Hooper Tom

Il discorso del re

Autore: 
Hooper Tom

Va in scena un invalidante difetto del parlare che in questo lavoro, a causa della personalità d’eccezione che ne è colpita, acquista una speciale risonanza.  La valida sceneggiatura di David Seidler dà vita a una sorta di dramma da camera che si sviluppa principalmente attorno alla “strana coppia”, composta dal duca di York (futuro Giorgio VI) e il logopedista australiano Lionel Logue, pioniere nel trattamento della balbuzie, cui si affianca, seppure in posizione più defilata, Elizabeth Bowes-Lyon, la moglie del duca, nota in seguito come regina madre. Elizabeth, molto innamorata del marito, non si arrende di fronte al fallimento dei medici e continua a cercare, finché non la trova, una persona in grado non solo di curare ma anche, e soprattutto, di capire il consorte, di essergli vicino sul piano emotivo.    

Ma proprio il carattere intimo di questo dramma e, se vogliamo singolare, per il modo in cui viene affrontato e parzialmente risolto, si trova profondamente scosso, esposto alle improvvise detonazioni della storia. Da bambino lo stesso Seidler è diventato balbuziente in conseguenza dell’esperienza di guerra. Sensibile, quindi, per motivi personali, alla vicenda di Giorgio VI, bisogna aggiungere che l’empatia qui corre anche e soprattutto lungo il filo degli eventi che investono l’Europa e il mondo.

La monarchia inglese era appena uscita da un periodo problematico che, nel giro di poco tempo, aveva visto morire Giorgio V (gennaio del 1936), regnare per dieci mesi Edoardo VIII, costretto ad abdicare a causa della scandalosa relazione sfociata nel matrimonio con Wally Simpson, e infine salire al trono proprio Giorgio VI, assediato dalle sue insicurezze e malvisto a causa di una balbuzie che non aveva saputo risolvere e dominare.  Ma la storia, si sa, ama i controsensi e dimostra un gusto tutto particolare nel combinare certi improbabili incontri. Così, al duca di York, affettuosamente chiamato “Bernie” dai suoi e da Logue, unico, al di fuori della cerchia familiare, ad avere il permesso di rivolgersi al re con l’uso del nomignolo, il mandato reale riserva subito un compito delicatissimo: la chiamata alle armi dei sudditi d’Inghilterra e la spiegazione della necessità inderogabile per la nazione a intervenire contro il nazismo tedesco.

Ecco il primo di tutti i discorsi, il momento più difficile da spiegare a un popolo, quello che richiede il suo sacrificio. Dunque, la più dura delle prove per un sovrano, dalla cui parola ci si aspetta fermezza ma al tempo stesso conforto. La traduzione italiana del titolo originale mette a fuoco questa “occasione storica” anche se in realtà “speech”, come il tedesco “Gespräch”, non significa solo e specificamente “discorso” ma ha pure un senso più generico, riferito al “modo di parlare”.
Il duca di York, interpretato da un grandioso Colin Firth, cerca una via di espressione, vuole a tutti i costi riuscire a liberarsi delle sue paure e mostrare la sua vera personalità, per ricoprire così al meglio il proprio ruolo ufficiale.       
«Io ho una voce», grida dopo un concitato confronto al quale lo spinge con forza il terapeuta e amico Logue. Curare ha lo scopo di dare nuova voce agli esseri umani, una voce che viene da un’interiorità in crisi, minacciata e spezzata, nella quale possa ritrovarsi un’unità comunicativa.  
Logue è considerato un outsider della disciplina. Senza titoli accademici, affatto inserito nella cerchia dei blasonati colleghi, di maniere ritenute fin troppo confidenziali e spontanee nei confronti dei pazienti, ha costruito sul campo un metodo rivoluzionario destinato a segnare gli sviluppi successivi della logopedia. Questo Steppenwolf, eccentrico fuoriuscito secondo i consiglieri allevati nella rigida osservanza protocollare, che non mancano occasione per additarlo come indegno della fiducia di sua maestà, viene accusato di non aver fatto esperienza.

Nel corso di un'appassionata confessione al suo re rivela invece di aver lavorato a rimuovere i traumi dei soldati reduci dalla prima guerra mondiale. La più grande e atroce tra le esperienze, per l’appunto. Lionel racconta di come questi ragazzi urlassero senza che nessuno fosse disposto ad ascoltarli. Siamo di fronte a uno dei momenti più intensi del film, uno squarcio aperto sull’inumanità della guerra e il suo impatto violentissimo sulla vita delle persone, che ne escono private della loro caratteristica fondamentale, ossia la capacità di raccontare, requisito quasi esclusivo attraverso cui si attua la narrazione e la rappresentazione del sé.

Walter Benjamin, nel suo magistrale saggio sull’opera di Leskov, sostenne non a caso che l’arte di narrare era venuta meno proprio a causa della Grande Guerra. «Capita sempre più di rado d’incontrare persone che sappiano raccontare qualcosa come si deve: e l’imbarazzo si diffonde sempre più spesso quando, in una compagnia, c’è chi vorrebbe sentirsi raccontare una storia. È come se fossimo privati di una facoltà che sembrava inalienabile, la più certa e sicura di tutte: la capacità di scambiare esperienze. […] …con la guerra mondiale, cominciò a manifestarsi un processo che da allora non si è più arrestato. Non si era visto, alla fine della guerra, che la gente tornava dal fronte ammutolita, non più ricca, ma più povera di esperienza comunicabile?».

