Partire per un viaggio. Un viaggio come un altro. Dopo gli esami. Dopo aver concluso gli obblighi morali e borghesi. Dopo aver detto di sì alla coscienza. E la compagna di viaggio è Giorgia, una ragazza anomala ma con gli occhi intelligenti, la follia. Estorta ad un manicomio che odora di infamia e di non senso. La follia di quegli anni. La follia che divide i due fratelli, quando sono ad un passo dalla frontiera. La follia che rende lucido Matteo e lo fa optare per l’esercito. La follia che ritorna e spinge Nicola a tornare sulle orme del fratello, a cercare se stesso. La follia che concilia Matteo con il mondo, anche se solo per un attimo, impercettibile. Un secondo di felicità seminato in una vita di tormenti e di stenti. Quando Giorgia, dopo il suo ritorno, scandisce il suo nome. La follia. Agita la coscienza di Giulia, la moglie “borghese” di Nicola. La fossilizza in convincimenti privi di fondamenta, la priva di qualunque emozione e ragione. La follia che redime Nicola dagli sprazzi giovanili e lo investe di un ruolo carico di responsabilità, affinché possa compiere una missione liberatoria e bazagliana e da capofamiglia, lo rende uomo nobile e comune, la parte presentabile del cuore di Matteo. La parte necessaria per un contatto sociale.
E Nicola resta al mondo per amare Mirella. L’unica donna amata e non amata da Matteo. Nicola è la sintesi di quella generazione che ha stentato tra le piaghe del terrorismo e del “conformismo”, tra le rivolte sessantottine e le spedizioni educative, che ha visto amici e parenti cadere sotto i fendenti schizofrenici di manganelli, armi da fuoco, ideologie e ottusità, che ha pagato e sofferto perchè aveva a cuore un'idea, che è tornata su propri passi, eppure è la sintesi. Riesce a vedere il bello nelle cose, perché “tutto è bello”, come gli scrive il figlio di Matteo, suo figlio, dalla Norvegia, quel viaggio che Matteo non ha mai compiuto. Quel viaggio che Nicola ha compiuto. È la contropartita alle ostinazioni efferate di Giulia, è il riassunto pacifico di quei figli che sono diventati padri. Con nuova e sobria consapevolezza.
E Matteo è il cuore del film. Incapace di adattarsi, cerca regole e angoli in un esercito che sa di proletariato. Incapace di condividere sentimenti filiali e familiari, fugge verso qualcosa di indefinito, verso la morte. Incapace di riconoscere in se stesso i tratti dell’essere umano, si accorpa a Nicola. Prima e dopo la morte. A Nicola, il suo specchio, il suo corpo, parte di sé. Diviso. Ama i libri. Odia i libri. I libri lo portano all’università e alla mutazione. I libri lo guidano da Mirella e accompagnano in silenzio il suo triste e precoce epilogo. E la postura che assume, teatrale, nell’atto che lo priva del suo corpo, ci induce a pensare che almeno per un attimo sia stato capace di volare. Perché Matteo - come dirà poi Nicola a suo figlio - è stato scelto, affinché la sua anima possa coesistere con altri spazi più consoni a lui. Spazi divini. Perché anche se instabile, anche se preferisce le puttane all’amore, anche se non riconoscente, perchè non prova un dolore borghese per la morte del padre o perchè rinnega obblighi e doveri familiari, piange, lascia segni e tracce, lascia al figlio il testimone della sua vita, e alla fine e dopo la fine si lega indissolubilmente al cuore e alla testa del pubblico. Matteo è Nicola senza Nicola, è la parte alta di ognuno di noi. È il più bel personaggio cinematografico di sempre.
