La brillante opera di Terry Gilliam, pur spesso tribolata (nota la vicenda del mai venuto alla luce – ci si è fatto su un documentario sulla lavorazione: Lost in La Mancha – The man who killed Don Quixote e le difficoltà di lavorazione e distribuzione di The Brothers Grimm e Tideland e non sempre all’altezza delle tante aspettative dei fan, ha partorito lungometraggi notevoli per originalità, estro creativo e genio narrativo. L’esercito delle 12 scimmie è, a mio parere, unitamente a Brazil la sua pellicola più densa, trascinante e ricca di significati. È anche l’opera per certi versi più estrema e pessimista, nonostante sia anche la più hollywoodiana, vista l’apparenza d’action fantascientifico di puro intrattenimento, non dimenticando l’impiego di star note e strapagate come Bruce Willis (allora all’apice della popolarità) e Brad Pitt. Un film paranoico, centrato su un protagonista che vive una realtà schizofrenica, sballottato come si ritrova tra un presente-futuro e un passato che è proprio ai nostri contemporanei, uno scenario apocalittico in cui la salvezza dell’umanità è improbabile se non addirittura impossibile. Una sentenza definitiva, come accennavamo, perché l’umanità cui fa cenno Gilliam - la nostra - pare non meriti altro che l’estinzione. Il regista di Minneapolis sovverte i consueti canoni narrativi, confonde, disorienta, costruisce una realtà claustrofobica non lontana dal precedente e più fortunato Brazil. L’esercito delle 12 scimmie, difatti, pur avendo avuto a disposizione il più alto budget mai concesso a Gilliam, non ha incontrato – inspiegabilmente, a mio modo di vedere – i giusti consensi di pubblico e critica. L’ambientazione futuristica, gli amati barocchismi cari al regista, la rappresentazione fortemente onirica che permea la pellicola, la trama che gira spesso su se stessa non hanno forse consentito la facile interiorizzazione dello spettatore; tutti elementi che, a ben guardare, nell’essere assemblati con evidente maestria da Gilliam, grazie alla partecipazione di star come Willis e Pitt (qui in ruolo assai inconsueto per i suoi standard), avrebbero invece dovuto conferire al film quell’aurea fascinosa e maledetta che – ai miei occhi è lampante - emerge sin dalle primissime sequenze. Ma Gilliam, si sa, pur avendo tra le mani prodotti ad alto budget, non cerca mai il consenso a tutti costi. E poi la troppa carne al fuoco spesso confonde gli spettatori in cerca di svaghi semplici ed immediati, tanto che essere catapultati negli angosciosi mondi di James Cole, consci ed inconsci, onirici e reali, avrà creato qualche principio schizoide anche nella mente di qualche avventore impreparato – da questo punto di vista Gilliam fa anche “peggio” con il successivo, allucinato e ancor meno fortunato Paura e delirio a Las Vegas.
La passione per la settima arte consente al regista americano di disseminare lungo la pellicola non casuali rimandi a note opere cinematografiche, partendo da uno dei capolavori comici interpretato dai Fratelli Marx e diretto da Norman Z. McLeod, Monkey Business (primo simbolico richiamo alle 12 scimmie del titolo, peraltro volutamente fuorviante), passando per Vertigo e Gli uccelli del maestro Hitchcook (il passo trasposto da Vertigo, già presente in La Jetée, è il fuggevole ed emblematico dialogo sul tempo e sul dubbio dell’eterno ritorno tra Kim Novack e James Stewart; da Gli uccelli è tratto invece un fotogramma eloquente e simbolico del volatile che si fa inaspettato predatore: la natura che si rivolta contro l’uomo). Il tema ambientalista, animalista in particolare, è difatti marcato a fuoco da Gilliam sull’intera pellicola, partendo dal titolo evocativo, Twelve Monkeys, fino ad arrivare ad ipotizzare che la fine dell’umanità passi, pur per vie tortuose e controverse, attraverso l’opera di animalisti guidati da una mente folle. Brad Pitt incarna la follia, infantile e pericolosa, regalando un’interpretazione convincente nei panni dello psicolabile grazie al quale, per effetto del fato e di un cortocircuito temporale, sembra rabbuiarsi di colpo il destino del pianeta. Anche qui Gilliam inganna e confonde fino alla fine, svelandoci, nel materializzare il reale esecutore della distruzione di massa, che l’Apocalisse prossima ventura è frutto di una schema assai più ragionato. Per quanto folle comunque ragionato, tragicamente inevitabile, a quanto sembra. Bruce Willis, “supereroe” improbabile mai cosi incline alla commozione e al pianto, grazie al maniacale lavoro sull’interpretazione voluto da Gilliam annienta in un solo colpo la sua verve simpaticamente burlesca, piaciona ed ammiccante, regalando un’interpretazione sfaccettata e di livello che, di li in poi, non gli sarà estranea in altre successive pellicole (un esempio su tutti: Il Sesto Senso). L’unica interpretazione monocorde è quella della Stowe, peraltro in possesso di un personaggio che – unica pecca di Gilliam - avrebbe potuto trovare maggiore complessità anche dal punto di vista narrativo.In un simile calderone visivo-narrativo, che poteva tenere in piedi solo un abile creativo come Gilliam, sono comunque molte le scene da ricordare, tra le quali spicca l’intero blocco finale, una lunga sequenza a ralenti che apre di sfuggita l’opera e che circolarmente pone fine al presentimento – un tratto reale di vita passata – di morte che aleggia sulla vita e nei sogni di Cole, chiudendo simbolicamente la vicenda. Sul dettaglio degli occhi di un bambino. È uno dei più suggestivi finali della storia del cinema. Che naturalmente non vi svelerò, per non rovinarvi la visione di quest’opera ricca di pathos e di genio, decisamente da rivalutare, perlomeno quanto il fascinoso corto che l’ha ispirata.
