Herzog Werner

Nosferatu: il principe della notte

Autore: 
Herzog Werner
XIX secolo.

 
Johnatan e Lucy abitano a Wismar, in un’elegante casa borghese. Lui lavora presso un’agenzia immobiliare ed è incaricato da Renfield, il suo superiore, di partire al più presto per andare incontro al facoltoso conte Dracula, interessato a trasferirsi, dalla Transivania, in città. Dopo un mese di viaggio Johnatan giunge dal Conte, dal quale verrà assalito. Scoperta l’esistenza di Lucy, Dracula partirà al più presto per raggiungere Wismar. Porterà con sé morte e pestilenza.
Remake del classico espressionista del 1922, Nosferatu di Murnau, questo Principe della notte può felicemente definirsi degno del predecessore.
 



Il film si apre con una tremolante panoramica di cadaveri mummificati. La musica asfissiante implora dei titoli di testa che non arrivano. Il susseguirsi di corpi è ripreso con una camera a mano che costringe lo spettatore a camminare lento con lo sguardo incerto ai deceduti. L’incipit promette un’opera che si discosta dal capolavoro espressionista muto; l’ansia è dilatata all’inverosimile. Le scritte poi partono, nell’atmosfera quieta in casa dei protagonisti, con dei gattini che giocano su una credenza: è pieno giorno e rischiara il sole. Per chi ricorda l’inizio del Nosferatu espressionista, c’è un ovvio richiamo: non due ma un gatto giocherellava, affacciato alla finestra con la padrona. Herzog rielabora sia il testo letterario di per sé alterato da Murnau, e di quest’ultimo riprende le sequenze cambiandone la natura, appropriandosene con una competenza ineguagliabile.

  
Parliamoci chiaro: Herzog è forse l’unico regista indipendente cui non ci si può sottrarre. Werner Herzog è il più grande regista del nuovo cinema tedesco: è raro non rodersi d’interesse per qualche sua inquadratura, anche scorta per caso o con noncuranza. A questo proposito si segnala il sorprendentemente semplice inizio di un suo documentario del 1990 sul dittatore africano Bokassa, Echi da un regno oscuro (Echos aus einem Dusteren Reich), dove le parole del regista si trasformano in immagini di una capacità figurativa onirica di clamorosa seduzione. Herzog muta il testo di Stoker, si diceva, ambientando la storia da Londra a Wismar, cambia il nome del conte Orlok in Dracula, e sottrae il realismo delle immagini del capolavoro muto, immergendo i personaggi in sequenze oniriche o dal tempo inverosimilmente dilatato. L’alternarsi di piani sequenza offre una suspance più credibile che con montaggi alla Hitchcock (il maestro della suspance, si veda ad esempio il vorticoso finale nel teatro in L’uomo che sapeva troppo, il secondo a colori), con lunghe inquadrature sul personaggio, inquietate all’indicibile, di Dracula.
Veniamo al personaggio eponimo. Nosferatu ha il fedele aspetto del predecessore, calvo, dita affilate, denti sottili e orecchie a punta; la carnagione è bianchissima ed ha due occhiaie vistose. Vale a dire, come il più ridicolo dei pupazzi. Ma non è così: Klaus Kinski dà vita ad un mostro che infonde angosciante compassione, lento nelle movenze e dal respiro assordante. 
Il connubio Herzog-Kinski (raccontato in immagini in Kinski, il mio nemico più caro, l’ultimo folgorante capolavoro herzoghiano, del ’99) è all’apice: l’attore feticcio si muove con la stessa pacata atrocità con cui la cinepresa guarda il suo regno di morente solitudine. Ecco una parola chiave, introdotta dalla poetica herzoghiana: la solitudine che appassisce il misero Dracula, costretto all’immortalità. L’incubo del vampiro sta nell’atrocità della sua esistenza, all’obligata ripetitività d’una vita sempre uguale, indotto a bere sangue come una bestia e a seminare morte. L’infelicità del mostro è resa palpabilmente comprensibile nella sequenza in cui entra per la prima volta nella stanza di Lucy: preceduto dalla sua ombra compare al fianco della ragazza, che lo caccia senza timore; il viso del vampiro è emaciato e quasi rassegnato. Un altro elemento fondamentale, come la morte, gli è negato: l’affetto. Provare affetto, non potrà essere amato. Noia, un’esistenza glaciale senza fine e privata d’affetto. Kinski non ha bisogno di dar fiato alle corde vocali per esprimersi, basta il suo viso truccato. La sua espressione come di un omicida appena resosi conto della tragedia commessa.
 
