Piccioni Giuseppe

Luce dei miei occhi

Autore: 
Piccioni Giuseppe

Storia di due solitudini che si sfiorano arrivando a fondersi nel tentativo di anestetizzare il vuoto affettivo di cui è colma l’esistenza di entrambe. Con le sue due ore di proiezione Piccioni si cimenta nel difficile compito di raccontare la gente comune, personaggi “un po’ naufraghi sempre sul punto di perdersi, inadeguati, non vincenti, afflitti da un’infelicità media, viaggiatori della vita, visitatori del mondo”. Antonio e Maria, dunque, persone qualsiasi con due nomi qualsiasi, che diventano protagonisti di una pellicola rivelatasi, tuttavia, incapace di elevare la quotidianità ad opera d’arte. L’incontro tra l’autista e la commerciante di surgelati avrebbe potuto preludere ad un viaggio intimo all’interno di due personalità nettamente differenti e invece finisce col risolversi nel racconto di un percorso che si sgretola tra silenzi fatti di sguardi spesso insufficienti a colmare le lacune di una sceneggiatura troppo povera. E così Luce dei miei occhi si consuma sullo schermo come un’opera irrisolta, una vera e propria occasione mancata con quella insistente voce fuori campo che tenta di riempire il vuoto lasciato dalla pochezza dei dialoghi frammentari, sincopati, fastidiosamente disconnessi e privi di un solido intreccio, simili a singhiozzi che preannunciano un pianto sincero, un pianto in cui, però, non sfoceranno mai.
E non bastano gli stralci falsamente estrapolati dai romanzi di science-fiction della Urania a dar spessore al passato dei protagonisti, non basta il parallelo con Morgan per dare profondità alla vicenda e costruire il background psicologico dell’uomo su cui ruota l’intero film: quell’Antonio così alieno rispetto alla società in cui vive; quell’Antonio così diverso dai suoi stessi colleghi di lavoro; lui che legge e pensa sempre; lui, un tempo bravissimo a scuola, che vive un’esistenza al di sotto delle proprie possibilità; lui che, trapiantato a Roma, diventa il confidente muto dei suoi clienti in viaggio per la capitale su quel Mercedes di lusso capace di trasformarsi in un confessionale, lui che si innamora perdutamente di una donna conosciuta per caso e in grado poi di diventare sua unica ragione di vita, la luce dei suoi occhi, appunto. Una luce così abbagliante da costringerlo a proseguire la sua vita “con gli occhi chiusi”, immerso nel sentimento cieco che nutre per lei ed in virtù del quale giorno dopo giorno cancella se stesso arrivando ad annullarsi.
La musica di Ludovico Einaudi accompagna la trasformazione di Antonio, regalandoci un sottofondo intenso e suggestivo, mentre il regista sembra volersi fermare sulla soglia di questa storia. Come un bambino curioso che arresta la sua corsa dinanzi alle vetrine, Piccioni mette in sequenza, una dopo l’altra, le scene osservando dall’esterno, restando in punta di piedi ed allungando lo sguardo: oltre la finestra dell’abitazione di Maria, oltre la vetrina del bar in cui Antonio consuma il suo panino, oltre la vetrata dell’ufficio, nell’autorimessa, addobbata per Natale, oltre la vetrina del negozio di surgelati in cui Lisa trascorre l’intero pomeriggio con la madre in attesa della chiusura. E la narrazione risente di questa originale forma di discrezione da parte chi, da dietro la macchina da presa, pare seguire lo svolgersi della vicenda senza mai entrare nel fatto, con i fotogrammi che si susseguono senza che il film riesca a decollare.
Il vetro, infatti, lascia filtrare le immagini, ma lo spettatore finisce presto con l’annoiarsi di questo effetto acquario deluso dallo spreco di spunti narrativi importanti rimasti lì come semi piantati e tuttavia non germogliati, incapaci di dare i frutti che sembravano promettere, deludendo pertanto le aspettative di chi contava sulla possibilità di assistere alla proiezione di una pellicola di alto valore. Perché il film vorrebbe raccontare le frustrazioni di una donna in crisi, non educata all’amore da parte di una madre dalla quale si è sempre sentita ripetere di non valere nulla ed a sua volta incapace di amare, ma non ci riesce. Perché il film vorrebbe raccontare dello spirito di sacrificio, del senso di abnegazione su cui si fonda l’amore di Antonio, ma non ci riesce. Perché il film vorrebbe raccontare lo straniamento dell’impiegato medio, ingabbiato nei ritmi frenetici della routine quotidiana, ma non ci riesce. Perché il film vorrebbe raccontare le atrocità dell’usura, ma non ci riesce. Perché il film vorrebbe raccontare la solitudine di una ragazzina costretta dalle difficoltà a crescere troppo in fretta, in bilico tra l’affetto dei nonni e quello della madre, ma fallisce ancora una volta.
Perché il film vorrebbe raccontare della normalità, ma finisce col banalizzarla attraverso una prospettiva troppo superficiale fatta di accenni,di schizzi che non si tramutano mai in disegni e allora a poco servono i riconoscimenti del Festival di Venezia (Coppa Volpi per Lo Cascio e Ceccarelli) caldeggiati dal presidente della giuria 2001, se una pellicola non narra una storia, ma si limita semplicemente a tratteggiarne i singoli episodi.
 



