Hirschbiegel Oliver

Das Experiment

Autore: 
Hirschbiegel Oliver

HUMAN ZOO.

Tarek, giovane e irrequieto tassista (Moritz Bleibtreu) legge un annuncio su un giornale. La proposta è singolare e allettante: quattromila marchi in cambio di quattordici giorni di permanenza in una struttura che simulerà un carcere. Situazione estrema, che prevede il sacrificio della propria privacy, la momentanea perdita dei diritti civili, la costante monitorizzazione, ventiquattro ore su ventiquattro, da parte di una èquipe medica: ma non contempla nessuna violenza.  

Tarek, da buon ex giornalista, fiuta l’occasione per un reportage che possa aiutarlo a essere reintegrato in redazione: si presenta così al colloquio e viene ingaggiato. La notte prima di presentarsi in sede, assieme agli altri futuri colleghi, si scontra con l’automobile guidata da Dora (Maren Eggert): i due ragazzi si innamorano, passano la notte assieme, quindi Tarek s’avvia ad essere integrato nell’esperimento.

 

La simulazione prevede che gli individui selezionati siano divisi in due gruppi: guardie carcerarie e carcerati. Lo studio dovrà valutare la loro adesione al “gioco di ruolo” di questa accuratissima simulazione: si dovranno evidenziare eventuali coesioni e fratture nei due gruppi, l’affermazione di una o più personalità carismatiche, si dovranno analizzare gli effetti e le reazioni alla, pur fittizia e provvisoria, perdita dei diritti civili, e via dicendo. I problemi sembrano presentarsi rapidamente. Dopo neppure trentasei ore, nonostante il clima goliardico e allegro che sembrava impedire qualunque rottura tra i due gruppi, iniziano a verificarsi episodi di violenza(dapprima blandi, e quindi tollerati), aggressioni, primitive forme di ribellione alla “autorità” delle guardie, capitanati perlopiù dall’inquieto Tarek. Ciascun “prigioniero” non ha più nome, ma soltanto un numero di riconoscimento: ed è proibito che si chiamino per nome tra loro.

Dunque la condizione dei prigionieri è caratterizzata da una forte spersonalizzazione, da una riduzione talmente odiosa della libertà di movimento e di espressione che non sembra più esserci confine tra la realtà “reale” (ossia: la coscienza che si tratta di una simulazione, alla quale si è aderito volontariamente, per giunta stipendiati) e quella “ulteriore” (ossia: numerosi tra i prigionieri sembrano progressivamente convincersi d’essere carcerati, sviluppano sentimenti d’odio nei confronti delle guardie e affrontano irregolari crisi nervose; le guardie sembrano cadere preda d’un inarrestabile sadismo, una autentica ebbrezza di potere e una esplosiva voluptas nell’esercizio del potere e del comando).

L’esperimento, dunque, inizialmente sembra perfettamente riuscito: il contesto ambientale e la suddivisione in gruppi di individui, con ruoli dalle caratteristiche pure ancora indefinite o non del tutto precisate, determina in un arco di tempo ragionevolmente breve un cambiamento di atteggiamento e di comportamento davvero radicale. Un “adattamento alla parte” che sorprende, considerando la brevità del periodo dell’esperimento e l’elemento non trascurabile della promessa d’un alto salario.

 

Quel che avviene nei giorni successivi, tuttavia, è ancor più doloroso e imprevedibile. Dalle minacce e dalle minute ribellioni si passa alle aggressioni e alle violenze: i dottori non trovano il coraggio di interrompere l’esperimento, rimangono a monitorare dall’esterno l’evolversi della situazione, con un atteggiamento che indubbiamente potremmo definire non più scientifico, ma bassamente voyeuristico e senza dubbio sadico: vivono da guardiani di uno zoo d’esseri umani che, tuttavia, non tarderà a sfuggire al loro controllo.

 

L’esperimento oltrepassa i confini dell’etica e della morale.

 

Tarek non ha più i capelli, rasati a zero dalle guardie: è un leader tra i “prigionieri”, tuttavia sembra esser sul punto di cadere preda della nevrastenia da un momento all’altro. Ogni giorno, vive nel pensiero di Dora, appena conosciuta eppure già viva e padrona della sua mente. Il sogno di un nuovo amore lo sostiene e impedisce che cada nel baratro della fragilità nervosa.

L’espediente adottato dal regista, ossia quello di alternare riprese dal “carcere” con “visioni”, flashback o sogni a occhi aperti di Tarek, non convince perché compromette l’equilibrio della pellicola. Tarek diviene il protagonista assoluto(e indubbiamente gioca molto a suo favore il fatto che Moritz Bleibtreu è l’unico attore di livello del cast), e si perde l’integrazione totale dello spettatore nel cupo clima dell’esperimento.

 

Il film è certamente interessante: più di una pecca formale, diverse contraddizioni nella narrazione, un cast certo non magistralmente assemblato rovinano l’esito di quella che altrimenti poteva essere un’opera d’ottimo livello.

Eccellente la fotografia, in più d’una circostanza: con qualche straordinaria intuizione, specie negli ultimi minuti della pellicola (alludo, ad esempio, alla scena finale: paradigma dell’umanità avvilita e spenta, la carrellata nel corridoio).

