Grifi Alberto & Baruchello Gianfranco

La verifica incerta

Autore: 
Grifi Alberto & Baruchello Gianfranco
BREVE SGUARDO AL CINEMA SPERIMENTALE
 
Alberto Grifi è probabilmente il più grande regista del cinema underground italiano.
Underground significa sotterraneo, e le radici con questo tipo di arte hanno natali oltre oceanici. Stan Brakhage (1954-2003), considerato il padre e il più autorevole autore del cinema sperimentale, operava nel New Jersey e ma l’epicentro italiano non poteva che essere la città eterna. Una città sotterranea, popolata da giovani militanti con la convinzione sincera di poter cambiare il mondo. Fulcro principe e vera e propria bottega rinascimentale, in cui fare disfare e proiettare le proprie opere era un cineclub di Trastevere, quel Filmstudio fondato da una certa Annabella Miscuglio, una vita spesa fra ideologia e Cinema, stroncata troppo presto, dopo aver dato possibilità di sfogo artistico per tanti giovani artigiani dell’arte audiovisiva. Il suo funerale fu celebrato nella Sala 1 del suo cinema. Un luogo frequentato non solo dai giovani cinefile con la 8mm ma anche dai più significativi esponenti del nostro patrimonio culturale.
Dice Americo Sbardella, cofondatore del Filmstudio: “Prima non c’erano barriere tra l’alto e il basso […] La comunità era rappresentata da persone dai sedici anni agli ottanta […] Non c’erano distinzione di razza, di sesso o di età. C’erano anche persone famose che venivano. Bernardo [Bertolucci], Gianni Amico. Ferreri, era amico di Annabella…Pasolini stava sempre qui, insieme con Sergio Citti. Moravia stava sempre qua, Enzo Siciliano. Antonioni veniva spesso…”.
 
Tra i giovani artisti il pittore Mario Schifano, Paolo Brunatto – autore tra l’altro di Un’anima bella famoso ritratto di Pasolini sulle spiagge di Sabaudia –, Tonino Debernardis, Paolo Gioli, il critico letterario ma un tempo cineasta underground Massimo Bacigalupo e appunto Grifi e Baruchello.
Alberto Grifi ebbe a firmare un altro manifesto di questo tipo di cinema, Anna (1972) girato con Massimo Sarchielli, in cui personaggi diegetici e tecnici del set si mescolavano nell’intreccio fondendo una trama già scritta con la casualità del reale; demolendo la fabula originaria e prendendo una piega del tutto autonoma rispetto al principio. Un cinema sotterraneo e nascosto, per pochi, girato tra pochi ma buoni. Ed ora riscoperto, quasi per caso, col miracolo del digitale che tutto (o quasi *) può salvare dalla morte chimica della celluloide o dei suoi più fedeli mezzi di costruzione ed espressione.
 
La verifica incerta è un film breve decisamente sperimentale, assai vicino alle avanguardie storiche del primo Novecento. È costituito esclusivamente di frammenti di altri film, pellicole destinate al macero che i due registi hanno recuperato da un molteplice numero di opere hollywoodiane.
 
Parla lo stesso Grifi, a proposito del film: “mentre…non lo so, i grandi maestri dell’avanguardia come Man Ray, Duchamp, Max Ernst…o John Cage […] loro stavano alla proiezione, a Parigi, quella sera lì… Nel ’65, non so se era…maggio, me pare. Son venuti tutti a vedere. Si sono divertiti moltissimo!”. E aggiunge ridendo: “Cosa che non hanno fatto dei grandi critici nostri, cinematografici, qua, che c’hanno trattato come due teppistelli che avevano rovinato dei film, a loro parere, bellissimi”.
 