Regia: Giuseppe Piccioni.
Soggetto: Umberto Contarello, Giuseppe Piccioni.
Sceneggiatura: Umberto Contarello, Giuseppe Piccioni, Linda Ferri.
Direttore della fotografia: Arnaldo Catinari.
Montaggio: Esmeralda Calabria.
Interpreti principali: Sandra Ceccarelli, Luigi Lo Cascio, Silvio Orlando, Barbara Valente, Toni Bertorelli, Paolo Pierobon, Isabella Martelli.   
Musica originale: Ludovico Einaudi.
Produzione: Lionello Cerri e Luigi Musini per Albachiara
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Origine:
Italia, 2001.
Durata: 113 minuti.


Info Internet: Sito Ufficiale di Giuseppe Piccioni.
Articoli e recensioni:
Italica Rai / reVision / PiGrecoEmme / Cinemavvenire / Cinematografo.






Angela Migliore, dicembre 2004.
originariamente apparso su Lankelot.com

ISBN/EAN: 
8010020090983

Commenti

"Perché il film vorrebbe raccontare della normalità, ma finisce col banalizzarla attraverso una prospettiva troppo superficiale fatta di accenni,di schizzi che non si tramutano mai in disegni e allora a poco servono i riconoscimenti del Festival di Venezia (Coppa Volpi per Lo Cascio e Ceccarelli) caldeggiati dal presidente della giuria 2001, se una pellicola non narra una storia, ma si limita semplicemente a tratteggiarne i singoli episodi".

Ottima clausola, sono sostanzialmente d'accordo. Molto meglio, dello stesso Piccioni, il precedente "Fuori dal mondo", anch'esso con l'ottima colonna sonora di Einaudi. Ecco, la colonna sonora è l'elemento migliore del film, un film che come giustamente noti è freddo, privo d'empatia nel raccontare. Più in generale, mi sembra che in questo tuo pezzo di cinema, molto più che nei precedenti in cui ti limiti - pur egregiamente - ad arricchire la sinossi, riesci a toccare più aspetti della pellicola. Tra i tuoi scritti(di cinema, ovvio) è decisamente il migliore, o semplicemente il più analitico.

La colonna sonora non è male. Ma, a parer mio, è invasiva: e non viene usato in funzione narrativa - vedi "Magnolia".
Ma è la formula che va adesso: quando non si ha niente da dire si mette il personaggio in macchina o a camminare, con lo sguardo perso nel vuoto, e sotto una musica nostalgica. Fa sempre breccia, ma a me stucca.

Il disco di Einaudi aveva degli sprazzi più che dignitosi, pur non esprimendo assolutamente niente di nuovo in un genere che mi sembra veda Keith Jarrett, da qualche decennio, a comandare onde nuove. Questo film l'ho perduto volutamente per le solite, grottesche ragioni extra-filmiche:). Magari un giorno mi cimenterò.

(Einaudi, cognome a parte, mi sembra abbia collaborato tempo addietro col buon De Carlo. Non ricordo più per cosa, forse un balletto. Ma non ne sono sicuro).

Ho un orecchio abbastanza sensibile, la colonna sonora per me è fondamentale. Ma il parere che posso dare, scrivendone, è del tutto soggettivo, nessuna competenza. Quanto ai pezzi sul cinema, Federico, furono un esperimento. Non è la mia materia e confesso di essermi trovata parecchio a disagio. Contenta, però, tu abbia apprezzato.
(Non sapevo nulla del connubio Einaudi- De Carlo)

visto in dvd come mi succede molto spesso, non mi ha lasciato particolari impressioni, è vero quello che scrivi.
Confesso poi di avere molto meno memoria per i film rispetto ai libri, i film, se non mi dicono granché. li rimuovo i brevissimo tempo.

Un film assente di vero senso. Mi annoiò e arrivai alla fine soltanto cullato dalla speranza di una sciabolata, che non arrivò affatto. Prossimo al nulla.

Tutto ciò che posso dirti è che il mio cervello ha colto "il parallelo con Morgan" anagrammandolo in "Magalli or n'è al conparlo". Tanto per esternare un nichilismo increscioso che non mi fa giudicare seriamente più nulla. Il film non l'ho visto, ma ce l'ho; Angela molto probabilmente hai ragione sull'opera ed io la vedrò escòisivamente per le grazie della Ceccarelli.

Eh, con Lo Cascio (per quanto bravo), la natura non è stata altrettanto generosa :)

"...si consuma sullo schermo come un?opera irrisolta, una vera e propria occasione mancata con quella insistente voce fuori campo che tenta di riempire il vuoto lasciato dalla pochezza dei dialoghi frammentari, sincopati, fastidiosamente disconnessi e privi di un solido intreccio, simili a singhiozzi che preannunciano un pianto sincero, un pianto in cui, però, non sfoceranno mai."
ecco mi pare cristallizzato il mio ricordo del film

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