Regia: Terry Gilliam. Soggetto: Chris Marker. Sceneggiatura: Janet Peoples, David Webb Peoples, Terry Gilliam. Montaggio: Mick Audsley. Direttore della fotografia: Roger Pratt. Scenografia: Jeffrey Beecroft. Interpreti principali: Bruce Willis, Madeleine Stowe, Brad Pitt, Bill Raymond, Jon Seda, Christopher Plummer, David Morse, Michael Chance, Vernon Campbell, Joseph Melito, Ernest Abuba, Joey Perillo, Rozwill Young, Bob Adrian. Musica originale: Paul Buckmaster, Tom Waits. Produzione: Charles Roven per Atlas Entertainment. Titolo originale: “Twelve monkeys”. Origine: USA, 1996. Durata: 129 minuti.
Commenti
Ecco uno dei migliori Gilliam, visto che ero in tema, negli ultimi giorni. Con piccolo omaggio a Epic nei link.
"Un film paranoico, centrato su un protagonista che vive una realtà schizofrenica, sballottato come si ritrova tra un presente-futuro e un passato che è proprio ai nostri contemporanei, uno scenario apocalittico in cui la salvezza dell?umanità è improbabile se non addirittura impossibile."
concordo, è un'ottima recensione, precisa e analitica, documentata. Il film l'ho visto in dvd, ma non è il mio genere, non mi ha preso più di tanto.
"È anche l?opera per certi versi più estrema e pessimista, nonostante sia anche la più hollywoodiana, vista l?apparenza d?action fantascientifico di puro intrattenimento, non dimenticando l?impiego di star note e strapagate come Bruce Willis (allora all?apice della popolarità) e Brad Pitt. Un film paranoico, centrato su un protagonista che vive una realtà schizofrenica, sballottato come si ritrova tra un presente-futuro e un passato che è proprio ai nostri contemporanei, uno scenario apocalittico in cui la salvezza dell?umanità è improbabile se non addirittura impossibile. Una sentenza definitiva, come accennavamo, perché l?umanità cui fa cenno Gilliam - la nostra - pare non meriti altro che l?estinzione."
> Sottoscrivo. Visto e apprezzato più volte, negli anni, piacevolmente nei periodi di accesso paranoide e nelle notti insonni. Ottimo contributo:)
(ti inserisco l'archivio GILLIAM)
"E poi la troppa carne al fuoco spesso confonde gli spettatori in cerca di svaghi semplici ed immediati, tanto che essere catapultati negli angosciosi mondi di James Cole, consci ed inconsci, onirici e reali, avrà creato qualche principio schizoide anche nella mente di qualche avventore impreparato ? da questo punto di vista Gilliam fa anche ?peggio? con il successivo, allucinato e ancor meno fortunato Paura e delirio a Las Vegas."
> Sempre grato nelle notti mansardate, altro film-must:)
4 - Vedrai che prima o poi arriverà anche il delirio a Las Vegas: la filmografia di Gilliam va certamente analizzata per intero, o quasi. Grazie per i commenti, l'apprezzamento (anche a Marina, naturalmente) e l'aggiornamento archivio Gilliam;)
Assolutamente d'accordo, Federico. Con Brasil è il più bel Gilliam.
"L?ambientazione futuristica, gli amati barocchismi cari al regista, la rappresentazione fortemente onirica che permea la pellicola, la trama che gira spesso su se stessa non hanno forse consentito la facile interiorizzazione dello spettatore; tutti elementi che, a ben guardare, nell?essere assemblati con evidente maestria da Gilliam, grazie alla partecipazione di star come Willis e Pitt (qui in ruolo assai inconsueto per i suoi standard), avrebbero invece dovuto conferire al film quell?aurea fascinosa e maledetta che ? ai miei occhi è lampante - emerge sin dalle primissime sequenze"
Centrato in pieno. E' il bello del film, si può fare a meno della trama per goder del delirio dei colori, delle voci, delle inquadrature. E poi Brad Pitt che mostra il culo è geniale...
I Marx sono citati quasi sempre. Nel capolavoro "Brazil" c'è "Cocoanuts", ne "La leggenda del Re pescatore" Robin Williams canta una canzone di Groucho, "Lydia the tatooed lady". Gilliam è sempre stato onesto da questo punto di vista...
(non c'entra nulla, ma lo sketch della panchina che ha coronato il successo a 'Zelig' di Ale & Franz è un plagio spudorato di una scenetta di John Cleese degli anni '70...)
"Il tema ambientalista, animalista in particolare, è difatti marcato a fuoco da Gilliam sull?intera pellicola"
io un degrado realizzato così bene al cinema l'ho visto solo in 'Trainspotting'...
"In un simile calderone visivo-narrativo, che poteva tenere in piedi solo un abile creativo come Gilliam, sono comunque molte le scene da ricordare, tra le quali spicca l?intero blocco finale, una lunga sequenza a ralenti che apre di sfuggita l?opera e che circolarmente pone fine al presentimento ? un tratto reale di vita passata ? di morte che aleggia sulla vita e nei sogni di Cole, chiudendo simbolicamente la vicenda. Sul dettaglio degli occhi di un bambino. È uno dei più suggestivi finali della storia del cinema. Che naturalmente non vi svelerò, per non rovinarvi la visione di quest?opera ricca di pathos e di genio, decisamente da rivalutare, perlomeno quanto il fascinoso corto che l?ha ispirata"
certo, il finale è uno dei pochi brani cinematografici in cui il rallenti non sia completamente inutile... (il cinema del grandissimo Steven Seagal ne è ricco, naturalmente)