Hallström Lasse

Le regole della casa del sidro

Autore: 
Hallström Lasse

“Le regole della casa del sidro”, opera del regista svedese Lasse Hallström, è pellicola piuttosto contraddittoria; è necessario procedere con una lettura stratificata e livellata, per enuclearne i tratti distintivi. Si tratta di un film tratto ed ispirato da un romanzo di John Irving: e la letterarietà è presto tradita, come si può intuire da qualche elemento di facile e immediata percezione:
a) il protagonista della vicenda è un giovane orfano, Homer Wells.
b) La vicenda è in parte ambientata in un orfanotrofio; ai piccoli ospiti, il dottor Wilbur Larch (Michael Caine, premio oscar come miglior attore non protagonista) è solito leggere capitoli del “David Copperfield”. Si crea, in questo modo, un primo ingombrante parallelismo tra l'antico romanzo (1850) di Dickens, epopea di un giovane trovatello, e il nuovo romanzo, che si presenta come opera di più matura e completa denuncia sociale. Obiettivo, questo, naturalmente espresso dal film di
Hallström
.

In sostanza, assistiamo alla vita di un orfanotrofio del Maine negli anni 40; Homer Wells è un bambino che non è mai stato adottato da nessuno, ed è cresciuto all'interno dell'istituto divenendo il sostegno e l'allievo prediletto del responsabile, il dottor Larch. Homer è stato istruito ed addestrato dal dottore; è - a quanto pare - un dottore privo solo dei diplomi, al punto che spesso esercita al posto del titolare.

 
Wilbur Larch vorrebbe che Homer rimanesse per sempre nell'istituto, e sarebbe pronto a falsificare i suoi documenti di medico per permettergli di esercitare l’attività; Homer, tuttavia, non ha mai visto altro che la vita dell'orfanotrofio: non conosce l'amore, non ha mai visto il mare, e – chicca per i cinefili – ha visto solo un film: “King Kong”.

Come può resistere al fascino dell'iniziazione alla vita, altrove?

 
Questo, in sostanza, il nucleo iniziale del film. Va aggiunto che, volendo essere film di denuncia, non bastava l'elemento doloroso e triste dell'orfanotrofio a incrinare i sentimenti del pubblico: per far riflettere meglio gli spettatori sulla malinconia di un'esistenza senza genitori, gli autori hanno meditato di attribuire al dottore una naturale predisposizione e serenità nei confronti delle pratiche abortive, che esercita tutelando le giovani vittime di un evento più grande di loro stesse. Questo orfanotrofio, dunque, è egualmente una clinica per interruzioni di gravidanze.

 
Il dottore e Homer sono soliti intervenire per assecondare la volontà delle pazienti; la prima fonte di discussioni del film, dunque, è sul tema dell'aborto.
La posizione del romanziere e del regista suggerisce l'assoluta normalità e naturalezza della scelta d'interruzione della gravidanza; e la presenza, sullo sfondo, dell'orfanotrofio sembra suggerire che gli esiti più deteriori dei pregiudizi sulla pratica abortiva siano quelli. Piccoli abbandonati nella miseria e nella solitudine.

 
Fin qui, si delinea un quadro di dolore con due elementi essenziali, dunque:
1) La situazione degli orfani.

2) La questione dell'interruzione della gravidanza.

 
Come se non bastasse, a rendere opprimente l'atmosfera, già grave di suggestioni, scopriamo che il dottor Larch tende in privato all'autodistruzione.
Michael Caine, ogni sera, si stende sul suo letto, si gode il suo etere e ne rimane – a sentire i bimbi – orribilmente impregnato.

Basta così? Chiaramente no: un bel giorno, Homer decide di partire dall'istituto, assieme a una coppia di giovani freschi reduci dall'interruzione della gravidanza di lei (la dolce Charlize Theron de "La moglie dell'astronauta” e “L’avvocato del diavolo”: evidentemente, ispira un senso di maternità ai registi); diventa loro amico, e accetta di lavorare nell'azienda agricola di lui, in questa famosa casa del sidro.

Ulteriore dramma: lui è un aviatore; parte volontario per la guerra; ne tornerà paraplegico, per via dell'encefalite b.