Un urlo lunghissimo che attraversa i primi trent’anni del secolo e finisce in un tormentato e gravoso silenzio, interrotto a un certo punto da altri ordini camerateschi e furiosi bombardamenti. Da quel tramonto sul fiordo, le cui allucinazioni possiedono Edvard Munch a partire dal 1893, estorcendogli la serie di dipinti dominati dalle risonanze dello Skrik, all’impressione del grido, condensato di tutta la sofferenza umana, nell’attimo che una pallottola, durante la battaglia di Vailly (1918), raggiunge la schiena di Joë Bousquet, immobilizzandolo per il resto della vita: «Stramazzando avevo sentito un pianto straziante: i miei soldati hanno giurato che nessuno aveva gridato, nemmeno io». Lo stesso grido che nelle trincee ha annientato gli uomini più della morte stessa, e al cui devastante ascolto ci riporta la scrittura di Ernst Toller: «Una notte udiamo delle grida, come le lancia un uomo che sta soffrendo atrocemente: poi, più nulla. Qualcuno colpito a morte, pensiamo. Dopo un’ora le grida riprendono; stavolta non cessano più. Non più per questa notte, e neppure la notte seguente. Un grido nudo, senza parole, quasi un guaito. Non sappiamo se esca dalla gola di un tedesco o di un francese. Vive da sé, accusa la terra, il cielo. Ci schiacciamo i pugni contro le orecchie: non vogliamo più udire quel gemito, ma non ci riusciamo, il grido gira come una trottola nelle nostre teste, ci fa sembrare ore i minuti, anni le ore: ad ogni sua nuova vibrazione siamo più appassiti, più grigi».

Il racconto di Tom Hooper si intreccia profondamente a questi sedimenti di storia, inevitabilmente fluiti nelle vite dei suoi personaggi.  Logue ha toccato con mano le disastrose conseguenze di un dramma collettivo ed è quindi l’uomo dotato del giusto grado di comprensione per aiutare il suo prossimo. Mentre il mondo si avvia a una nuova barbarie, meglio e più di altri sa leggere nella gravità del momento di cui il suo re è chiamato ad essere un interprete responsabile. Prende su di sé l’urlo scolpito in faccia a un’epoca e lotta contro il suo silenzio impossibile, provando a ricostruire una parola che possa essere ascoltata.  

Claudia Ciardi, aprile 2011

Regia: Tom Hooper 
Soggetto: Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V (Michael Gambon) e l’abdicazione di suo fratello Edoardo VIII (Guy Pearce), Bertie (Colin Firth), che soffre da tutta la vita di una forma debilitante di balbuzie, viene incoronato Re Giorgio VI d'Inghilterra. Con il suo paese sull'orlo della II Guerra Mondiale e disperatamente bisognoso di un leader, sua moglie, Elisabetta (Helena Bonham Carter), la futura Regina Madre, organizza al marito un incontro con l'eccentrico logopedista Lionel Logue (Geoffrey Rush). Dopo un inizio burrascoso, i due si mettono alla ricerca di un tipo di trattamento non ortodosso, finendo col creare un legame indissolubile.
Sceneggiatura: David Seidler
Interpreti principali: Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle, Derek Jacobi, James Currie, Tim Downie, Michael Gambon, Anthony Andrews, Eve Best, Claire Bloom  
Produzione: See Saw Films, Bedlam Productions
Origine: Australia, Gran Bretagna 2010
Durata: 111’

Info: http://www.kingsspeech.com/
http://www.imdb.com/name/nm0393799/officialsites

Claudia Ciardi, marzo-aprile 2011

Recensione pubblicata su Feelm.it: http://www.feelm.it/recensioni-film/il-discorso-del-re.html

ISBN/EAN: 
EAN 8031179931590

Commenti

[il discorso del re] nuovo

[il discorso del re] nuovo articolo di Claudia Ciardi! Buona lettura.

[bel pezzo, complimenti]

 

[claudia] tecnicamente, tutto

[claudia] tecnicamente, tutto ok - qualche consiglio. Credits, link e firma in fondo: prima l'articolo, poi i credits con tutto il format, come fossero titoli di coda.

Quanto ai tags, sempre inserire: "cinema" (senza virgolette), per primo. Quindi, "cinema americano" o "cinema tedesco" o "cinema italiano", dipende dalla nazionalità del regista. Quindi, nome cognome del regista, dei principali attori, etc. Quindi, titolo del film. Che altro? Niente: buona permanenza:).

Qui: http://www.lankelot.eu/archivione?Cinema 1027 articoli (ad oggi) sul tuo tag preferito: CINEMA.

Benvenuta ancora!

[the king's speech]

[the king's speech] dettagliatissima la pagina di wikipedia inglese: http://en.wikipedia.org/wiki/The_King%27s_Speech

[leskov] vedo che nomini il

[leskov] vedo che nomini il lateralissimo Leskov. C'è un mio vecchio articolo [2003] sull'Angelo sigillato: http://www.lankelot.eu/letteratura/leskov-langelo-sigillato.html

[il discorso del re] qualche

[il discorso del re] qualche sera fa sono riuscito, finalmente, a vedere il film. Notevole: intenso, commovente, emozionante. Grazie ancora per quel che ne hai scritto. Per me è stata una delle migliori esperienze cinematografiche degli ultimi anni, davvero. Mi ha coinvolto e mi ha colpito a fondo.

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