Hudson Hugh

Chariots of Fire

Autore: 
Hudson Hugh


Bring me my bow, of burning gold!

Bring me my arrows of desire!

Bring me my spear! Oh clouds unfold!

Bring me my chariot of fire!

I will not cease from mental fight,

Nor shall my sword sleep in my hand,

Till we have built Jerusalem

In England’s green and pleasant land”.

 (William Blake, “Jerusalem”).

 

Correre. La mattina presto, a primavera, quando il vento taglia il volto e inasprisce il respiro. Nuvole di terra rispondono alle falcate: polvere inonda i polmoni, polvere e sabbia. Correre, senza vedere altro che non sia la meta: tutto quel che ti circonda s’è dissolto, c’è solo una strada da sradicare dal presente e un terreno per galoppare. Sempre più veloce, poi, perché non vedi più niente, a un punto, e nella mente sei solo con la tua ossessione: correre, più veloce e più veloce ancora, fino a mozzarti il fiato e a incendiare il sangue, e vincere, infine, vincere, e poi gridare nel silenzio, perché s’è estinto un sogno, s’è incarnato e adesso sarà immortale, e non apparterrà più a te solo, ma agli uomini tutti, e al tempo.  

 

Hugh Hudson interpreta la vicenda dei velocisti Harold Abrahams e Eric Liddell, splendide medaglie d’oro britanniche nelle Olimpiadi di Parigi del 1924. Ne deriva un film epico che, raccontando le vicende di due grandi atleti, tenta un piccolo affresco d’una classe sociale e d’un momento storico ancora eccessivamente favorevole all’alta borghesia e all’aristocrazia.   

 

Chariots of Fireè un omaggio all’atletica e un panegirico del patriottismo: peccato che Liddell fosse scozzese e presbiteriano, e Abrahams figlio d’un finanziere ebreo lituano, e che la “patria” si vada rallegrando dei trionfi di due individui non “canonicamente” inglesi.

Questa felice contraddizione dà grazia a una pellicola altrimenti pericolosamente nazionalista: e consente di concentrare la visione sull’aspetto più importante, la lotta per l’affermazione di ciascun individuo nel nome dei propri ideali, e di simpatizzare quindi per le cause dei due campioni.

 

La trama.

Gran Bretagna, anni Venti. Storia di due grandi atleti, e della loro prepotente affermazione nelle Olimpiadi di Parigi del 1924; Eric Liddell (Ian Charleson), scozzese, nato in Oriente, missionario presbiteriano in Cina, futura medaglia d’oro nei quattrocento metri, e Harold Abrahams (Ben Cross), figlio di un ebreo lituano, medaglia d’oro nei cento metri.

Harold è “leale, aggressivo, arrogante e impulsivo”; è veloce come il vento, e per lui correre è “più di un’adorazione: è una costrizione, un’arma contro l’essere ebreo”.

Eric, religiosissimo ex giocatore di rugby, “la più grande ala di Scozia”, crede che “la fede sia come una gara”: volontà, forza di spirito e concentrazione contribuiscono all’affermazione. Eric giura che ognuno corra a modo suo, e che la forza per arrivare in fondo venga soltanto da dentro. La sua sorgente di energia è la sua fede in Dio.

 

Harold sceglie d’essere allenato da un tecnico professionista, anticipando il futuro dell’intero movimento: Sam Mussabini (Ian Holm), oriundo arabo-italiano, sarà il suo trainer e il suo maestro, sostegno sin dalla prima sconfitta, subita proprio gareggiando contro Liddell.  

Harold ed Eric sono due predestinati: l’uno per riscattare le sfortune del suo popolo, l’altro per tributare onore e gloria al suo Signore. La bandiera inglese sventola per omaggiare due anime che sembrano correre nel nome di altro ideale e “altra patria”: a ulteriore testimonianza di quanto soffocante, stupido e riduttivo sappia essere il nazionalismo, e di quanti mondi e di quante patrie vivano, combattano, collidano e convergano nell’anima di ogni essere umano.

