Katharine Hepburn ha avuto un ruolo molto importante nell’evoluzione del costume del secolo scorso. Ha rotto di netto con ogni immagine della donna collegata alla passività. Nel secondo dopoguerra, i suoi personaggi ostinati sono stati una salutare isola antiretorica in un mare di femmine fatali, casalinghe abbacchiate, pupe sexy. Ha insegnato al grande pubblico che prima di uomini e donne, si è individui al di là dell’attributo sessuale. Fra due individui, qualsiasi interazione deve stabilirsi sulla previa condivisione di una regola, che vuole rispetto reciproco; cioè che ha in odio i pregiudizi: quale che sia la loro classe e la loro razza; o il loro sesso. Katharine Hepburn, semplicemente, nei suoi film ha interpretato la persona che ha le sue attitudini, e che sente come suo il diritto di assecondarle, lottando, al caso, per eliminare gli ostacoli irragionevoli frapposti dal comune sentire. Al cinema, con Spencer Tracy ha dato vita a una coppia collaborativi, che dava l’idea di garantirsi mutua compensazione in un modo genuino e razionale, perché paritario. Ha avuto una carriera durata quarant’anni. Fra attori e attrici, è l’unica ad aver vinto quattro premi Oscar; mai ritirati. È morta il 28 giugno 2003, all’età di novantasei.
Nella “Regina d’Africa”, Kat è nelle vesti di una impressionabile zitella che tiene testa all’indolente Humphrey Bogart. Lo scenario è l’Africa equatoriale, lago Vittoria, 1914. I tedeschi hanno appena distrutto il villaggio dove il fratello di Rose-Hepburn faceva il missionario. Il prete ci rimane secco; lei invece riesce a scappare sull’imbarcazione di Charlie-Bogart, la «African Queen», e risalire il fiume con lui. La bagnarola serve a Charlie per svolgere le sue modeste mansioni di fornitore, lungo i villaggi della costa. Certo non è un lavoro esaltante, e il fiacco marinaio, per parecchio del suo tempo, si intrattiene col gin. Per lui, l’attacco tedesco non è altro che uno spiacevole inconveniente: la vita potrebbe riprendere uguale, coi ritmi blandi di sempre, tra un sonnellino e un bicchiere. Evidentemente, Rose l’ha presa invece più sul personale: suo fratello dev’essere vendicato, e poi l’Impero britannico è in guerra, e in guerra al fuoco bisogna rispondere. In mezzo al lago Vittoria veleggia un incrociatore tedesco: lo raggiungeranno, incalza Rose, e lo silureranno. «Ma come faremo, Miss?», le piagnucolanti proteste di Charlie. Semplice: costruiranno un siluro di fortuna col materiale a bordo. Per Katharine-Rose, volere è potere.
I modi e i costumi un po’ ruvidi di Charlie ne usciranno trasformati, e l’antipatia sboccerà in amore. Proprio dalla frizione di due tipi umani così distanti: il realista, e poltrone, Bogart, e l’emotiva ma efficiente Hepburn, nasce la gentile comicità del film. Assistere alle tappe che riducono fra loro le notevoli distanze, fino al contatto delle rispettive labbra, è una esperienza che i due superbi interpreti rendono eccezionalmente gradevole. Al piano strampalato di Rose, la donna inesperta che si immischia in faccende da uomini, siamo chiamati a guardare con divertita indulgenza. Ma alla fine avrà successo: come a dire che la (presunta) staticità maschile necessita degli scossoni della (presunta) fantasia femminile, per smuoversi e pensare più in grande. Per la troupe, riportano le cronache, la vera avventura fu fronteggiare l’ambiente africano. Si ammalarono tutti di malaria, tranne Bogart e Huston: grazie alle quantità di whisky ingerite cotidie, giurarono i due. Bogart ha vinto l’Oscar, l’unico della carriera, soffiandolo al Brando di “Un tram che si chiama desiderio”.
Regia: John Huston.
Titolo originale: The african queen.
Tratto da un romanzo di: C. S. Forester.
Sceneggiatura: John Huston, James Agee.
Direttore della fotografia: Jack Cardiff.
Montaggio: Ralph Kemplen.
Interpreti principali: Katharine Hepburn, Humphrey Bogart, Robert Morley, Peter Bull, Theodore Bikel.
Musica originale: Allan Gray.
Produzione: United Artists.
Origine: Usa/Uk, 1951.
Durata: 105 minuti.
pk-.
Commenti
Hai mai letto la biografia di Bogart, a firma Coe? Da vero cinefilo...
No, ma se me ne parli bene rimedierò.
E' tecnica, e paradossalmente arida rispetto alla narrativa di Coe. Diciamo che fa il suo mestiere: racconta storia (contrastata), genesi dell'attività di HB e progressive evoluzioni, amori e matrimoni, successi e fallimenti. Complessivamente direi che tecnicamente (stilisticamente) è deludente, ma a livello informativo tiene fede all'ambizione. Coe sa scrivere diversamente bene...
Già, speriamo non perda mai l'anima.
"come a dire che la (presunta) staticità maschile necessita degli scossoni della (presunta) fantasia femminile, per smuoversi e pensare più in grande".
> Credi davvero in una dinamica (ossimoro forse considerando la stasi maschile) del genere?
Presunta... presunta. Non ci credo affatto.
l'ho rivisto poco tempo fa e devo dire che è sempre simpatico vedere le schermaglie tra i due. Lei è stata una grande, concordo con quest'osservazione:
"Nel secondo dopoguerra, i suoi personaggi ostinati sono stati una salutare isola antiretorica in un mare di femmine fatali, casalinghe abbacchiate, pupe sexy."
Era alternativa.
e locandina!
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