Giordana Marco Tullio

La meglio gioventù

Autore: 
Giordana Marco Tullio

La miej zoventút (La meglio gioventù).

 

Signòur, i sin bessòj,  no ti ni clamis pí!

No ti ni òlmis pí   an par an, dí par dí!

Par di cà il nustri scur   par di là il To luzòur,

no ti às pal nustri mal   nè ira e nè dòul.

Nuja da trenta sècuj,   nuja no è gambiàt,

al è unít il pòpul    e unít al combàt,

ma il nustri scur al è   scur di ogniùn di nu

e spartí lus e scur   ti lu sas doma Tu!

(…)

Vegnèit, trenos, puartàit   lontàn la zoventút

a sercià par il mond   chel che cà a è pierdút.

Puartàit, trenos, pal mond   paràs via dal país,

chis-ciu legris fantàs   a no ridi mai pí.

 

(trad.: Signore, siamo soli, non ci chiami più!/ Non ci guardi più, anno per anno, giorno per giorno!/ Di qua il nostro scuro, di là il Tuo chiarore,/ per il nostro male non hai né collera né compassione./ Niente da trenta secoli, niente è cambiato,/ si è unito il popolo e unito combatte,/ ma il nostro male è male di ognuno di noi/ e spartire male e bene lo sai solo Tu!(…) Venite, treni, portate lontano la gioventù,/ a cercare per il mondo ciò che qui è perduto./ Portate, treni, per il mondo, scacciati dal paese/ questi allegri ragazzi a non ridere mai più).  

 

(Pierpaolo Pasolini)*.

 

 

SPLENDORE E MISERIA. UN CAPOLAVORO MANCATO.

 

“La meglio gioventù” è un film che sembrava ambire a farsi paradigma generazionale. E la tentazione, uscendo dalla sala tra il primo e il secondo atto, è stata quella di accostarlo a “Novecento” di Bertolucci, reputandolo magari un ideale (e certamente meno ideologico) sequel: si pensava davvero ad una scena d’un futuro lontano qualche secolo, ad una grande sala iper-tecnologizzata dove, per raccontare un secolo di vita italiana, si proiettavano i due film degni di sintetizzare, rispettivamente, il primo e il secondo cinquantennio.

Purtroppo non si può affermare che “La meglio gioventù” meriti un riconoscimento del genere per via di un secondo atto che definire catodico, pleonastico, didascalico e intellettualmente imbarazzante è addirittura riduttivo (si intenda: a partire dalla conclusione della vicenda di Matteo, che è splendidamente congegnata e davvero superbamente rappresentata). 

Lascia spiazzati, e certamente disorienta leggere recensioni-panegirico di un film che, d’un tratto e inspiegabilmente, frana e cede di schianto, raso al suolo da una sceneggiatura che sembra improvvisamente scritta con la mano sinistra. E la rabbia dello spettatore è forse esasperata dalla frustrazione: aver avuto la netta sensazione che potesse trattarsi di un capolavoro irripetibile, ed essersi accorti che le ultime due ore sono semplicemente zavorra televisiva e pura didascalia e morale borghesotta, con tanto di ingenue insistite riprese lacrimose e trucchi che svaniscono senza spiegazione, è irritante e deprimente.

 

Si parla con rabbia perché “La meglio gioventù” è un film che non può non conquistare e meravigliare, almeno fino alla quarta ora delle sei di durata complessiva. Narrato con disincanto, passione e leggerezza, riesce perfino a far dimenticare le numerose trasandatezze che s’alternano nell’opera.

