Nel sottolineare il potere suggestivo dello scorrere di ogni singola inquadratura di questo gioiello di primo ordine della cinematografia mondiale, non si può evitare un salto nel passato (come del resto avviene nel film) verso un genere che così tanto ha offerto in passato. Bisognerebbe sperimentare una diminuizione dei contrasti del teleschermo sino a raggiungere la gradazione di grigi e provare ad analizzare una scena a caso per accorgersi dell'enorme lavoro su luci, scenografie, abiti, e montaggio.
La sensazione è quella di assistere ad una messa in scena di uno scritto di Chandler, un noir a tutti gli effetti.
L'operazione filmica ha il rischio di sembrare palesemente calligrafica, per la bella confezione tipicamente hollywoodiana:
Una parata di stelle così ben affiatate, una fotografia eccelsa (Dante Spinotti) con chiaroscuri tipici del genere affatto azzoppati dall'uso del colore; un montaggio quasi sempre classico che (si veda la scena della prima volta di Russel Crowe nella casa con la Basinger) rinvigorisce il senso del campo, controcampo e totale.
L'uso delle luci e (nel caso particolare del poliziesco) delle ombre, gioca su un'illuminazione in chiave bassa, che annullando la luce di riempimento crea un effetto contrastivo, che sottolinea pesantemente l'ambiguità di ognuno dei personaggi.
Non c'è il buono o il cattivo, ma ci può essere il poliziotto corrotto o il malvivente eroico: è il caso del Private eye, del detective, dove ci troviamo di fronte un personaggio che rappresenta la positività della giustizia, ma che frequentando (per lavoro, scelta, passato) quartieri malfamati, ne viene fatalmente intaccato, tridimensionalizzandone lo spessore caratteriale.
Accade anche in questa pellicola dove abbiamo sulla stessa scacchiera il poliziotto corrotto, il poliziotto che vede nella propria missione un riscatto o una vendetta (richiamando certi stereotipi dei western fordiani), il poliziotto integerrimo ma anche arrampicatore, etc.
Nessuno ha scampo, la realtà è quella che fa più male, sono tutti sotto accusa, e la risoluzione del caso non è mai pienamente simbolica di riscatto: sempre qualcosa di torbido tenderà ad offuscarla e a negarla. Chi sono gli sconfitti? Tutti.
Non poteva mancare naturalmente la Dark Lady, la Femme Fatale, rappresentata da una straordinaria Basinger, algida e formosa più che mai: seduce, affascina, cattura e porta alla rovina uomini facoltosi e poliziotti.
Questa doppiezza, la mancanza di un personaggio a cui appigliarsi, il totale decadentismo o imbuto fatale di crisi esistenziale è rimarcato ancora dalla complessità della trama.
Sfido chiunque a sostenere di aver comprese il Grande Sonno di Hawks alla prima visione, tanto più L.A. Confidential, parte appunto dalle stesse premesse di ambiguità.
Sicuramente non c'è niente di sbagliato in questa affermazione se non fosse che viene utilizzata come critica che non mi trova affatto d'accordo poiché anche questa scelta è calcolata e affine al genere che vuole essere, per concludere, metafora dell'instabilità e dell'incertezza del sogno americano negli anni bellici e postbellici.
Grande merito dunque a Curtis Hanson, che dirige e assegna con sguardo lungimirante ruoli adatti ad ogni stella della sua corazzata. Per essere riuscito a tenere viva l'attenzione del pubblico in un film di non semplice assimilazione, grazie ad un ritmo frenetico e intenso.
Regia: Curtis Hanson
Interpreti: Kevin Spacey, Russell Crowe, Guy Pearce, Kim Basinger, James Cromwell, Danny DeVito, David Strathairn
Durata: h 2.07
Nazionalità: USA 1997
Genere: noir
Tratto dal libro "L. A. Confidential" di James Ellroy
Commenti
Ricordo un vecchio piacevole vhs, con un allora giovanissimo Russell Crowe e una piacevole Kim Basinger. La trama si seguiva - ma mi sembrava film da visione unica:).
"un montaggio quasi sempre classico che (si veda la scena della prima volta di Russel Crowe nella casa con la Basinger) rinvigorisce il senso del campo, controcampo e totale."
Mi interessa, mi spieghi meglio?
"Sfogliando sulle pagine della rete tra le varie recensioni al film, ho letto questo: "ll copione risulta prolisso e confuso""
Ho letto il libro e ho visto il film da poco: a mio parere uno di quei pochi casi dove il film è meglio del libro, di sicuro meno contorto.
2) in quella particolare scena, vibra proprio nell'aria la volontà di adottare pedissequamente le regole del montaggio analitico. Ricalca perfettamente la scena della serra nel Grande Sonno dove c'è Bogart che suda e si toglie la giacca e il vecchio.
dico quasi sempre (e spero di non sbagliare con la mia parca conoscenza) perchè ad esempio si evitavano i dolly se non funzionali alla rappresentazione come nel caso dei musical. spero di non star farneticando...
Meglio il romanzo, nonostante sia d'un complicato senza pari.
Ma gli autori del film, a mio avviso, sono riusciti a "semplificare", banalizzando molto poco.
"Nel sottolineare il potere suggestivo dello scorrere di ogni singola inquadratura di questo gioiello di primo ordine della cinematografia mondiale".
é un buon film, Ryo, ma addirittura gioiello della cinematografia mondiale mi sembra esagerato. Sicuramente, da quello che ho appreso da mio fratello, appassionato di Ellroy, è venuto molto meglio questo che Black Dalhia di De Palma. Sempre mio fratello aggiunge che il libro, come di consueto, nella fattispecie, è molto meglio del film. Ad ogni modo è una pellicola interessante, come noti, che regala le atmosfere cui alludi, soprattutto agli appassionati del genere.
Il libro è intricato, l'ho letto con difficoltà: si cambia spesso punto di vista ed è facile perdersi. Secondo me, invece, uno di quei pochi casi in cui è meglio il film: lineare, teso, chiaro. Di sicuro non gioiello della cinematografia mondiale, ma ce ne fossero di film così.