Inagaki Hiroshi

Samurai I: Miyamoto Musashi

Autore: 
Inagaki Hiroshi
LA VIA DEL BUSHIDO: PRIMA PARTE
 
Tra le tematiche portanti della cinematografia giapponese, prima che di essa si impadronisse il potere politico nel periodo della seconda guerra mondiale, dettandone scelte e ritmi, un posto di grande importanza era riservato all’epica indissolubilmente legata alla spada (“cappa e spada” in contesto europeo, “wuxia” in Cina, “chambara in Giappone).
Registi di primo livello furono portati dal regime a trasporre sullo schermo ideali di forza inarrestabile, con il duplice scopo di diffondere l’immagine del Giappone che non si piega per tradizione storica e caratterizzazioni genetiche e, cosa di non poco conto, per ridar fiducia al popolo nipponico. Altri preferirono la libertà a rischio che le loro produzioni non superassero le cesoie rigidissime della censura; altri ancora preferirono adattare a loro modo la storia nazionale valorizzando sentimenti diffusi di onore, pietà e coraggio piuttosto che esaltare ideali di forza.
Con l’arrivo degli americani le cose non furono certamente più semplici perché, memori delle esperienza della guerra, cercarono di limitare l’espandersi di tematiche storiche che potevano destabilizzare l’ordine “democratico” che volevano imporre al Giappone.
L’epica feudale, tuttavia, riprende vigore nel dopoguerra portando l’attenzione del mondo internazionale sui samurai, gli eroi nazionali per eccellenza. 
Hiroshi Inagaki fu uno dei registi che concentrò i suoi sforzi sul film a colori della Toho Company Ltd. (quella di Godzilla per intendersi). E quale miglior esempio da utilizzare se non la vita di Takezo che divenne il leggendario Miyamoto Musashi, la cui biografia è stata romanzata da Eiji Yoshikawa nell’omonimo “Musashi”.
È proprio da tale imponente romanzo che Inagaki ha tratto la trilogia, di cui “Samurai I: Miyamoto Musashi” costituisce il primo capitolo. Inagaki non era del tutto nuovo a questa esperienza perché aveva già girato due film, uno nel 1940 e l’altro nel 1942, sulla figura di Musashi. Altri registi si erano cimentati con le evoluzioni morali del guerriero rimasto imbattuto fino alla morte, avvenuta serenamente nel suo letto; tra i tanti, poco prima di Inagaki, lo stesso Kenji Mizoguchi (“Musashi”, 1944), mentre nel 2003, ad opera di Mitsunobu Ozaki, l’ultimo adattamento per la televisione (taiga drama) che vede tra i protagonisti Takeshi Kitano nella parte di Shinmen Munisai, il temibile genitore di Takezo e con la colonna sonora di Ennio Morricone.
 In definitiva, una delle figure più sfruttate dalla cinematografia giapponese, animazione compresa, ma non potrebbe essere diversamente: la vita di Musashi è leggendaria, mentre il romanzo di Yoshikawa è talmente corposo e strutturato che rende possibile qualsiasi adattamento, anche per singoli episodi. 
Inagaki nel 1954 scelse di suddividere il romanzo in tre film individuando i diversi momenti di transizione della vita di Musashi. Definire quest’ultimo “samurai” è forse improprio, almeno nella prima fase della sua esistenza in cui si nota soprattutto la sua evoluzione caratteriale, la presa di coscienza di se stesso, lo sviluppo dell’interiorità che lo porterà nella leggenda per spirito, forza, coraggio e saggezza. Musashi era molto più vicino alla figura del “ronin”. La sua assoluta libertà nella ricerca continua durò per tutta la sua esistenza.
Inagaki segue pedissequamente la narrazione di Yoshikawa, concedendosi qualche libertà stilistica nel pieno rispetto della conoscenza che si aveva della formazione spirituale di colui che veniva chiamato Maestro. Un aiuto prezioso viene anche dagli scritti di Musashi, il “Gorin no sho” (Il libro dei cinque anelli) concentrato di filosofia zen applicata all’addestramento, scoperto perfino dalle scuole americane per la formazione manageriale.
Il primo film parte dalla figura del giovane Takezo che convince l’amico Matahachi a partire per la battaglia di Sekigahara in cui si decisero le sorti del Giappone per i secoli che dovevano arrivare. Finisce l’epoca delle conflitti interni ed inizia l’era dei Tokugawa con cui la figura del samurai conobbe il momento di piena maturazione.
Takezo era già un ragazzo molto forte, ma eccessivamente grezzo nel maneggiare la spada. Un attaccabrighe si definì in seguito, convinto allora di essere il più forte al mondo. Non sapeva controllare la furia che covava all’interno e la sua crescita interiore, tratteggiata egregiamente nella trilogia, rappresenta per l’appunto l’evoluzione spirituale dei guerrieri pronti a far propri i principi del bushid?.
Takezo e Matahachi fanno parte dello schieramento perdente nella battaglia di Sekigahara e sono costretti a nascondersi. Trovano la casa abitata da Oko e dalla figlia Akemi e vi si fermano per qualche tempo. Matahachi rinuncia alla via della gloria inseguita dall’amico nella prima fase della sua giovinezza e si abbandona ai piaceri dell’amore per l’opportunista Oko che, qualche anno dopo, non avrà remore ad abbandonarlo al suo destino. Takezo decide invece di tornare al villaggio di Miyamoto (da qui il nome d’arte) per tranquillizzare Osugi, la madre dell’amico e la fidanzata, Otsu. Il suo destino però è decisamente contrario perché viene trattato come un ribelle e denunciato alle autorità dalla vecchia donna. Osugi lo incolpa delle disgrazie del figlio, perseguitandolo a lungo. Otsu, invece, si affeziona riconoscendo in lui il valore e la forza d’animo che mancavano in Matahachi. Non è un amore di ripiego, come dimostreranno le sue sofferenze in seguito, ma comprende bene quale sia stato il destino del fidanzato.
Takezo rinuncia però a rivelare la piena verità su Matahachi temendo di offenderne la memoria e ferire Otsu, a cui l’amico ha preferito una donna più matura.
Il segreto causerà dolore e fatica a Takezo perché verrà seguito da Osugi e dai suoi parenti in cerca di vendetta. Il giovane troverà la salvezza al suo villaggio grazie al monaco Takuan che con uno stratagemma lo cattura e lo fa appendere ad un albero per parecchi giorni, costringendo le autorità a lasciarlo nelle sue mani. La figura del bonzo Takuan è fondamentale nella storia di Musashi perché sarà lui ad iniziarlo alla via del bushido, facendogli abbandonare, poco alla volta, la forza bruta per una via di saggezza.

