Un maggiore inglese, John Smith, e un tenente americano, Morris Schaffer, vengono messi a capo di una delicatissima missione. Devono penetrare in una fortezza sulle Alpi bavaresi, e liberare un generale del comando alleato, imprigionato lì dai tedeschi. Per farlo, i componenti del reparto speciale, guidato da Smith e Schaffer, devono travestirsi da militari della Wehrmacht e organizzare il contro-rapimento sul posto: avvalendosi dell’aiuto di due spie, le belle Mary e Heidi, che si fingono inservienti al servizio dei tedeschi; badando alla sopravvivenza del generale; e cercando di fare più danni possibili a uomini e mezzi nemici, durante le fasi di fuga.
Il commando è composto da elementi super-selezionati, di grande valore e di provata abilità: il fior fiore delle forze speciali a disposizione degli alleati in quel momento. Perché mai bisognava rischiare di perderli tutti in una sola volta? Il fatto è che il generale rapito figurava fra gli ideatori del «secondo fronte», che stava per essere aperto in Europa. Capiamo dunque che la storia del film si deve svolgere nella prima metà del ’43. Fino ad allora, infatti, a sopportare il peso più grande dell’onda d’urto tedesca nel teatro europeo, erano stati i russi. Le divisioni corazzate della Wehrmacht avevano infilzato il territorio sovietico per centinaia di chilometri, fino a Mosca, e da mesi gli scontri infuriavano a Stalingrado. Stalin, non per nulla, da tempo faceva pressioni sugli alleati perché si decidessero a impegnare gli eserciti dell’Asse anche a ovest. Insisteva per uno sbarco nel nord della Francia occupata, in Normandia. Tuttavia si dovette aspettare la vittoria sovietica a Stalingrado, fino cioè alla primavera del ’43. Questa battaglia fu la vera svolta della guerra: uno smacco psicologico, oltre che militare, per i tedeschi, e l’impulso determinante per una reazione in grande stile degli alleati. Inglesi e americani, finalmente, ritennero arrivato il momento di colpire il nemico dritto nelle sue membra. Mirarono ovviamente al punto più debole e scoperto: al regime di Mussolini ormai in agonia. E così il secondo fronte fu aperto qui da noi, in Italia, nel luglio 1943. Invece l’invasione della Normandia, tanto caldeggiata da Stalin, fu rimandata di quasi un anno.
Per i tedeschi, acquisire informazioni sui piani di sbarco sarebbe stato vitale. Per gli angloamericani, al contrario, la rovina. Ecco spiegata l’importanza della missione di Smith e Schaffer. Sennonché, presto si comprende che la trama di Dove osano le aquile, da war-film quale poteva essere, tende piuttosto a piegare verso la spy-story, e cioè all’impianto narrativo che serve a tingere di giallo il film di guerra, o il film d’azione. Al riguardo bisogna riconoscere come la sceneggiatura di Alistair MacLean, il quale è pure autore del romanzo omonimo, dosi sapientemente accelerazioni e battute d’arresto, sospetti e allusioni, in una spirale ascendente degna dei migliori esemplari del genere. Così, piano piano, si scopre che il militare in mano ai tedeschi, in realtà, era un attore di second’ordine straordinariamente somigliante al vero generale; e che tutta la missione, anzi, non costituiva altro che un pretesto per una resa dei conti all’interno dei servizi segreti inglesi.
Per non rovinare il gusto dell’intreccio, è preferibile non aggiungere altro, tranne una cosa: della vera natura della missione era al corrente il solo Smith. Richard Burton, che lo interpreta, è perfetto nel dare al personaggio quella mistura di machiavellismo e ironia che caratterizza, nell’immaginario collettivo, l’agente segreto di tutti i tempi e i luoghi. Mentre Clint Eastwood, che dà le fattezze all’americano Schaffer, forse un po’ risente ancora – il film è del ’68 – della mimica da pistolero con gli occhi di ghiaccio, tipica dei ruoli iniziali della sua carriera, senza la profondità di interprete e regista che avrebbe acquistato dopo, con la maturità: qui non va oltre, dunque, dall’emettere un paio di sentenze dalla parvenza definitiva e a sparacchiare col mitra su folle di nazisti, robotico. D’altra parte, tale era il compito imposto dal ruolo di “braccio” della “mente” Smith-Burton: e lui, a onor del vero, lo assolve che meglio non si potrebbe.
