Esiste un momento di una bellezza scabra e difficile da condividere per chi non s'è mai trovato in quella condizione, in quel contesto; seduti di fronte ad un microfono, in radio, si avverte la sensazione d'avere l'opportunità unica di demistificare la realtà e di dire quel che altrove rimane inespresso. Cadono, si sgretolano, precipitano tutti i preconcetti e i pregiudizi: nessun tentativo di curare la propria immagine, nessuna velleità di esibizione o di ostentazione di intelligenza o coscienza o conoscenza o potere, nessun desiderio di nascondere ciò che si sente o si intuisce o si crede dell'arte, dei sentimenti, del sistema.
In quel momento si ha la percezione di poter essere il contatto; e di poter avere il contatto con tutti. Crollano le barriere dell'incomunicabilità; la comunicazione sfiora la perfezione onirica dell'autenticità e della trasparenza. Il pubblico può intervenire, ed essere altra voce del concerto: strumenti tutti di una sola sinfonia, un'esecuzione e un'interpretazione perfette. Tutto questo oggi difficilmente può avvenire: eccettuate poche coraggiosissime emittenti radiofoniche, la stragrande maggioranza delle piccole radio è consacrata e dedita alle leggi del commercio e delle simpatie per i potentati politici di turno.
Chiunque tra voi abbia avuto esperienza come speaker o fonico o dj in una radio, sa perfettamente che non dico altro che la verità. Se dunque oggi la situazione è pressoché disastrosa, e non si intravedono neppure soluzioni all'orizzonte per evitare che come i quotidiani anche i programmi radio si corrompano sino ad appiattirsi su una identica linea editoriale che non preveda altro che UN contenuto UN tema UN progetto e UNA idea, il guadagno, un tempo va detto che non era così.
Prima che i governi "ordinassero" l'etere a loro piacimento, esisteva l'opportunità di poter creare stazioni radio dove poter discutere, parlare e conversare con il pubblico liberamente, dove poter passare la musica che si sentiva più viva e nuova e libera, dove poter osare sfidare chi comanda e chi governa con mezzi spesso odiosi, violenti e repressivi.
In quel tempo è vissuto un giornalista del partito comunista, Peppino Impastato; la sua situazione ambientale era ben più difficile della nostra, in qualunque luogo uno di noi possa vivere oggi.
Viveva in un paesino siciliano a cento passi dal boss Tano Badalamenti.
Osservava la sua terra e il suo popolo schiantare al suolo, stremati dalle vessazioni, dalle intimidazioni, dalle prevaricazioni e dal potere della mafia; morivano uomini, si bruciavano sogni, si cancellavano ricordi e memorie. La libertà era la legge della mafia: di una mafia, potremmo dire, allora maledettamente più coperta di oggi dalle autorità locali, facilmente colluse coi loro traffici.
Nessuno si ribellava, nessuno reagiva. Chi si ribellava era morto o isolato. Abbandonato a se stesso. Impastato si nutrì di un'ideologia di libertà e rivoluzione; e lottò, nel nome del riscatto della sua terra e del suo popolo, per scrollare le coscienze e creare consapevolezze nuove. Combatté, gridando alla radio tutto ciò che scopriva e sapeva sulla mafia: nominando i boss mafiosi e i politici loro amici e protettori, spiegando quante e quali fossero le manovre e le uccisioni e le violenze.
Impastato fu un eroe sconosciuto a tutti noi: giovane quadro di un partito di un paesino della Sicilia. Morto in circostanze misteriose che solo oggi sembrano trovare spiegazione, come suggerisce Giordana.
Il film è un inno alla libertà, al coraggio, all'eroismo: all'anticonformismo, al desiderio di cambiare l'essenza della realtà, alla volontà di ferro di sradicare preconcetti e pregiudizi e convenzioni.
Nessuno di noi potrà mai avere un coraggio del genere: grazie a Dio, non esistono credo più in Italia contesti ambientali analoghi.
Il potere, in ogni sua forma, si è fatto più astuto: applica museruole, censura, taglia, corregge, ammutolisce. Uccidono in altra maniera.
La lezione di Impastato però è viva, e s'eleva a un tratto. Questo ragazzo rinuncia alla sua stessa vita: va incontro alla morte, coraggiosamente. Rinuncia a se stesso per l'ideale: la libertà.
La rivoluzione.
Giordana aveva già girato un film su un personaggio combattuto, detestato e assassinato in nome della sua diversità etica ed intellettuale: il nostro geniale Pasolini, talento unico del Novecento italiano.