 
Durante la sua permanenza al fronte, Homer e Charlize Theron si innamorano.
Fermiamoci qui: il regista mostra altre due morti nell'orfanotrofio e introduce il giovane pseudo-dottore Homer, nel frattempo, nella misera casupola dei lavoratori temporanei dell'azienda dell'aviatore.

 
Nuovi drammi e nuove denunce:

a)       I lavoratori sono pressoché analfabeti. Sono tutti di colore; vivono evidentemente di stenti.

b)        Tra i lavoratori, un padre e una figlia. Indovinate? Incesto, e il nostro Homer interviene logicamente con la sua arte per evitare la nascita del pargolo. Non poteva mancare l'omicidio: la figlia uccide il padre, e fugge.

c)        Nel frattempo, il dottore sembra peggiorare le sue abitudini, nell'orfanotrofio: più etere, più dolore, crescente nostalgia per Homer partito.

d)       Unico momento di vera denuncia sociale: Homer legge un fogliaccio appeso ad una parete, contenente cinque regole assurde per i lavoratori stagionali. Il loro leader, il padre incestuoso, dichiara con fermezza che le vere regole le fanno i lavoratori.

L'esito del film potete immaginarlo, con questi presupposti. Hallström è riuscito a realizzare un dramma che sembra un bollettino di guerra: tra morti di bambini, omicidi, aborti, suicidi (Michael Caine alla fine non resiste e capisce che il cast era troppo numeroso),incesti e tradimenti al migliore amico, che per giunta ti aveva offerto casa e lavoro, non si ha che l'imbarazzo della scelta.
Ammetto che ho spento il videoregistratore perplesso. Un film ben girato, per carità; credibili i dialoghi, discreta la fotografia, onesto il cast.

 
Il punto è un altro: se il film non voleva essere morale o immorale, ma semplicemente amorale(con alfa privativo, alla greca), così, crudo, spietato, gelido, c'è riuscito. Se si voleva giocare con i sentimenti del pubblico, commuovere o impietosire, ci si è riusciti. Ma è necessario mostrare con tanta morbosa puntualità tutto il marcio dell'umanità?

È necessario che un film si involga su se stesso, decidendo di mostrare solo morte, dolore, sofferenza, frustrazione, e al massimo serena accettazione della realtà?

È giusto che l'arte si riduca a tentare di solleticare la pietà del pubblico?
Poteva essere un film abortista, lineare e coraggioso; e un film esistenzialista, certo, con questo giovane Homer che si apre alla vita nonostante le sofferenze d'infanzia e scopre le dolci e amare contraddizioni della vita. Invece, così come è, è un mattone tragico confezionato per far lagrimare. Stucchevole.
Rimango dell'avviso che la realtà merita altro trattamento da un'opera artistica: questo realismo è bassa imitazione, e riesce a corrompere la “verità” di drammi altrimenti serissimi. Mi sembra atroce, ad esempio, criticare un film dalle tematiche così importanti e delicate: ma io critico il film, non discuto della serietà di quanto trattato. Esteticamente è un melodramma aberrante.
Concettualmente è altro. Ma – ahimè – il concetto è Letteratura, non basta a fare Cinema.

Da dimenticare.

 

Regia: Lasse Hallström.

Sceneggiatura: John Irving.

Tratto da un romanzo di: John Irving.

Direttore della fotografia: Oliver Stapleton. 

Montaggio: Lisa Zeno Churgin, Andrew Mondschein.  

Interpreti principali: Tobey Maguire, Charlize Theron, Michael Caine, Delroy Lindo, Paul Rudd, Jane Alexander, Erykah Badu, Heavy D,  

Musica originale: Rachel Portman. 

Produzione: Bobby Cohen, Meryl Poster, Bob Weinstein, Harvey Weinstein.

Origine: Usa, 1999.

Durata: 126 minuti.

 

Lankelot, G.F., febbraio del 2002.

 

Questa recensione, revisionata nel luglio del 2003, è originariamente apparsa su ciao.com; quindi, lankelot.com

ISBN/EAN: 
8027883602468

Commenti

Questo scritto proviene dai miei primissimi tempi su Ciao.com. Va letto con opportuno romanticismo:)

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