Fortunatamente ci sono le pirotecnìe del regista Brian G. Hutton, e le musiche orchestrali di Ron Goodwin, a donare una tensione e un’emozione capaci di andare al di là del semplice canovaccio da action movie, sul quale a prima vista si regge il film. E comunque, la cornice è pur sempre quella della Seconda guerra mondiale, e solo per questo le azioni di Smith e Schaffer assumono una tonalità epica, la stessa che risuona anche in altri capolavori del filone. Basta ripensare a Steve McQueen che corre in sella alla sua motocicletta nella Grande fuga; a Pelè che calcia la rovesciata decisiva in Fuga per la vittoria; o riguardare adesso, a trentasei anni di distanza, Eastwood e Burton che scappano dalla fortezza tedesca, per cogliere intatta la dimensione eroica in cui queste avventure sono inscritte. Non a caso, si tratta quasi sempre di fughe: dal dominio di un potere efferato e spaventoso, qual era quello nazista; e di grandi rincorse verso la speranza e la libertà, dopo tanto buio e terrore. Nel dopoguerra, il cinema di massa avrebbe marchiato a fuoco questo senso di liberazione nell’icona delle due bandiere, inglese e ancor più americana. Dove osano le aquile è stato uno dei suoi strumenti.
Regia: Brian G. Hutton.
Titolo originale: “Where eagles dare”.
Tratto da un romanzo di: Alistair MacLean.
Sceneggiatura: Alistair MacLean.
Direttore della fotografia: Arthur Ibbetson.
Montaggio: John Jympson.
Interpreti principali: Richard Burton, Clint Eastwood, Mary Ure, Michael Hordern, Patrick Wymark, Robert Beatty, Derren Nesbitt.
Musica originale: Ron Goodwin.
Produzione: MGM / Winkast.
Origine: Uk / Usa, 1968.
Durata: 158 minuti.
pk-., settembre ’04.
Commenti
"Basta ripensare a Steve McQueen che corre in sella alla sua motocicletta nella Grande fuga; a Pelè che calcia la rovesciata decisiva in Fuga per la vittoria; o riguardare adesso, a trentasei anni di distanza, Eastwood e Burton che scappano dalla fortezza tedesca, per cogliere intatta la dimensione eroica in cui queste avventure sono inscritte."
> altro passo da vero cinefilo. Grande buckia!
"grandi rincorse verso la speranza e la libertà, dopo tanto buio e terrore".
> peccato che la rincorsa fosse verso Union Jack o Stars & Stripes. Ma riconosco che nel 1968 qualcuno potesse non essersene accorto...
Sempre meglio che sorbirci, in un ipotetico universo parallelo, fughe incontro alla Svastica spacciate come liberatrici...
OT > festeggiamo quota 1603 articoli ripescati dal vecio sito o nuovi, a partire da giugno 2006. In nemmeno un anno. Mi sembra un risultato ragguardevole. Grazie a tutti!
Non sono film per me, li trovo un po' ridicoli: l'americano spara e cadono 20 tedeschi; il tedesco spara e si salvano tutti. Datato.
3. E che dire dell'alternativa falce e martello, spettro vivo fino a vent'anni fa o quasi, e tuttora splendidamente infestante Venezuela - quasi - e Cuba?
5. Datato, forse. Godibile di sicuro.
7 - Propagandistico direi, io non me lo sono goduto per nulla.
6. Non ho visto ancora simili film, per fortuna. La propaganda sovietica ha fatto passi da gigante anche da noi in passato ma non fino a questo punto.
Ricordo una scena imbarazzante.
"Palombella Rossa" di Nanni Moretti, ultimi fotogrammi. Ricordi dove e come avanzavano, zombi romeriani o giù di lì? (fulciani va)