 
 
 
Alberto Grifi
 
 
 
Il film si apre con svariati inizi e “Fine Primo Tempo” della 20th Century Fox, balbettanti e ripetitive, graffiate da linee verticali continue che paiono rincorrersi. Ed ecco interporsi un filmato dichiaratore: Marcel Duchamp che sputa una nuvoletta di fumo, sornione. La dedica è palese ed è anche una dichiarazione d’intenti. È un monito: che lo spettatore si prepari.
La proiezione prosegue con un susseguirsi sfrenato e apparentemente incontrollato di situazioni tipiche della narrazione cinematografica, con inversioni, ripetizioni speculari (una per tutte, efficacissima: un soldato da una torre che spara, visto specularmente dà l'impressione che spari a se stesso), ribaltamenti semiotici e di significato che portano ad una spietata visione critica di spunti altrimenti senza nesso logico.
Per quanto gli autori possano dichiarare di essersi affidati al caso, è evidente il tentativo di ricercare e scovare i topoi del cinema americano. Si mescolano e confondono sequenze da film western, mitologici, reali immagini regali, con alternarsi di sottomarini, deserti, parate, sfilate di elefanti, la regina Elisabetta e Anthony Quinn che scende le scale apparendo e svanendo dalla scena. Naturalmente i due registi ne approfittano per gettarsi nel burlesco più sfacciato con un uomo in fin di vita sdraiato in sala operatoria che, combinando un montaggio di audio oltre che di video, annuncia di essere sposato con un suo collega (risultato di più frasi serie accostate con un’immagine tragica che danno vita ad una risibile idea del morente). O anche l’accostamento di un viaggio dilettevole in aeroplano con un gentiluomo e due donzelle che mirano il paesaggio, ma anziché offrire la loro piacevole soggettiva, si vedono navi bombardate e ancora i tre che sorridono guardando giù dai finestrini.
 
 
Gianfranco Baruchello
 
 
 
I luoghi comuni del cinema classico si risaltano nell’accostamento di stessi gesti visti in più film: ecco dunque il western dove si demolisce un carro per farne un falò: poi la nave in cui si incendia un cumulo di materassi: poi James Mason al centro della Terra che stacca un diamante e scatena una cascata d’acqua. Il sottomarino poi si allaga e sempre al centro della Terra l’acqua sta per annegare i protagonisti.
I topoi si ripetono e si solidificano come punti fermi di narrazioni per molti versi troppo simili fra loro, come a denunciarne la stessa matrice, individuati nei tre tempi di narrazione: inizio, svolgimento, gran finale. Nei quali una concatenazione sempre uguale di rimandi si ripete in un eterno ritorno di gesti già visti. Come riti di passaggio consolidati e obbligati: la discesa o l’uscita da un piano più basso ad uno più alto, che esso sia una rampa di scale o un pertugio; l’apertura continuata di porte o finestre, la fuga ripetuta all’infinito.
Eros, Epos, Pathos e immancabilmente Thanatos si sgretolano e si alternano in un gioco ad incastri, un mosaico dadaista, in cui risaltano sempre gli stessi riti. Fuoco, acqua, terra, aria: gli elementi si associano in un estenuante balbuzie filmica: esplosioni accostate ad altre esplosioni, litri d’acqua sempre uguali, (s)oggetti che dapprima si individuano con un montaggio analogico tra film diversi ma poi si mescolano penetrando da una pellicola all’altra: ed ecco che la secchiata sul fuoco nel sottomarino continua in un altro film con il cadere dell’acqua nella caverna del film mitologico. Un po’ come già aveva sperimentato la Madre ideale dello sperimentalismo, Maya Deren, per esempio in Meshes of the Afternoon (1943), che vedeva lei stessa vagare da un luogo ad un altro passando da uno stacco all’altro: il suo piede marciava dapprima sulla sabbia, nell’inquadratura successiva proseguiva in mezzo all’erba: il soggetto principale rimaneva lo stesso, ma l’ambientazione diegetica mutava inspiegabilmente. Con fedele sguardo onirico, naturalmente. E l’avanguardia è sempre presente, come modello, ma anche come periodo da cui prendere le distanze, riproducendone altra, di nuova: una rinascita anche in questo senso. Per quanto questa parentesi italiana non abbia prodotto conseguenze così fondamentali quanto le precedenti di inizio secolo.
 