La meglio gioventù era un film per la tv. È un film per la tv. Il cast è formato perlopiù da attori televisivi che sembrano cinematografici. Il cast tecnico idem. Eppure la grana del film respira arte, si respira aria di cinema, di film unico nel suo genere, di vita. Perché il film combatte l’idea stessa di cinema, l’idea stessa di durata filmica, perché Giordana ha vissuto quegli anni e non li giudica e non li interpreta, forse si affida a Pasolini, ma non all’opinione comune, al discordante Pasolini. E quella gioventù: follia, politica, isterismi e suicidi, i drammi vissuti da quella generazione. E cambiare, volare verso un cielo più azzurro, non significa far coincidere il proprio viso con il muso della borghesia. Significa accettare. Accettare la propria condizione di sempre. Significa ricavare con acume un senso dal dolore. Significa non capitolare davanti a ideologie esasperate, capire che la rivoluzione può essere altro, e vedere il lato positivo nelle cose è una redenzione e un trionfo di se stessi. E la borghesia è altro. E le apparizioni metafisiche conciliano sì, ma non mi venite a parlare di concessioni.
Rulli e Petraglia scrivono. La meglio gioventù è un film scritto e interpretato. La meglio gioventù è un film diretto da un regista che ha cognizione del fuoco e della profondità di campo, che giostra con classe e competenza teleobiettivi, composizioni del quadro, luci sovraesposte. Teleobiettivi che viaggiano sulla pelle dei personaggi, teleobiettivi che imprigionano i personaggi in una dimensione claustrofobica, la dimensione storica, per poi liberarli. Inoltre Marco Tullio Giordana sa dirigere gli attori. Sa muovere le loro coscienze, sa ragionare sulle pause e sui silenzi, sa rendere empatico un dialogo oleografico, snoda gli snodi più aggrovigliati con somma leggerezza. Il cinema di oggi è messo in scena da tecnici e imbonitori dell’immagine, virtuosi del suono e pianificatori della fantasia, eppure Giordana va controcorrente e sceglie di sudare con gli attori, sceglie di comunicare. Attori che usano le corde della spontaneità, attori inclini alle teorie dell’improvvisazione, attori non bravi che vengono innalzati alla perfezione dallo spessore del personaggio.
La meglio gioventù è un film imperfetto. Si vede la matrice televisiva, ma non conta. Si vede che è stato girato in fretta, ma non conta. Si vedono slabbrature e incongruenze, ma non conta. Ciò che conta, è che una volta visto, possiamo dire di aver assistito a un capolavoro. Un capolavoro dell’emozione.
E se qualcuno vuole vivere per sempre, si accomodi. Matteo c’è già riuscito.
Regia: Marco Tullio Giordana. Soggetto e sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli. Direttore della fotografia: Roberto Forza. Montaggio: Roberto Missiroli. Interpreti principali: Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Jasmine Trinca, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Camilla Filippi. Produzione: Rai Fiction, Angelo Barbagallo. Origine: Italia, 2003. Durata: 358 minuti. Internet: http://www.italica.rai.it/principali/argomenti/biografie/giordana.htm
Commenti
Questa è la recensione che scrissi subito dopo aver visto il film 3 anni e mezzo fa. Ma come si fa a non amare questo film?:))
"La meglio gioventù è un film imperfetto. Si vede la matrice televisiva, ma non conta. Si vede che è stato girato in fretta, ma non conta. Si vedono slabbrature e incongruenze, ma non conta. Ciò che conta, è che una volta visto, possiamo dire di aver assistito a un capolavoro. Un capolavoro dell?emozione".
Tu dici che tante cose non contano, o non dovrebbero contare in questo film. Non so... anche per me è meglio di Novecento, anche per me è il miglior Giordana, anche per me è un buon film. Solo buono, non ottimo, né tantomeno capolavoro. Pecche evidenti: gli attori, come tu noti in parte (soprattutto la Bergamasco e la Trinca), una ricostruzione storica frettolosa (ma era inevitabile, credo)e non sempre corretta, una sceneggiatura che a volte zoppica, non solo nell'ultima parte. Il taglio televisivo lo penazlizza e Giordana non mi sembra abbia lampi di classe nella regia (anche se tu elogi la profondità di campo). La vera forza secondo me è nell'empatia (e questo lo noti bene) che restituisce allo spettatore, dosando bene cronaca e tempi del dramma. Come ti ripeto, buono ma non ottimo. Soprattutto se rivisto ( le pecche emergono più evidenti). C'è da fare una considerazione però, che a buona ragione lo colloca tra i prodotti di livello della cinematografia italiana degli ultimi anni. é una storia non provinciale che può essere apprezzata (come è accaduto) oltre i nostri confini. Ciò, nel grigiore del cinema italiano attuale, è un merito non da poco. Forse - proprio perchè cosi disabituati a vedere buon cinema nostrano - è per questo che l'abbiamo scambiato per un capolavoro.
