“Wenn jetzt ein Weltkrieg ausbrechen würde,
würde ich das nicht einmal bemerken”.
(“Se ora scoppiasse la guerra, non me ne accorgerei nemmeno”)
Herzog è – così come
Fassbinder, Kluge, Von Trotta e
Wenders – uno dei registi che diedero vita al nuovo cinema tedesco, nei primi anni ’70. Il suo amore per il cinema sboccia da giovane: studente lavoratore, in fabbrica, riesce ad iscriversi in una scuola di cinema. Non gli viene permesso di girare per la giovane età: così, un giorno, s’appropria di una cinepresa in 35 mm da uno “scaffale aperto” nell’istituto. “Con quella macchina da presa ho girato sette dei miei primi otto film”. Il coraggio rude e l’incoscienza caratterizzano tutto il cinema di Herzog: una filmografia che vanta quattro lavori con un altro “difficile” artista tedesco, Klaus Kinski, e decisamente peculiare, rispetto anche ai lavori degli altri autori germanici. E la chiave per comprendere l’opera omnia di Herzog, lo dice lui stesso, è “Il paese del silenzio e dell’oscurità”.
Il film è un documentario che ha per protagonista Fini Straubinger, sordocieca dall’età di quindici anni. La Straubinger è una donna dalla forte personalità e autrice di filantropiche iniziative per altri, affetti da cecità o privi d’udito. È lei narratrice e guida del film; dopo aver raccontato la sua esperienza ci porta per mano verso i confinati, gli esclusi della società, persone in grado a mala pena di esprimersi.
L’occhio della macchina da presa assiste ad alcune esperienze vissute dai protagonisti, dal loro contatto con gli animali allo zoo, al primo volo su un aereo o con l’acqua d’una piscina. Storie di vita, inenarrate e inenarrabili, immagini che vanno oltre la semplice visione e la comprensione.
L’unico modo perché i sordociechi possano comunicare è il metodo Lormen: tramite il tatto, alcuni punti sul palmo della mano corrispondono a ciascuna lettera dell’alfabeto e le dita dell’interlocutore devono rapidamete tastare perché nella mente del soggetto possa riformularsi una frase compiuta.
Tra i casi più coinvolgenti quello di Vladimir, ragazzo down sordocieco incapace di esternare i propri sentimenti poiché mai stimolato dai genitori, se non al semplice atto di mangiare o dormire. La camera sta dietro al ragazzo in lunghe inquadrature, lo segue spostarsi ed esplorare il mondo circostante.
Il film di Herzog non è solo un documentario verso un mondo (un paese) oscuro e non concepibile per chi abbia la fortuna di usare i cinque sensi, e il fine ultimo non è certo quello di far sentire in colpa lo spettatore. Non è nemmeno una sequela di immagini infelici atte a svegliare le lacrime e i turbamenti emotivi in modo gratuito. Quello di Herzog è Cinema, solo: Cinema.
Si parte con uno schermo nero e la voce fuori campo della Straubinger descrive un ricordo, l’immagine di uno sciatore in volo e le sue espressioni facciali, l’estemporaneità del gesto e dell’atto di attraversare l’aria. Ci chiede di immaginarlo e dopo, ma solo a descrizione ultimata, Herzog ci mostra la scena: una scena simile, un filmato che è presumibilmente simile al ricordo della donna. Ma non può che assomigliare all’immagine descritta, così come può non farlo.
Ancora prima, sempre la voce della donna descrive un campo di grano, delle nuvole particolarmente dinamiche in cielo e due sentieri. Stavolta vediamo una scena che, oggettivamente, ricrea quanto descritto, ma è innaturale, modificata, falsata: chi può dire che essa s’avvicini ancor più alla fantasia di una sordocieca?
I fotogrammi si limitano ad assecondare i protagonisti, senza intervenire; con taciturna saggezza l’obbiettivo osserva le persone, le contempla e gioisce per il superamento degli enormi ostacoli – come ad esempio il primo contatto del ragazzo down con la vibrazione delle onde sonore di una radio. La forza d’animo della Straubinger è incantevole, il suo amore comprensivo e vivo richiama un umanismo straordinario che solo in pochi posseggono: il commento di Herzog appare raramente, se non per aggiungere qualche indicazione integrativa o osservazioni autoriali sulla sensibilità di alcuni casi.
Ma al di là del contenuto antropologico si palesa un discorso che è puramente cinematografico, a partire dal fattore comunicativo e sensoriale.
E il mezzo è chiamato all’appello nella sequenza dello zoo dove un piccolo scimpanzè agguanta l’obbiettivo della cinepresa “sbottonandone” una parte, frettolosamente ricomposta. Un autore che ricorre al documentario s’assume un compito non da poco: essendo un insieme di immagini manipolate – tramite montaggio, s’intende – esse assumono inevitabilmente l’ideologia del regista. Il metodo di cinema zavattiniano è evidentemente irrealizzabile; ottenere un documentario privo del pensiero autoriale è matematicamente impossibile.
Jacopetti è l’eccesso limite (e volgare), Herzog è l’esempio da seguire.
