C’era una volta il cinema degli Ottanta. Periodo – si dice – artisticamente grigio, minato dalle disillusioni fine Settanta e dalla voglia di spensieratezza e disimpegno a tutti i costi. In Italia, all’inizio degli Ottanta, spopolavano il campione d’incassi Celentano (Il bisbetico domato, Innamorato pazzo, ambedue le commedie di Castellano e Pipolo), la commedia sexy all’italiana e quella paradossi, battutacce e nonsense (che ha forse il suo “picco creativo” con Vieni avanti cretino di Luciano Salce e Fracchia la belva umana di Neri Parenti), resisteva Fantozzi, e si versava qualche lacrimuccia per il furbo Kramer contro Kramer. Eppure, in questo periodo tanto artisticamente sottovalutato, si è riusciti a dar vita a storie magiche per il grande schermo, storie che ci hanno fatto sognare e insegnato a guardare oltre la consuetudine, oltre la superficie di disimpegno e disincanto che pur in giro doveva esserci. La fine dei Settanta ci porta le prime due puntate della saga Star Wars (ora episodi 5 e 6, ma allora non lo sapevamo), e già ci si può ben accorgere che l’incanto è possibile, gli Ottanta ci portano la sua conclusione, e non solo. Ci sono E.T., I Goonies e Indiana Jones, frammenti di uno Spielberg cantore fiabesco ispirato. Si adatta la splendida fiaba di Ende (La storia infinita), e i bimbi di mezzo mondo cominciano a sognare, a volare su Falcor con il bimbo Bastian e il guerriero Atreju, a capire che la Fantasia può sconfiggere il Nulla. Su questa stessa lunghezza d’onda, ma senza malinconia e con forti dosi di humour, troviamo anche Labyrinth, opera sognata e sognante che consente a Jim Henson, padre del Muppet show, di adattare le sue note suggestioni “pupazzesche” ad una storia che ci catapulta in una dimensione lontanissima dal reale, in cui un’adolescente particolarmente ricettiva al fantastico e all’immaginifico si trova a doversi divincolare in un complicatissimo labirinto.

“Niente è come sembra, in questo posto”.
Sara (Jennifer Connelly) ha 15 anni, un cane di nome Merlino, e un fratellino nella culla a cui far da balia serale, ogni volta che il padre e la matrigna decidono di uscire. Lei mal sopporta i lamenti del bimbo, fratellino-fratellastro, tanto da invocare, attraverso una improbabile formula magica, il re dei folletti perché se lo porti con sé. Tanto è viva e forte l’immaginazione, tanto è vivo e forte il desiderio, tanto la folle fantasia impossibile è possente e presente nella sua invocazione che il bimbo viene rapito davvero dal re dei folletti. Ecco che appare Jareth (David Bowie), sovrano dei folletti, pronto a esaudire il desiderio della giovane e a ringraziare per il dono inatteso. Sara – pur per un frangente incredula - capisce il pasticcio in cui si è messa, pregando lo strano signore venuto da un inconoscibile altrove, di non tener in considerazione le parole pronunciate in un lampo d’ira e sconforto. Niente da fare, il dado è tratto, si è pronti a tornare al castello insieme al pargoletto, proprio al centro di un magico labirinto cui è impossibile venire a capo. Ed ecco l’altrove, non più inconoscibile, perché Sara decide di valicare il confine tra l’uno e l’altro mondo, passando proprio dalla finestra della sua camera. Comincia la ricerca, Sara ha solo tredici ore prima che il fratellino sia tramutato per sempre in folletto; il labirinto sembra tutto fuorché un labirinto, ma invece un percorso infinito in linea retta, eppure… Eppure non tutto è come sembra, la prima lezione che Sara impara lungo il tragitto è che le cose vanno viste da una prospettiva altra rispetto al mondo – reale – da cui viene, che nel labirinto le porte della percezione sono più vere e affidabili di ciò che l’occhio percepisce come immagine. Lungo il tragitto, proprio come Alice nel paese delle meraviglie (o la giovane Dorothy ne Il mago di Oz), incontra buffi compagni di viaggio, tenuti in scacco da Jareth, e pronti ad aiutarla nel momento del bisogno. Sara riesce a conquistare la fiducia di tutti, anche di chi, come il nano Gogol, è abituato a pensare solo a se stesso, pavidamente accettando ogni prescrizione del re dei goblin. Tra alterne peripezie, nonostante i sortilegi lanciatole contro da Jareth, Sara supera il labirinto e arriva nel castello: il sovrano, incredulo – mai avrebbe immaginato che la giovane ce l’avesse fatta -, l’attende. Che armi ha Sara per sconfiggere il signore dei folletti e riportare a casa il fratellino?


