna tratteggiata con delicatezza, preferendo lasciare ai suoi passi silenziosi il suo amore smisurato per Musashi.
Nel primo film l’abbandona perché ha una via da seguire, lontano dalle pulsioni terrene. Dopo gli anni di addestramento, Musashi lascia Otsu, intagliando un messaggio nel duro legno del ponte dove i due si erano incontrati.
Nel secondo film la causa della nuova separazione è l’insicurezza di Musashi per l’amore di lei che pare respingerlo. Otsu ha la mente avvelenata dalla gelosia di Akemi, rivale in amore. La tenerezza che si prova per la giovane è infinita.
Questo, per Musashi, è il momento di vera separazione dalle cose terrene e da quel momento si dedicherà con grande dedizione alla cura delle sue potenzialità, senza aver altro scopo che il miglioramento di se stesso.
 
Da un punto di vista prettamente estetico, tra fotografia, coreografie e scenografia, questo secondo episodio risulta addirittura migliore del primo, nonostante sia difficile riuscire a fare paragoni perché la trilogia, in fin dei conti, è un’opera unica, in cui le parti sono legate indissolubilmente alle altre.
La tecnica, anche a distanza di un solo anno, è migliorata sensibilmente e l’ambientazione, importantissima nello sviluppo zen dell’anima di Musashi, inizia ad assumere una connotazione molto più naturale rispetto alla prima esperienza con il colore. Restano ancora espedienti di scena, come il volo degli uccelli costruito meccanicamente, ma l’attenzione agli elementi naturali, fiumi, pianure, prati, si fa sempre più esperta.
Una nota particolare, infine, va alla colonna sonora: è incisiva, continuando tuttavia a ripetersi senza apportare novità.
 
Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c’è la saggezza, c’è il principio e c’è la via. La mente è il vuoto”, Shinmen Musashi.
 

Regia: Hiroshi Inagaki. Soggetto: tratto dall’omonimo romanzo di Eiji Yoshikawa, “Musashi”. Sceneggiatura: Hideji Hojo, Tokuhei Wakao, Hiroshi Inagaki. Fotografia: Jun Yasumoto. Scenografia: Makoto Sono, Kisaku Ito. Montaggio:Eiji Oi. Interpreti principali: Toshiro Mifune (Takezo), Kaoru Yachigusa (Otsu), Mitsuko Mito (Oko), Kuroemon Onoe (Takuan), Mariko Okada (Akemi), Rentaro Mikumi (Matahachi), Mitsuko Mito (mamma Osugi), Michiyo Kogure (Yoshino), Akihito Hirata (Sejiuro Yoshioka), Daisuke Kato (Gion), Kenjin Jida (Jotaro), Eijiro Tono (Baiken), Yu Fujiki (Denshichiro Yoshioka). Musica originale: Ikuma Dan. Distribuzione: Criterion Collection. Produzione: Toho Company Ltd. Origine: Giappone, 1955. Durata: 104 minuti. Titolo originale:“Zoku Miyamoto Musashi: Ichijoji no ketto”, “Swords of doom”.

 
Articoli e approfondimento: Imdb / Notizie biografiche
 
 
Movida, 23 maggio 2005.
 
Originariamente apparsa su Lankelot.com
 
MUSASHI in LANKELOT
 
 
 
                                                             (Musashi)
 

                                                                                            (Musashi - statua)
 
ISBN/EAN: 
6305028699

Commenti

"Takezo era il ragazzo cresciuto all?ombra di un padre, valoroso samurai ma genitore impietoso, con la necessità di dover dimostrare il doppio del coraggio di una persona normale per conquistarne la stima"...un altro esempio...

"Musashi impara a dominare i suoi impulsi, a trattenere la forza per lasciar crescere la saggezza interiore. Forte degli insegnamenti del monaco Takuan Soho, matura dentro di sé la consapevolezza di non esser esclusivamente un uomo brutale nella lotta e nei modi, pur conservando dentro di sé la sensibilità dello spirito idealista."

> Questo è un film che mi farebbe bene, sospetto.

"Musashi studia tutte le arti che possono farlo crescere: la calligrafia, la pittura, la scultura, l?arte de tè e naturalmente affina le tecniche di combattimento, introducendo poco alla volta uno stile nuovo con l?uso di due spade contemporaneamente.
Da qui la denominazione esoterica della dottrina di Musashi ?Niten Ichi-ryu? (due cieli: una scuola) che prevedeva l?uso prima di tachi e katana, poi di katana e wakizashi.
Ciò che importava era non l?uso di spade lunghe o corte, ma l?accoppiata che dava modo ad un guerriero solitario di destreggiarsi nell?attacco di molti. Forte di una forza fisica smisurata, riesce così a diventare uno dei più potenti guerrieri che la storia del Giappone abbia mai conosciuto. "

> Movi in cattedra.
Applausi e grazie per gli insegnamenti.

"Nel primo film l?abbandona perché ha una via da seguire, lontano dalle pulsioni terrene. Dopo gli anni di addestramento, Musashi lascia Otsu, intagliando un messaggio nel duro legno del ponte dove i due si erano incontrati.
Nel secondo film la causa della nuova separazione è l?insicurezza di Musashi per l?amore di lei che pare respingerlo. Otsu ha la mente avvelenata dalla gelosia di Akemi, rivale in amore. La tenerezza che si prova per la giovane è infinita.
Questo, per Musashi, è il momento di vera separazione dalle cose terrene e da quel momento si dedicherà con grande dedizione alla cura delle sue potenzialità, senza aver altro scopo che il miglioramento di se stesso".

> Terribile, dico sul serio. Meraviglioso e terribile. Sembra una maledizione e una condanna, non soltanto una scelta. E tuttavia sembra inevitabile.

"?Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c?è la saggezza, c?è il principio e c?è la via. La mente è il vuoto?, Shinmen Musashi."

> Mente significa anima, per Shinmen Musashi?

sensei?...Musashi è definito Kensei http://en.wikipedia.org/wiki/Kensei ...non ho scelto uno qualunque..."sword's saint". :)))

ahaha:))).
vado a vedere il link.

no, in questo frangente la mente è mente...è la concentrazione che svuota la mente e la riempie allo stesso tempo. E' sempree lo stesso concetto di vuoto zen (vedi discussioni su Kawabata)che non è il nulla, ma è il tutto. :)

Non so perché ma continua a sfuggirmi:)
Ci vorranno anni, sospetto.

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