La vista e l’udito, i due sensi mancanti ai protagonisti sono gli unici che il cinema possiede, e dai quali il regista parte col suo esperimento. Il film stavolta non guarda: osserva; il cinema ora non sente: ascolta. E in special modo il tentativo di assecondare il proprio punto di vista per poter comprendere quello della Straubinger e dei suoi “compagni di sventura”, come lei li definisce sfoderanto un pizzico d’invidiabile autoironia.
“La gente pensa che sordità vuol dire silenzio. È un’idea sbagliata. Si sentono rumori continui. Dallo scampanellio, al frusciare della sabbia, agli scricchiolii, agli scrocchi. Ma il peggio è quando il ronzio è così forte che non sai dove sbattere la testa. Questi rumori sono grandi sofferenze. Ecco perché siamo così nervosi”.
La cinepresa ascolta e osserva.
“Essere ciechi è simile. Non significa buio totale, si vedono strani colori: nero grigio, bianco, blu, verde o giallo”.
Stacco, fine della sequenza. Non c’è bisogno di altro commento, il concetto è stato espresso.
Ciò che traspare dalle immagini è una sofferenza dovuta ad una realtà circoscritta, che necessita di traduttori per poter trovare il minimo contatto con una realtà diversa, distante. Anche se le sensazioni e percezioni dei sordociechi possono essere simili, hanno comunque bisogno di un tramite (la mano in questo caso) fra due modi di vivere isolati. È la solitudine estrema ad essere sottolineata.
“Es ist ein solches Erschrecken, wenn mich jemand berührt.
Beim Warten vergehen die Jahre”.
(“È un tale spavento quando mi tocca qualcuno. Aspettando passano gli anni”)
Realtà è percezione di ciò che viene vissuto. Anche il cinema è una realtà, parallela a quella che definiamo reale, e la comunicazione fra queste due sfere è offerta col mezzo audiovisivo. Che non è mera matematica o elettronica, è vita. Di più, è arte comunicativa. La comunicazione è il perno del film, essa permette di fluire emozione e vita, anche dove regna il buio. Anche nel paese del silenzio e dell’oscurità c’è luce e suoni. Ed è un paese che può essere raggiunto in ogni momento da chiunque, benché nessuno ci pensi. È un paese che va scoperto e tratto in salvo dalla disperata solitudine che crea.
La differenza tra parlare e dire è ogni giorno più esplicita. L’esempio più orribilmente calzante è la televisione. Quanti spettatori sono diventati sordociechi nella loro illusione di libertà, liberi di cambiare canale ma vittime del telecomando: falso simbolo d’autorità decisionale. Il metodo Lormen con loro non serve, ben lungi dal poter comunicare con la sensibilità del palmo della mano, sentono e guardano chi parla ma non dice.
Regia: Werner Herzog. Soggetto e Sceneggiatura: Werner Herzog. Interpreti principali: Fini Straubinger, Heinrich Fleischmann, Vladimir Kokol, Resi Mittermeier. Fotografia: Jorg Schimdt-Reitwein. Montaggio: Beate Maninka Jellinghaus Musica, brani da: Johann Sebastian Bach, Antonio Vivaldi. Produzione: Werner Herzog Filmproduktion. Origine: Germania, 1971.Durata: 85 minuti. Titolo originale: Land des Schweigens und der Dunkelheit
Herzog in Lankelot:
Luca Martello
Commenti
"La taciturna saggezza dell'obbiettivo" è sostanzialmente il titolo di una prosa postmoderna. Del resto - tu insegni - realtà è percezione di quel che viene vissuto. (ma con tante parallele, sempre meno "reali")...
Film da vedere. Subito dopo esami. (Fassbinder è un polpettone).
Questo di Herzog è, con il documentario su Kinski, il suo film che più mi ha incantato. Quanto a Fassbinder... non vedo l'ora di ingozzarmici.
Meglio Herzog di Fassbinder, decisamente. Questo "paese del silenzio e dell'oscurità " in rete proprio non lo trovo.
Herzog è molto più leggero e anticonformista. Fassbinder parte dal melodramma, genere di per sé piuttosto "pesante". Sta di fatto che io lo guarderei per ore - "Berlin Alexanderplatz" l'ho divorato, e sono quasi 15 ore e mezza di film.
Esiste il dvd, ma costa ancora parecchio. Speravo che tu ne avessi una copia, ma va be', aspetterò che il dvd cali di prezzo.
Non so da te, ma qui oramai li trovo quasi tutti a dieci euro, anche molti cosi detti d'autore. Purtroppo ho sempre avuto smanie di collezionismo in parecchie arti. E mani bucate per restare sempre senza soldi.
No qui sferzano a colpi di 20 euro di media. I film a 10 euro sono quelli senza extra et similia, cioè l'unica cosa per cui vale il prodotto dvd... Vendono anche i divx! Tipo, ho visto qualcuno der Monnezza a 6 o 7 euro... Deficienti.
No qui è un po diverso, se giri trovi tutto o quasi a 10 euro. Ad esempio ho comprato tutto il primo Argento, ultimamente a sto prezzo (e da te mi sa sta sui trenta). Anche Herzog, ma solo da Rinascita, sta sui 10.
Il paese del silenzio invece sta ancora sui venti e passa