Questa vocazione dunque alle figure anomale, estranee alla imperante massificazione culturale italiana, va salutata e incoraggiata e apprezzata infinitamente.
Questo film non è solo ben girato e pensato: è un tributo all'intelligenza e all'unicità dei rivoluzionari, un omaggio alle battaglie che hanno perduto, un auspicio per la vittoria finale nella guerra.
Lo spettatore assiste infiammandosi alla proiezione, identificandosi nel giovane speaker radiofonico siciliano e desiderando al termine del film un microfono dove denunciare tutto quel che nel sistema ha conosciuto come falso, artefatto, ipocrita, corrotto, violento. Ogni giorno, Impastato deve camminare tra noi. Sino alla meta: la libertà.
Un capolavoro italiano, questo film. Fantastico l'attore protagonista; adeguati gli attori di secondo piano. Il messaggio finale si impone al pubblico come incitamento definitivo alla ribellione.
È forse superfluo concludere che chi scrive non ha simpatie per il partito comunista; ma chi scrive saluta negli idealisti e nei ribelli dei fratelli, qualunque colore politico decidano di avere.
Solo chi crede e sogna e combatte è vivo. Ribelliamoci.
Questo film è il primo passo.
Lankelot, G.F., gennaio del 2002. Una prima versione di queste pagine, limate e revisionate nel giugno del 2003, è apparsa nel gennaio del 2002 su ciao.com e lankelot.com
Regia: Marco Tullio Giordana.
Soggetto e Sceneggiatura: Marco Tullio Giordana, Claudio Fava, Monica Zapelli.
Direttore della fotografia: Roberto Forza.
Montaggio: Roberto Missiroli.
Interpreti principali: Luigi Lo Cascio, Luigi Maria Burruano, Lucia Sardo, Paolo Briguglia, Tony Sperandeo, Andrea Tidona, Claudio Gioè, Domenico Centamore, Paola Pace, Francesco Giuffrida, Ninni Bruschetta.
Musica originale: /.
Produzione: Fabrizio Mosca.
Origine: Italia, 2000.
Durata: 114 minuti.
Commenti
Scritto a 24 anni. Molto barocco molto acerbo molto perifrastico. Ma qualcosa di buono e di vero e di onesto e di sentito riesco a ritrovarlo anche adesso, in questo pezzo qui. E al film, al regista e a Impastato rinnovo il mio ringraziamento - per diverse e ampiamente chiarite ragioni.
Io sono uno di quelli a cui il film ha lasciato parecchi dubbi. Mi è sembrata una pellicola un po' furbetta. Non brutto, ci mancherebbe, ma non un grande film. Ho preferito di gran lunga "La meglio gioventù".
Il pezzo lo trovo ben fatto, comunque.
Danke! Ci sono molto affezionato per parecchie ragioni. E' stato uno dei primi pubblicati nel web, quasi 5 anni fa.
Uno dei primi? Bé, sul serio, mi sembra decisamente buono. Esauriente nel restituire le principali suggestioni che regala la pellicola. Al di là del pensiero personale che ho del film.
Considera che non avevo mai scritto niente di cinema, naturalmente. E sinceramente - a parte due rubriche sul Wunder - non mi ero mai dedicato alla recensioni o alla critica. E' partito tutto da quel momento là, gennaio 2002. Ho cercato di inventare approcci sulla base di metodi diversi che mi avevano più o meno convinto e sedotto. E poi crack, s'è rotto qualcosa all'improvviso e non ci riesco più. Fico. Ma ho comunque scritto abbastanza:).
Hai scritto parecchio, direi. E alcune tue pagine sono davvero ispirate (penso a Big Fish, e altri ancora). e immagino lo siano non solo per me.
Io spero solo siano servite a dare anima a mondi come questo, questo era uno dei loro reali sensi.
Vado a docciarmi, ho quasi finito di recuperare la nottata in ufficio:)
Io ho cominciato a leggerti da qui, allora si chiamavano opinioni. Gennaio 2002 e chi se lo dimentica!
Quei cento passi li ho contati assieme al protagonista in una delle scene più belle del film. Davvero un piccolo capolavoro, un film di mafia che non racconta la mafia attenendosi ai soliti stereotipi, ma la descrive attraverso la forza delle idee di un uomo che ha il coraggio di guardarsi attorno e di non abbassare la testa. Un uomo che decide di rompere il silenzio e dare una scossa alla coscienza pubblica, esercitando un diritto di cui tutti gli altri avevano troppo superficialmente dimenticato di essere in possesso: quello alla libertà.