Nominiamole, senza distinguere tra i due atti: c’è qualche attore inadatto alla parte(Sonia Bergamasco è una poco credibile brigatista rossa: fatto questo che sorprende, considerando la formazione artistica di Giordana; Jasmine Trinca è una psicolabile che non muta d’aspetto nei quaranta anni di storia, e non ha alcun talento recitativo, come del resto aveva dimostrato nel suo mediocre esordio; Alessio Boni ha avuto in sorte il personaggio più complesso e affascinante degli ultimi dieci anni di cinematografia italiana, e ne ha letto fondamentalmente l’esteriorità: ossia, la superficie profonda), un divario incolmabile nella cura della sceneggiatura del primo e del secondo atto, una scelta sonora piuttosto fuori luogo nel secondo atto (inaugurarlo con “Who wants to live forever”, brano scritto per “Highlander” dai Queen, mi è sembrato kitsch e squalificante: quella canzone appartiene ad altro mondo e altra storia, ed è troppo inesorabilmente connotata per essere riadattata dopo neppure diciotto anni), una presenza inspiegabile nella sigla del secondo atto (il barone Nils Liedholm: e lo scrivo da romanista), una incuria penosa nella fedeltà ai dialetti (ancora e soprattutto nel secondo atto), con personaggi d’origine x che assumono un dialetto y in neppure cinque anni, didascalie forzatissime (un basagliano è e rimane basagliano pur privandolo  della fotografia di Basaglia in studio), sprazzi di autentico drammone borghese o artificiosamente strappalacrime (alludo, ad esempio, alla scena del basagliano Lo Cascio e della lettera aperta dal bambino), e, in generale, una visione del mondo medio-alto borghese che davvero non ha più nulla di paradigmatico o di emblematico, ma è semplicemente parziale, faziosa, fastidiosa e non condivisibile: non manca neppure la mitica seconda casa in Toscana, e stranamente c’è un vuoto di sceneggiatura legato alla terza in Sardegna, poi le consuetudini borghesi son complete. E ancora ne avremmo da dire: si affronta Tangentopoli in un dialogo piuttosto becero ed estemporaneo in carcere, e la si risolve in poche battute che lasciano a dir poco basiti: all’insegna di un qualunquismo e di un proto-revisionismo che non appartengono affatto alle corde di Giordana. E ancora, a volte sembra che i personaggi non manchino a nessuno dei grandi eventi (luttuosi e non) avvenuti nel nostro Paese: a volte il meccanismo funziona, altre volte è grottesco e caricaturale.

Un vero peccato che del Sessantotto e del Settantasette si parli invece in maniera piuttosto marginale e incompleta. Mancato il coraggio? (o imposizioni e condizionamenti esercitati dalla produzione?) La sensazione è che sia rimasto molto da raccontare di quegli anni, e che si sia preferito rimanere ai prodromi, alludere, accennare. Un po’ poco davvero quel che si vede.

E non basta raccontare la storia di una famiglia (agiata e sostanzialmente fortunata) per rappresentare la storia di una nazione. Rulli e Petraglia avrebbero potuto creare anche dodici fratelli al posto dei quattro poi adottati nella storia: non sarebbe comunque stato sufficiente.

Allora, concludiamo la prima parte dell’analisi: ottime intenzioni, sprazzi geniali, sceneggiatura impeccabile nel primo atto e frettolosa e trasandata nel secondo: regia dalla vena alterna, prima verve ed eleganza poi opacità e linearità catodica; traccia sonora del primo atto (“House of the rising sun”) indovinata, traccia del secondo paraculetta e rubacchiata.

“House of the rising sun”, almeno, non è mai stato il leit motiv di un film.

Amo il Giordana di “Pasolini, un delitto italiano” e de “I cento passi”: stavolta ho sognato di vedere un capolavoro che non esiste. E se davvero qualcuno sentisse di giudicare questo film come una delle vette più alte del cinema italiano contemporaneo, allora onestamente dovremmo ammettere che si vive in tempi bui. Che si avvicini a grandi passi la notte fonda, questo sì.

È un film di buona qualità, toccante e godibile: ma è divino solamente nella figura di un personaggio, Matteo, davvero perfetto nella sua incredibile complessità. Non basta a farne un capolavoro. Purtroppo.

 

Veniamo adesso alla trama.

