Haneke Michael

Amour

Autore: 
Haneke Michael

Un titolo che pone l’accento sull’elemento in apparenza meno rilevante, meno presente, meno raccontato nel film: Amour.

“Ti ho già detto che ti trovavo molto carina stasera?”, e Anne ride: “Che ti prende!”.
 
Tutto qui. O quasi.
L’amore c’è, in realtà, sottotraccia, nei piccoli – comuni e banali – gesti del quotidiano. Nei ‘grazie’ e perfino nel cuscino che soffoca. L’amore è il leitmotiv che in questa storia fa la differenza nello sviluppo della trama. Semplicemente lo spettatore è portato a non accorgersene.
Michael Haneke impone ritmi frammentati, scene che restano nel quotidiano a lungo, si sofferma su inquadrature fisse che si spostano da una stanza all’altra della casa dei coniugi – unica location fatta eccezione per un breve intermezzo iniziale che li mostra mentre assistono a un concerto poi su un bus, di ritorno.
La trama nuda e cruda in realtà la si può riassumere in poche righe: i coniugi Georges e Anne, ottantenni, vivono coltivando passioni e routine, con la figlia Eve lontana, in Scandinavia, tutti accomunati dalla passione per la musica anche professione. Finché Anne viene colpita da ictus in una mattina come tante altre, davanti a una colazione come tante altre: la malattia di Anne, il suo corpo che lentamente si spegne, il progressivo ed inesorabile spegnersi di azioni e opportunità, segnano l’ultima parte della loro vita assieme.
Haneke sceglie di non mostrare allo spettatore il puzzle completo, sia sul piano temporale quanto sui singoli svolgimenti. È decisamente un film che impone riflessioni, l’impressione che ho avuto spesso è proprio che nelle inquadrature, negli intermezzi, nei frame mancanti, Haneke cerca di stimolare il suo spettatore, lo vuole rendere partecipe, gli chiede di metterci del suo, di qualunque cosa si tratti.
Per chi è abituato alle dinamiche da reality, Amour può ricordare l’approccio del ‘Big Brother’ con le telecamere fisse sistemate in ogni stanza, i salti di inquadratura da una stanza all’altra, le panoramiche sull’appartamento.
 
“Promettimi una cosa? Ti prego, non riportarmi più all’ospedale. Me lo prometti? Non parlare, non spiegare niente, per favore.”
“Cosa vuoi che dica?”
“Niente, non dire niente. E basta. D’accordo?”
 