(Takuan e Takezo)

La figura di Takuan è storica, tant’è che una parte della sua produzione scritta è giunta anche al di qua dei confini italici, ma non c’è alcuna certezza che l’avvicinamento a Musashi sia avvenuto nel modo in cui viene narrato. Sta di fatto che Takezo apprende i valori cardine della filosofia zen, adattata dal monaco Takuan. Quest’ultimo nel film di Inagaki, rispetto al romanzo, ha una presenza dilazionata nel tempo ed influenza in modo indiretto Takezo.
Maggiore spessore, invece, alla figura di Otsu, fanciulla perseguitata da una sorte avversa che non si perde d’animo seguendo sempre l’uomo che ama e finendo per essere abbandonata più volte.
Accentuato da Inagaki quindi il lato più romantico della storia che nel romanzo di Yoshikawa era solo intuito, soprattutto in questa prima parte della vita.
Il personaggio della leggenda era descritto come un misogino; la scelta di vita solitaria di un samurai non escludeva affatto l’amore e la famiglia, ma per il caso specifico si doveva costruire un motivo scatenante per spiegare la necessità di una solitudine perenne. Nel film si è sottolineata la loro storia sentimentale rispetto alla dimensione vissuta interiormente estremamente particolareggiata nella narrazione di Yoshikawa.
Inagaki privilegia, inoltre, il lato più spettacolarizzato della vita di Musashi ed in parallelo l’universo sentimentale rappresentato dalle figure di donna che incontra sul suo cammino (Oko, Akemi, Yoshino e Otsu).
Il primo film si conclude con l’addio, il secondo, in ordine di tempo, di Otsu. Takezo non esiste più. Dopo anni di addestramento e di istruzione in pieno isolamento, è pronto ad affrontare la nuova via di saggezza.

(Otsu)

Il primo capitolo della trilogia vinse l’Oscar nel 1955, grazie ad una regia particolarmente attenta alla cura dei dettagli e ad una scenografia piena di luce e sfumature cromatiche intense, dal verde carico della vegetazione all’abbagliante splendore dei tramonti. Tanto che, anche dopo cinquant’anni, il film non sembra affatto risentire del peso del tempo, se non fosse per quei dettagli tecnici d’antan, quali gli ambienti costruiti in studio.
La splendida natura giapponese ha fatto il resto, rendendo al film l’estetica armonica che completa il quadro della vita di Musashi.
Si notano, inoltre, la cura straordinaria dei costumi e delle tecniche di spada con particolari illuminanti rappresentati dalla foggia e dalla cura delle armi in dotazione ai guerrieri.
Ovviamente non si può concludere tacendo la caratterizzazione dei personaggi, in particolar modo l’eccellente Toshiro Mifune, il cui volto si legò per sempre a quello di Musashi nelle raffigurazioni che vennero dopo.
Il film, nonostante l’Oscar, venne affondato nella memoria collettiva dalla corazzata che Akira Kurosawa mise in piedi nello stesso anno con “I sette samurai” e ci si dimenticò che anche il grande regista giapponese, con quel film, fece un omaggio alla figura di Musashi riprendendone il carattere per uno dei suoi personaggi, l’ascetico Kyuzo e traendo ispirazione da uno degli episodi fondamentali per la sua vita. Nella trilogia di Inagaki recitò anche Takeshi Shimura, con una parte ben più modesta del Sambei di Kurosawa, ma ciò che colpisce maggiormente l’attenzione è la suggestione data dall’incredibile recitazione di Mifune che seppe creare un gioiello nella sua filmografia, tanto da poter essere considerato al pari o, addirittura superiore all’interpretazione di Kikuchiyo. In effetti, le caratteristiche di questo personaggio ben si adattano allo stadio embrionale di Takezo e si intrecciano all’espediente del molle Matahachi che si appropria, utilizzando una pergamena ritrovata indosso ad un uomo ucciso, dell’identità di un altro samurai per darsi delle arie di fronte alla sua famiglia. 
Nel vuoto non ci sono il bene e il male: c’è la saggezza, c’è il principio e c’è la via. La mente è il vuoto”, Shinmen Musashi. 
 