Le tue notazioni sono giuste e condivisibili. C'è da dire che questo pezzo è nata dall'euforia del momento e quindi qualche inciso può apparire esagerato o ridondante. Franco potrà dirti bene come è andata la nostra visione di questo film e per questo mi sembrava giusto affiancare la mia alla sua recensione.
Le pecche ci sono, è vero. Ma posso dirti una cosa? Mentre guardavo il film, non me ne fregava niente. Quello che contava erano le emozioni - di conseguenza non mi accorgevo se un attore recitava male o se un dialogo era televisivo - e quelle sono passate, senza nessun filtro. Quello che contava era Matteo. Credimi, non mi sono mai immedesimato così tanto in un personaggio così. Fu quella la chiave che mi aprì totalmente all'opera, accettando di buon cuore tutti i difetti e le noncuranze che sono evidenti.
Continuo a ripetere che secondo me, a parte le annotazioni tecniche, la regia di Giordana è maestosa. Non tanto per la profondità di campo o per come muove la macchina, ma perchè ha costruito un film di 6 ore che scorre senza intoppi e senza didascalie. Credimi, è opera quasi impossibile, anche per i più grandi. Ci riuscì Coppola, forse, con i due padrini, ma sono stati girati e prodotti in anni diversi, e poi Coppola è un'altra storia.
E quando parlo di capolavoro, non lo intendo come capolavoro assoluto, ma dell'emozione. Il film arriva. E questo basta.
"Credimi, è opera quasi impossibile, anche per i più grandi". Dici, e posso crederci. Il personaggio di Matteo coinvolse anche me, di gran lunga più degli altri. Emozione, dici. Si, emozione si. Quella non manca, e posso dire che il film si segue con partecipazione. é alla seconda visione che ho notato un sacco di cose. é che spesso dovremmo affidarci solo alle prime emozioni ricevute, invece di spaccare in due il capello;) Nel complesso, ripeto, un film che si eleva dal provincialismo del nostro cinema.
"spesso dovremmo affidarci solo alle prime emozioni ricevute"...è vero, la seconda visione di un film mi ha spesso confuso ricordi e impressioni che consideravo inoppugnabili. Sarà per questo che non l'ho mai visto una seconda volta?:))
Probabile, anche io film che amo molto non li ho più rivisti:)
Mio caro Ian (perdona la confidenza :-D) non voglio ferire né le tue emozioni, né abbrutire con il mio sostanziale disaccordo il tuo ottimo stile e la tua conoscenza filmica. Ma. L'ho visto una sola volta e fu una memorabile (ed ammetto) isolata stroncatura in un altro sito... non me ne volere a male :-)
è un film che non ho visto. Non in senso stretto. L'ho visionato, destrutturato. Smontato e rimontato per ragioni professionali. Non si provano emozioni in questo modo. Dovrò sedermi in poltrona e osservarlo con gli occhi di uno spettatore per sapere che risposta darti caro Baolo. Tecnicamente però posso già dirti cosa penso. E' mia opinione che le immagini siano troppo viziate dal sapore televisivo che ormai ha invaso totalmente il "cinema" italiano. Si può automaticamente dire che un'impostazione di un certo tipo renda un prodotto meno qualitativo? In assoluto credo di no così come credo, però, che questo non sia cinema....
bene...credo di aver esordito facendo un po' di confusione. In ogni caso il mio commento (sempre che venga pubblicato, dal momento che ancora non appare)resta valido anche se ovviamente la persona giusta a cui rivolgerlo è iandegrassi
(Ave Guinness. Il primo commento è in moderazione; così sarà per il prossimo, perché i dati della tua pagina personale non erano ancora correttamente settati; pubblicane ancora uno, poi dal prossimo appariranno in tempo reale)