In più di una fase del film, la violenza e la tensione costituiscono una micidiale fonte d’angoscia nello spettatore. Più claustrofobico e meno metaforico di “The Cube”, più esasperato(ovviamente) e più paranoico del “Truman Show”, questo film ha una grave pecca alla radice, come vedremo nei prossimi paragrafi: doveva essere la traduzione cinematografica d’un “esperimento” realmente avvenuto, è diventato una lettura estremistica e allucinata d’un libro “ispirato”, in buona parte, al famoso “esperimento di Stanford”.  

 

“Das Experiment” è il primo lungometraggio girato da Oliver Hirschbiegel, altrimenti noto come regista televisivo (triste ricordarlo, ma è d’obbligo:“Il commissario Rex”). Gli attori sono fondamentalmente degli sconosciuti, ad eccezione del protagonista, il numero 77, Moritz Bleibtreu, già apprezzato in “Lola corre” di Tom Tykwer e in “Luna Papa” di Bakhtyar Khudojnazarov(un film fortemente debitore della vena onirica e grottesca del grande Kusturica). Seduce, in particolare, la bellezza(e la recitazione?) della semiesordiente Maren Eggert, nel ruolo di Dora, l’amante di Tarek.

 

Questo film non si basa, come originariamente doveva avvenire, su quanto avvenuto nel 1971 durante lo “Stanford Prison Experiment”, ideato e coordinato dal professor Zimbardo. L’epilogo del pur crudo ed estremo progetto fu, per restar fedeli alle parole del professore, questo: “Our planned two-week investigation into the psychology of prison life had to be ended prematurely after only six days because of what the situation was doing to the college students who participated. In only a few days, our guards became sadistic and our prisoners became depressed and showed signs of extreme stress”.

Il film di Oliver Hirschbiegel si basa invece sul libro “Black Box” di Mario Giordano. Inevitabilmente, c’è più di qualche analogia con quanto avvenuto nello S.P.E.: tuttavia, l’esito della vicenda nel film è assolutamente e drasticamente esasperato. Questo non significa, superfluo forse accennarvi, che chi scrive condivida l’attuazione di un “esperimento” di questa natura. 

 

Lankelot, G.F., luglio/agosto del 2003.

 

Breve bibliografia dedicata a quanti fossero interessati ad accostarsi allo studio dell’esperimento della Prigione di Stanford.

Zimbardo, P.G., Maslach, C., & Haney, C. (2000). “Reflections on the Stanford Prison Experiment: Genesis, transformations, consequences. In T. Blass (Ed.). Obedience to authority: Current Perspectives on the Milgram paradigm (pp.193-237). Mahwah, N.J.: Erlbaum.

Haney, C., & Zimbardo, P.G. (1976). Social roles and role-playing: Observations from the Stanford prison study. In E.P. Hollander & R.G. Hunt (Eds.), Current perspectives in social psychology (4th ed.) (pp. 266-274). New York: Oxford University Press.

Zimbardo, P.G., Haney, C., Banks, W.C., & Jaffe, D. (1973, April 8). The mind is a formidable jailer: A Pirandellian prison. The New York Times Magazine, Section 6, 36, ff.

Regia: Oliver Hirschbiegel.

Sceneggiatura: Don Bohlinger, Christoph Darnstädt,  

Tratto da un libro di: Mario Giordano.

Direttore della fotografia: Rainer Klausmann.

Montaggio: Hans Funck. 

Interpreti principali: Moritz Bleibtreu, Christian Berkel, Oliver Stokowski, Wotan Wilke Möring, Stephan Szasz, Polat Dal, Danny Richter, Justus Von Dohnanyi, Nicki Von Tempelhoff, Timo Dierkes, Antoine Monot, Edgar Selge, Maren Eggert, Andrea Sawatzki.            

Musica originale: Alexander Von Bubenheim.

Produzione: Philip Evenkamp.

Origine: Germania, 2001.

Durata: 120 minuti.

 

A proposito dello Stanford Prison Experiment: http://www.prisonexp.org/

 

ISBN/EAN: 
8032442209323

Commenti

http://www.prisonexp.org/ > assolutamente da analizzare.
http://en.wikipedia.org/wiki/Stanford_prison_experiment > ulteriore approfondimento.

Maren Eggert. Ditemi che fine ha fatto. Vi prego. Mi manca.

Bravo, bel parallelismo con il discorso a margine del libro di McCoy. Maren Eggert? Non la ricordo, era cosi bella o brava?

Film inquietante, comunque, che ha più di una pecca formale, come giustamente noti.

4. Ammazza, era stupenda (tra l'altro vorrei rivedere il film in dvd, non sta più in giro o almeno non l'ho mai beccato in esposizione).
*
Quando ho visto questo film non avevo letto il caro McCoy, che a beneficio dei viandanti segnaliamo:
www.lankelot.eu/index.php/2008/08/15/mccoy-alfred-w-una-questione-di-tor...

come lettura must & chiarificatrice

5 - Ho visto il film quando uscì, completamente rimossi i volti. Ma se lo dici ci credo, magari vedo foto su internet

Se trovi qualcosa, sarà emozionante - per lei dico, il film rimane direi perturbante e a questo punto abbastanza spaventoso, pensando alle applicazioni della Cia.

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