Lirismo e grandezza danno sfogo a sequenze di peculiare bellezza negli ultimi, intimi, momenti fra i due amanti, sulla spiaggia – ed è difficile non pensare ad un altro Friedrich che non sia Murnau: Caspar David Friedrich, il pittore romantico, citato spesso in spettacolari false soggettive. La natura è protagonista come elemento diegetico al pari degli attori, come in ogni lungometraggio di Herzog, e qui in particolar modo: la cittadina tedesca invasa dai topi, le montagne immacolate e il borgo fatiscente e deserto del conte, sono elementi che non possono ignorarsi. Altro protagonista, non meno importante della natura ma di concezione del tutto artificiale è la luce. Le luci nel film sono produttrici di senso, sono più che narrazione: l’ombra che avvolge il cranio di Nosferatu sembra annegarlo nel buio, risaltandone la claustrofobica esistenza: difficile a non pensare all’Urlo di Munch. E da Munch un salto ad un altro pittore presente nel film. Non poteva che interpretare Renfield e l’ha reso con spettacolare bizzarria: Roland Topor, uno che di panico se ne intendeva, aggiunge viscerale follia all’amara insensatezza dell’esistenza dei personaggi.
 
 
Klaus Kinski e Roland Topor



Il silenzio poi, accarezzato da note di Wagner o Gounod, forgia atmosfere di agghiacciante entusiasmo: una per tutte la sequenza dove la bellissima Isabelle Adjani cammina nella piazza appestata, fra concittadini infetti che danzano godendosi in macabra allegria le ultime ore di vita. Herzog mette mano anche al finale classico, intervenendo con sguardo risolutore piuttosto pessimista ma di sconfortante, incantevole veridicità concettuale.

Regia: Werner Herzog.
Soggetto e Sceneggiatura: Werner Herzog. 
Interpreti principali:
Klaus Kinski, Isabelle Adjani, Roland Topor, Bruno Ganz, Jacques Dufilho. Fotografia: Jorg Schimdt-Reitwein.
Montaggio: Beate Maninka Jellinghaus 
Musica, brani da: Charles Gounod, Popol Vuh, Von Ansambl Gordela, Richard Wagner.
Effetti: Cornelius Siegel.
Produzione: Werner Herzog Filmproduktion.
Origine: Germania, 1978.
Durata: 105 minuti.
Titolo originale: “Nosferatu: Phantom der Nacht”.


Luca Martello, gennaio 2005

ISBN/EAN: 
8032134028676

Commenti

Due pellicole che amo, questa e quella di Murnau. E questo è proprio un bel pezzo, che invita decisamente a vedere il film. Azzeccato il richiamo a "L'urlo" di Munch (la mia opera pittorica preferita), era venuto in mente anche a me;)

Ah, per il discorso su Herzog: non recupererò la mia recensione sul vecchio Lankelot di "Fitzcarraldo", l'ho riletta e non mi piace proprio. "Fitzcarraldo" lo lascio proprio stare. Scriverò su altri film.

Nosferatu è l'eroe romantico deperito in orrore. Del tempo, della solitudine, dell'inerzia. Kinski, da immaginario conquistato, stavolta, ne sa veramente una più del diavolo ;)

E poi c'è Topor.

Ed Isabelle Adjani è stupenda.

Dio quant'è fragile e languida.

La Adjani è veramente bella

Qua sembra di cristallo.

Ma è ancora viva? Dici che se le proprongo la mia devozione mi sposa?

Non so. Prova... poi mi dice che ha risposto;)
Comunque è viva.

E' viva e bella.

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