 

Quarant’anni di narrazione, dai primi anni Sessanta ai giorni nostri. La famiglia medio-borghese Carati è la protagonista indiscussa del film: quattro figli, il tenebroso e contrastato studente di Lettere Matteo (Alessio Boni), il solare ed empatico studente di Medicina Nicola (il grande Luigi Lo Cascio), la mite e matura Giovanna(Lidia Vitale), entrata giovanissima in magistratura, e l’ultimogenita, la piccola Francesca (Valentina Carnelutti), fragile e dolce.

I genitori sono il romanissimo Angelo (Andrea Tidona), figura paterna rumorosa, vivace e presenzialista, e la lombarda romanizzata Adriana(Adriana Asti), impeccabile e appassionata insegnante.

 

Nicola e Matteo sono inseparabili: all'inizio della storia sono due universitari che condividono speranze, (ottime) letture e (cazzeggianti) amicizie. Prossimi a partire per Capo Nord, si trovano a rinviare il viaggio per il rocambolesco e inatteso ingresso nella loro vita di Giorgia (Jasmine Trinca), che Matteo riesce a far evadere dal manicomio dove era internata, sconvolto per le cure che era solita ricevere. Assieme la accompagnano fino al suo paese natale, e poi ancora altrove, sulle tracce del padre naturale: è l’estate dell’infausto mondiale del 1966, campeggiano striscioni (ancora) inneggianti a Bulgarelli in tutte le strade. La fuga con Giorgia verrà bruscamente spezzata da un rovescio della sorte: a quel punto, i tre prenderanno strade differenti.

La ragazza svanirà, accompagnata da due carabinieri, nell’atrio di una stazione ferroviaria; Matteo salirà su un treno, determinato ad arruolarsi nell’esercito (e sarà il principio d’una scelta di vita che lo condurrà ad abbandonare gli studi e a scegliere, lui ribelle e anticonformista, di servire lo Stato nelle forze di Polizia, in cerca di “regole”, per “applicarle”); Nicola si voterà, illuminato dall’esperienza appena vissuta al fianco di Giorgia, alla causa della psichiatria, imponendosi come splendido interprete delle teorie di Basaglia. Non prima, però, d’aver compiuto il viaggio progettato in Norvegia, fin quasi a Capo Nord, con relativa esperienza lavorativo-esistenziale-sessuale e successivo ritorno in Italia, per prestare soccorso nei giorni dell’alluvione dell’Arno.

Questo l’incipit della vicenda dei due fratelli, il solare Nicola, poi sposo della rivoluzionaria Giulia Monfalco (Sonia Bergamasco), e il lunare Matteo, estraneo alla vita, solitario e isolato in qualunque contesto.

Accompagneremo la famiglia Carati dal 1966 al 2003 (!). Tra amori, morti, separazioni, fortune e fallimenti, nascite e malattie. Sullo sfondo (e spesso, da protagonista) la storia d’Italia. Il respiro voleva essere forse da romanzo ottocentesco: s’è sbagliato secolo d’ambientazione, allora. Peccato.

 

Un buon film con parecchie ambizioni e malcelate pretese d’immortalità. Apprezzabile e deprecabile al contempo. Magmatico, allora, e da tornare a giudicare qualora fosse rimaneggiato, revisionato, limato, e via dicendo.

Una buona ora di pecche e (grossolane) imperfezioni può essere corretta.

 

“La meglio gioventù” doveva essere trasmesso da Raiuno: dopo varie traversie e tortuosi rinvii, è stato necessario il prestigioso riconoscimento “Un certain regard” ottenuto al Festival di Cannes 2003 perché l’opera conquistasse, suddivisa in due atti, il diritto ad apparire (almeno o addirittura?) nelle sale.

 

“Sul ponte di Bassano bandiera nera

la meglio gioventù va soto tera”.

(Canto popolare)

 


Regia: Marco Tullio Giordana.


Soggetto e sceneggiatura: Sandro Petraglia, Stefano Rulli.

Direttore della fotografia: Roberto Forza.

Montaggio: Roberto Missiroli.

Interpreti principali: Luigi Lo Cascio, Alessio Boni, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Maya Sansa, Valentina Carnelutti, Jasmine Trinca, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Camilla Filippi.