Il montaggio nella Verifica incerta è particolarmente “sporco”, l’audio è asincrono, le immagini sono sfregiate da graffi e volutamente accostate tra loro con tutta la casualità possibile: non una inquadratura – intesa proprio come porzione di girato fra uno stacco e l’altro – è uguale ad un’altra: l’attacco e la coda possono essere talvolta più lunghe, anche se ripetute di fila, il tempo non è mai lo stesso, e anche questo potrebbe essere una chiave in indagine in questa ricerca esitante – diciamo: non prepotentemente sicura di sé. Vien fuori un cinema che si corrode da dentro come un cancro; un virus fatto di pellicola che affonda la lama su altra pellicola, con ironia ma anche con sferzante ferocia. Un cinema che si disintegra dall’interno per analizzarsi: un’endoscopia sanguinosa, un’operazione a cuore aperto. Forse, magari, un’autopsia. Chissà. Un’avventura al centro di un pianeta (under ground) che non è più quello di un tempo, una Hollywood in discesa verso il baratro (siamo a metà Sessanta) che sfocerà nella Nuova Hollywood con un ulteriore e vigoroso rito di purificazione.
 
 

 
 
Un gioiello del cinema sconosciuto. Il cinema italiano ha anche questo merito.
 
Regia: Alberto Grifi, Gianfranco Baruchello.
Montaggio: Grifi, Baruchello.
Interpreti principali: Clark Gable, Gregory Peck, Susan Hayward, Tyrone Power, la regina Elisabetta d'Inghilterra, Filippo di Edimburgo, Marcel Duchamp, Rock Hudson, Curd Jurgens, Deborah Kerr, James Mason, Charlton Heston, Leslie Caron, Daniel Gelin, Cesar Romero, Rossano Brazzi
Origine: Italia, 1964.
Durata: 47 minuti.
Sito ufficale di Grifi: http://www.albertogrifi.com/
 
 


 
 
 
NOTA 
 
 
* I film di Piero Bargellini, come per esempio Trasferimento di modulazione (1969), erano destinati a morire. Il loro farsi consisteva nell’essere proiettati, ad ogni visione aumentavano rigature, difetti visibili sulla pellicola, in un progressivo deterioramento fisico che faceva parte, per l’autore, dell’anima stessa del film. L’opera citata è stata restaurata a cura del critico Adriano Aprà, ma “questo film doveva vivere nella memoria di chi lo aveva visto, non doveva più esistere”.
ISBN/EAN: 
000

Commenti

E andiamo col GRAN RITORNO del Martello.

"l'epicentro italiano non poteva che essere la città eterna".

> sì.

"La verifica incerta è un film breve decisamente sperimentale, assai vicino alle avanguardie storiche del primo Novecento. è costituito esclusivamente di frammenti di altri film, pellicole destinate al macero che i due registi hanno recuperato da un molteplice numero di opere hollywoodiane".

> non ne sapevo niente davvero. Grazie Luca.

"Il montaggio nella Verifica incerta è particolarmente "sporco", l'audio è asincrono, le immagini sono sfregiate da graffi e volutamente accostate tra loro con tutta la casualità possibile: non una inquadratura - intesa proprio come porzione di girato fra uno stacco e l'altro - è uguale ad un'altra"

> qui sto godendo per il linguaggio e per l'immaginazione che ne deriva. Sto vedendo l'idea. Fantastico.

"Un cinema che si disintegra dall'interno per analizzarsi: un'endoscopia sanguinosa, un'operazione a cuore aperto. Forse, magari, un'autopsia." > Luca in stato di grazia. Corri a scrivere ancora qualcosa.

Saluto il tuo genio e il tuo studio. Daje Luca. Avanti così.

E' da agosto che non scrivevo. Era dovere :)

Luca come si può rimediare questo film? Mi hai incuriosito un casino...

Guarda, non si dovrebbe dire, ma con ***** lo trovi... :)

Da paura:)

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