Regia: Hiroshi Inagaki. Soggetto: tratto dall’omonimo romanzo di Eiji Yoshikawa, “Musashi”. Sceneggiatura: Hideji Hojo, Tokuhei Wakao, Hiroshi Inagaki. Fotografia: Jun Yasumoto. Montaggio:Eiji Oi. Interpreti principali: Toshiro Mifune (Takezo), Kaoru Yachigusa (Otsu), Mitsuko Mito (Oko), Kuroemon Onoe (Takuan), Mariko Okada (Akemi), Rentaro Mikuni (Matahachi), Mitsuko Mito (mamma Osugi). Musica originale: Ikuma DanDistribuzione: Criterion Collection. Produzione: Toho Company Ltd. Origine: Giappone, 1954. Durata: 93 minuti. Titolo originale:“Musashi: The Legend of Musashi”, “Master Swordsman”, Winner of the Academy Award for Best Foreign Language Film, 1955.
 
Articoli e approfondimento: Imdb/Notizie biografiche
 Movida, 17 maggio 2005. 
Originariamente apparsa su Lankelot.com 
 
 
 
            (Matahaci, Oko , Akemi)

                                   (Miyamoto Musashi)

 
 (Otsu e Musashi)
ISBN/EAN: 
0780021045

Commenti

versione 2003 ...http://www.youtube.com/watch?v=hfoO_F7M3sM

Tornano le pagine di Movi dedicate al Cinema!
Da qui in avanti altra grande galoppata:)

"Il film, nonostante l?Oscar, venne affondato nella memoria collettiva dalla corazzata che Akira Kurosawa mise in piedi nello stesso anno con ?I sette samurai? e ci si dimenticò che anche il grande regista giapponese, con quel film, fece un omaggio alla figura di Musashi riprendendone il carattere per uno dei suoi personaggi, l?ascetico Kyuzo e traendo ispirazione da uno degli episodi fondamentali per la sua vita."

> Sospetto che a breve sapremo tutto o quasi anche del buon Akira:).

3....non solo...

"Tra le tematiche portanti della cinematografia giapponese, prima che di essa si impadronisse il potere politico nel periodo della seconda guerra mondiale, dettandone scelte e ritmi, un posto di grande importanza era riservato all?epica indissolubilmente legata alla spada (?cappa e spada? in contesto europeo, ?wuxia? in Cina, ?chambara? in Giappone).
Registi di primo livello furono portati dal regime a trasporre sullo schermo ideali di forza inarrestabile, con il duplice scopo di diffondere l?immagine del Giappone che non si piega per tradizione storica e caratterizzazioni genetiche e, cosa di non poco conto, per ridar fiducia al popolo nipponico. Altri preferirono la libertà a rischio che le loro produzioni non superassero le cesoie rigidissime della censura; altri ancora preferirono adattare a loro modo la storia nazionale valorizzando sentimenti diffusi di onore, pietà e coraggio piuttosto che esaltare ideali di forza.
Con l?arrivo degli americani le cose non furono certamente più semplici perché, memori delle esperienza della guerra, cercarono di limitare l?espandersi di tematiche storiche che potevano destabilizzare l?ordine ?democratico? che volevano imporre al Giappone.
L?epica feudale, tuttavia, riprende vigore nel dopoguerra portando l?attenzione del mondo internazionale sui samurai, gli eroi nazionali per eccellenza".

> Intanto grazie per la contestualizzazione: al solito, sei tu a guidarci e a insegnarci l'orientamento. Mai come in questo frangente, fondamentale.

"Il primo film parte dalla figura del giovane Takezo che convince l?amico Matahachi a partire per la battaglia di Sekigahara in cui si decisero le sorti del Giappone per i secoli che dovevano arrivare. Finisce l?epoca delle conflitti interni ed inizia l?era dei Tokugawa con cui la figura del samurai conobbe il momento di piena maturazione."

> http://it.wikipedia.org/wiki/Battaglia_di_Sekigahara

4, 3. E andiamo;).

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