Musica originale: -

Produzione: Rai Fiction, Angelo Barbagallo.

Origine: Italia, 2003.

Durata: 358 minuti.

Internet: http://www.italica.rai.it/principali/argomenti/biografie/giordana.htm

Altri film di Giordana: 

 


 

 


 

Lankelot, G.F., agosto del 2003.

 

*I versi di Pierpaolo Pasolini provengono dalla raccolta di poesie “La meglio gioventù”. Prima edizione: Sansoni, Firenze, 1954.

Edizione di riferimento: Einaudi, Torino, 1975.(titolo: “La nuova gioventù”).

 

ISBN/EAN: 
8032807010335

Commenti

"la vicenda di Matteo, che è splendidamente congegnata e davvero superbamente rappresentata". Ecco, sarò riduttiva e illogica, ma per me e per ragioni che non sto qui a spiegare, il film è tutto lì. E mi è prezioso.

"Lascia spiazzati, e certamente disorienta leggere recensioni-panegirico di un film che, d?un tratto e inspiegabilmente, frana e cede di schianto, raso al suolo da una sceneggiatura che sembra improvvisamente scritta con la mano sinistra. E la rabbia dello spettatore è forse esasperata dalla frustrazione" >> Gianfranco ti adoro. Tale frase non ha niente di sessuamente implicito, inteso :-)). Su questo film ho intrattenuto interminabili discussioni per la mia indifferenza e frustazione. Ecco, forse fra le varie convergenze parallele questa è veramente interessante. Ok commento poco professionale ma mi vien così

"Un vero peccato che del Sessantotto e del Settantasette si parli invece in maniera piuttosto marginale e incompleta. Mancato il coraggio? (o imposizioni e condizionamenti esercitati dalla produzione?)" >eh. forse l'ambizione non corrispondeva al talento. Anche

"ottime intenzioni, sprazzi geniali, sceneggiatura impeccabile nel primo atto e frettolosa e trasandata nel secondo" > cito qui anche per gli altri rimandi: ottime intenzioni, ma scarso film, anche per altre due ore delle sei che esamini. Troppe troppe cose che non vanno: mielosità. melodramma, storia e storie scardinate, regia distratta.

"Apprezzabile e deprecabile al contempo. Magmatico, allora, e da tornare a giudicare qualora fosse rimaneggiato, revisionato, limato, e via dicendo." > appoggio. Anzi, quoto :-)

"Si parla con rabbia perché ?La meglio gioventù? è un film che non può non conquistare e meravigliare, almeno fino alla quarta ora delle sei di durata complessiva. Narrato con disincanto, passione e leggerezza, riesce perfino a far dimenticare le numerose trasandatezze che s?alternano nell?opera."

Concordo, sostanzialmente. E anche sulle critiche che fai agli attori. é un film necessariamente approssimativo, vista la grande ambizione di essere film-saga, film-storico e film (comunque) d'intrattenimento. Con tutte le sue pecche è comunque un film che si fa amare, che non lascia indifferenti e che non ha la pesantezza ideologica del Novecento di Bertolucci. In ogni caso è il miglior Giordana.

Mi accodo all'adorazione di baol70. Sottoscrivo ogni riga. E poi quella poesia in apertura, che raffinatezza, Gianfranco!

2. Baol, ti adoro anch'io. Sappi che mi scontrai frontalmente con mezzo allora lankelot.com, nella fattispecie Ian e Patrick in primis, proprio per spiegare le ragioni per cui amavo ma non idolatravo questo film. E vedrai che il dibattito si riaprirà;)

Ilde, idem:).
(sapevo che quella poesia ti sarebbe piaciuta;) ).

bene se si apre un dibattito :-). Spero di essere presente e partecipare. Ripeto: le idee a volte sono ottime. La realizzazione spesso è priva di sostanza.

Opzioni visualizzazione commenti

Seleziona il tuo modo preferito per visualizzare i commenti e premi "Salva impostazioni" per attivare i cambiamenti.