 

C’è tempo per raccontare la storia d’amore tra Harold e l’attrice Sybil, per ospitare sullo sfondo le vicende degli altri atleti provenienti da Cambridge, per mostrare la miseria maneggiona e traffichina dei dirigenti del Comitato Olimpico e dei responsabili dell’Università, per accennare alla ipercompetitività degli atleti statunitensi, ancora miracolosamente orfani di sponsor e fondamentalmente alieni alle clownerie. L’attesa è tutta rivolta alle due gare.

Il sorriso di Eric, trionfante in una specialità estranea alle sue caratteristiche, rimediata per ovviare ai suoi principi religiosi (rifiutò di gareggiare di domenica) e l’abbattimento di Harold, desolato per aver vinto ed essersi liberato dalla schiavitù d’un sogno, raccontano il resto.

Oltre la meta c’è un’altra vita: il soffio dell’eterno non abbandona chi ha creduto, e non dimentica chi ha sofferto e lottato per vincere.

 

Appunti.

Primo lungometraggio di Hugh Hudson (poi regista di “Greystoke” e “My Life So Far”), ex documentarista e regista di spot televisivi. Un esordio che prometteva successi che la sua produzione non ha decisamente confermato, almeno fino ad oggi.

L’ispirata colonna sonora dell’ex Aphrodite Child Vangelis enfatizza e adorna un film massimalista: film che va rappresentando una “apoteosi dell’individualismo” che riflette certo spirito della contemporaneità e riverbera un’epica piuttosto desueta. La scelta di adottare il ralenti può risultare, in certi frangenti, fastidiosa: si esaspera la già parossistica concentrazione sui protagonisti del film, quasi a voler divinizzare la piccola gloria degli esseri umani. Ma bisogna guardare “Chariots of Fire” rinunciando alle proprie preferenze estetiche: si deve entrare nello spirito del film, gareggiare al fianco degli atleti, soffrire assieme a loro e sospirare fino alla vittoria.

 

Difficile dimenticare un film come questo. Perché, nella sua spregiudicata arroganza britannica, nasconde una fragilità deliziosa e fatica a soffocare una trasandatezza che, quando finalmente appare, e nella sceneggiatura, e nella fotografia, e nelle scenografie, strappa un benevolo sorriso.

Il ruggito della cinematografia d’un’Europa bambina non spaventa l’adulta cinematografia americana: ma annuncia un’orgogliosa ambizione di tornare ad avere un’identità culturale ed estetica più viva e intelligente, e nuovamente originale.

Un giorno, torneremo a vivere e credere nelle arti con la rabbia e lo spirito di Abrahams. Senza retorica, possibilmente. Bring us our chariots of fire.

Regia: Hugh Hudson. 

Soggetto e Sceneggiatura: Colin Welland.

Direttore della fotografia: David Watkin.

Montaggio: Terry Rawlings.

Interpreti principali: Ian Charleson, Ben Cross, Nicholas Farrell, Nigel Havers, Daniel Gerroll, Ian Holm, Nigel Davenport, Alice Krige, Brad Davis, John Gielgud, Lindsay Anderson. 

Musica originale: Vangelis.

Produzione: David Puttnam.

Costumi: Milena Canonero. 

Origine: Uk, 1981.

Durata: 123 minuti.

Info Internet: Britmovie

Titolo italiano: “Momenti di gloria”.

 


Lankelot Franchi, novembre del 2003.

Prima pubb: Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8010312024924

Commenti

Bring me my bow, of burning gold!

Bring me my arrows of desire!

Bring me my spear! Oh clouds unfold!

Bring me my chariot of fire!

I will not cease from mental fight,

Nor shall my sword sleep in my hand,

Till we have built Jerusalem

In England?s green and pleasant land?.

(William Blake, ?Jerusalem?).

Ho un ricordo vago del film, ma della musico no: indimenticabile

Raffaella

locandina!

locandina!

[Momenti di gloria] eliminata

[Momenti di gloria] eliminata doppia locandina.

http://www.youtube.com/watch?v=TYJzcUvS_NU&feature=fvst grande musica. 

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