Magia, incanto, divertimento, invito al sogno, all’evasione più che mai fanciullesca, Labyrinth è una fiaba che, al contrario del Signore degli anelli o de La Storia infinita, non evoca lotta d’assoluti. La componente “bene vs male” è ridotta ai minimi termini, per dar sfogo all’immaginazione più pura e limpida, sganciata da grandi messaggi etici ma fortemente connotata da caratterizzazioni estetiche. La scelta dei folletti, del labirinto, della magia illusionista che confonde realtà e sogno, ci immerge nella più pura e primordiale natura fanciullesca dello spirito umano. Gli effetti speciali, all’avanguardia per l’epoca, sono totalmente al servizio della storia, mai fine a se stessi, sempre in grado di generare meraviglia nello spettatore-bambino, oramai immedesimato in Sara. Spettatore bambino, evidentemente, in quanto questa fiaba è rivolta esclusivamente ai bimbi (il che non vuol dire che non se ne può godere da adulti, ci mancherebbe altro), rapiti dall’enigmatico volto di Bowie e dalla bellezza angelica di Jennifer Connelly, ineguagliabile musa del sogno adolescenziale dei trentenni di oggi, allora bambini, quasi adolescenti.
La scelta di Bowie e Connelly è assai azzeccata, per i motivi or ora esposti, la verve animata dei pupazzi di Henson è davvero godibile, anche se i bimbi di oggi, abituati a ben altre animazioni in digitale, non so quanto riusciranno ad apprezzare. Bowie, oltre alla magnetica interpretazione, regala alla pellicola cinque canzoni, allegramente interpretate insieme ai pupazzi, cosi contribuendo alla costruzione di un personaggio che è rimasto nell’immaginario di noi bimbi d’allora, ora cresciuti, e comunque in tempo per raccontarvi l’emozione conservata, sempre riaggiornata e mai troppo edulcorata dalle visioni delle fiabe del cinema d’oggi. Una nota conclusiva è d’obbligo per la riuscita sceneggiatura di Terry Jones, fondatore dei Monty Python, non a caso mai priva di humor e di paradossi che infondono leggerezza alla fiaba, cosi da evitare di scadere nello scontato, nel banale, nello zuccheroso.

A differenza de La storia infinita - prima grande produzione fantasy europea, che aveva comunque l’indubbio vantaggio di poggiarsi sul capolavoro letterario di Ende, pur sviluppato nel solo nucleo centrale e nella suggestione generale contenuta nel libro – Labyrinth rimane, come detto, confinato in un universo fanciullesco che, per quanto suggestivo e ricco d’incanto e meraviglia, poco può attecchire oltre l’adolescenza. Ma questo non è necessariamente un difetto, tanto che il film in questione è ricordato e omaggiato da noi trentenni (o giù di li), proprio per aver caratterizzato quella fase importante della nostra esistenza, quell’infanzia-adolescenza che si nutrì voracemente delle fiabe di celluloide citate. Labyrinth, La storia infinita, I Goonies, E.T., Indiana Jones e compagnia sognata, avventurosa e sognante, chi più chi meno, chi con poesia, chi proponendo altri mondi, chi affascinando col mistero, chi con la dolce malinconia, tutti a ricordarci – come viene insegnato a Sara all’ingresso del labirinto – che la realtà non sempre è cosi come l’occhio la percepisce, che le porte della percezione sono ovunque, quando è viva la fantasia-immaginazione generatrice: basta cercarle, entrare, inoltrarsi in magici labirinti della memoria, e cominciare a sognare.