I dialoghi sono uno dei elementi da non sottovalutare, assieme alle inquadrature e le sospensioni. Nei dialoghi, volutamente innestati nei soliti momenti del quotidiano, nel banale, nell’ovvio – nei dialoghi si rintracciano molte delle ‘chiavi’ per decodificare l’intero plot, e ben oltre, per avvicinarsi alle tematiche del film – la vecchiaia, il fine vita, la morte, la malattia in vecchiaia come preludio alla fine, l’impossibilità di contare su un corpo che si sta spegnendo.
Il film inizia volutamente destabilizzando, con una scena che poi non trova riscontri in tutto il resto dello svolgimento se non proprio sul finale – e di nuovo è necessario aver fatto attenzione ai dettagli nei primi minuti di proiezione per poter collocare gli ultimi frame, per sistemare tasselli del puzzle (come Georges che taglia tutti i gambi di un mazzo di fiori freschi). 
Le interpretazioni di Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva a mio avviso danno spessore alla sceneggiatura, i loro movimenti, espressioni, gesti mostrano inequivocabilmente ogni crepa, ogni contraddizione, le ossa di questa storia dopo aver tolto i muscoli e la pelle a ricoprirle.
Dell’ictus di Anne, della morte che aleggia, dell’impossibilità di migliorare che il corpo di Anne manifesta ogni giorno: di tutto questo non si parla, i coniugi fanno di tutto per non nominare la realtà, con gli altri si prodigano per evitare domande, per costruire un’altra realtà dove Anne si sente meglio e presto potrà tornare a uscire, andare ai concerti, essere come prima dell’ ‘evento zero’, l’ictus che ha segnato il tempo verso il basso con una velocità che il passare degli anni – la vecchiaia – da sola non aveva.
Ciò nonostante Anne, per sé, ha chiara la situazione, lucidamente – finché può ancora ragionare e manifestare lucidamente – ha deciso. In un dialogo Anne, guarda negli occhi George, dichiarandogli le sue ultime volontà: “Non c’è alcuna ragione di continuare a vivere, non posso che peggiorare”. 
E quando George, tenace, espone la sua visione, l’impossibilità di vedere oltre i fantomatici miglioramenti, Anne manifesta tutta la crudeltà della situazione liquidando ogni obiezioni, ogni logica anche affettuosa: “Non so niente, non voglio mettermi al posto tuo. Sono stanca ora, mi voglio sdraiare”. Anne dunque ha deciso, per sé. Le mancheranno le occasioni per portare a termine la decisione da sola, in particolare col secondo ictus.
La vecchiaia di Amour è ironia e ricordi, amarezza e sorrisi complici - “Sei un mostro qualche volta, ma sei gentile” dice Anne a George durante un pasto, tra un racconto e un ricordo, lo dice seria poi ridacchia leggermente, e lui con lei.
La vecchiaia di Amour è la negazione vissuta come pomata su una ferita fresca che non guarirà ma può sbiadire sotto i pesanti strati dell’unguento. È la fatica del corpo che perde progressivamente capacità rendendo anche i gesti più banali azioni che richiedono concentrazione e sforzo. È l’assenza di speranza, almeno per la vita così come è stata concepita fino a quel momento.
Non è un film per un momento di leggerezza, o per sentirsi rassicurati da ‘happy end’ o dal dictat motivazionale ‘andrà tutto bene’. È un film per guardare in faccia alcune delle nostre essenze: il corpo in cui siamo, il tempo che passa e cambia tutto e tutti, l’inesorabile progressione verso la fine.
Non ci sono dunque ‘ciucci’, la figlia Eve torna nell’inquadratura conclusiva in una casa vuota e silenziosa, che attraversa quasi in punta di piedi, smarrita forse o magari solo consapevole, la decodifica delle espressioni è parte del processo che Haneke chiede allo spettatore.
 
 
Titolo originale: Amour
Lingua originale: francese
Regia, soggetto, sceneggiatura: Michael Haneke
Fotografia: Darius Khondij
Montaggio: Nadine Muse, Monika Willi
Produttori: Stefan Arndt, Margaret Ménégoz, Veit Heiduschka (co-produttore), Michael Katz (co-produttore)
Distribuzione in Italia: Teodora
Anno: 2012
Interpreti: Jean-Louis Trintignant (Georges), Emmanuelle Riva (Anne), William Shimell (Geoff), Isabelle Huppert (Eve), Rita Blanco (portiera), Laurent Capelluto (ufficiale di polizia)
 
Ha vinto numerosi premi tra cui l’Oscar come Miglior Film Straniero all’85°edizione degli Academy Awards 2013 (per la stessa categoria anche ai Golden Globes 2013) e la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2012.
 

 

Barbara Gozzi, Gennaio 2014

ISBN/EAN: 
000000000

Commenti

[Amour - Haneke] Palma d'Oro

[Amour - Haneke] Palma d'Oro a Cannes 2012, Oscar miglior film straniero 2013, Amour, di Michael Haneke.

[Amour] Barbara scrive:

[Amour] Barbara scrive: "L’amore c’è, in realtà, sottotraccia, nei piccoli – comuni e banali – gesti del quotidiano. Nei ‘grazie’ e perfino nel cuscino che soffoca. L’amore è il leitmotiv che in questa storia fa la differenza nello sviluppo della trama"

[Amour] Uno dei più bei film

[Amour] Uno dei più bei film che abbia mai visto. L'ho amato dal primo istante. Haneke è un gigante e "Amour" è una delle sue creature più riuscite. Al tempo, nel mio piccolo, ne scrissi sul mio blog.

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