Regia: Jim Henson. Soggetto: Dennis Lee e Jim Henson. Sceneggiatura: Terry Jones. Direttore della fotografia: Alex Thomson. Scenografia: Elliot Scott. Montaggio: John Grover. Costumi: Brian Fround, Ellis Flyte. Interpreti principali: David Bowie, Jennife Connelly, Toby Froud, Shelley Thompson, Christopher Malcom, Natalie Finland. Musica originale: David Bowie, Trevor Jones. Origine: Gran Bretagna / Usa, 1986. Durata: 101 minuti.
Commenti
Ecco Labyrinth, Raffaella, come promesso;)
Ops, intendevo dire Gabriella (finite tutte e due con ella... non è colpa mia), ma vale anche per Raffaella se le piace il genere;)
Anche se il mio nome non finisce in -ella, mi godo la lettura della tua recensione. Avevo l'età giusta, quando l'ho visto, o forse occhi di ragazza ancora bambina, chissà. Fatto si è che mi piacque tanto da comprare, anni dopo, la VHS.
E dev'essere piaciuto, caro Léon, anche a Guillermo Del Toro che ne ha fatto scempio, a mio avviso, mescolando a una storia triste e violenta di guerra le fantasie di una bambina chiaramente "tratta" proprio da Labyrinth. Almeno lì c'era la musica, l'innocenza di un mondo perduto e il Re dei Folletti a farci - appunto - sognare un po'.
Insomma, Federico, non è proprio il mio genere... Tuttavia l'ho visto: devo aver accompagnato le mie figlie che gradivano molto i film di fantasia.
Francamente preferisco la tua rec, come al solito trascinante.
Raffaella
Grazie dell'apprezzamento e di aver letto, benchè non sia il tuo genere, Raffaella. Come avrai notate, mi piace raccontar di fiabe di celluloide.
E grazie anche a te, Ilde, il pezzo era ovviamente rivolto anche a chi non finiva con -ella;) Concordo, gli ultratrentenni (non troppo ultratrentenni) hanno potuto apprezzare compiutamente l'opera, che tra musica, folletti e innocenza di un mondo adesso lontano - come giustamente noti - non potevano non incantarsi. E che oggi - visto ciò che gira in giro -, riguardando o ricordando, rievocando quelle atmosfere sognanti con un po' di malinconica nostalgia.
Ottimo lavoro, Federico:). Questo è un film che ricordo con enorme piacere, e non solo per le visioni plurime in adolescenza con Marcello Bedetti, Massimo Bassetti, Daniele Hevel Ascarelli e adulti nella camera a fianco. Penso allo STUPENDO videogame della Lucasfilm, pioniere di un genere - quello delle loro avventure grafiche - che vide subito dopo Maniac Mansion e Zak McKraken proclamare l'eccellenza della loro creatività. La cosa più fica di questo Labyrinth era passare da una prima parte classica, tutta testuale, a quella grafica e interattiva che per l'epoca era sinceramente avveniristica.
Ah - menzione d'onore per David Bowie e Jennifer Connelly, difficile non amare molto entrambi per diverse ragioni.
(comm.6 > sostituisco naturalmente "ADOLESCENZA" con infanzia. Lapsus dovuto al fatto che ci sentivamo dei grandoni
Io il film l'ho visto qualche mese fa per la prima volta. Splendido, anche da cresciutelli, ringiovanisce col passare del tempo; forse perché adesso non c'è niente di così riuscito.
Beh, io ci son cresciuto con questo film... Ma pure col Bisbetico domato e Innamorato pazzo, i film più gradevoli di Celentano. (Castellano e Pipolo la sapevano lunga... hanno scritto per tutti i più grandi). Terry Jones, mannaggia! Che Dio lo benedica.