BLOOD, FACINOROSOS!
I soldati Romani, espressivi come i cugini delle legioni di Asterix, pestano senza pietà. Sullo sfondo, il popolo d’Israele, ridotto in miseria dall’oppressore imperialista, assiste senza comprendere: al centro della scena, un Cristo che cade al rallentatore, con una facilità degna delle moviole calcistiche e un compiacimento francamente incomprensibile.
“The Passion of the Christ” è un’operetta grandguignolesca e fanatica, incapace di rappresentare pure l’ombra della spiritualità d’un uomo che è salutato come Messia o come profeta dalle principali religioni monoteiste del mondo: è un risibile esercizio d’ultraviolenza, una grottesca e sfarzosa ostentazione di sadismo, sfavillante di fontane di sangue; riflesso d’una mente – quella del regista e co-sceneggiatore del film, Mel “Wallace” Gibson – discretamente flagellata da un fanatismo nauseante.
Mister Gibson – bontà sua – giura d’aver girato per ispirazione dello Spirito Santo: il Vaticano non prende (almeno ufficialmente) le distanze nonostante l’affermazione possa suonare – a voler essere franchi – vagamente blasfema. Ultime dodici ore della vita del Cristo, dal principio alle fine delle violenze, dall’arresto nel Getsemani fino alla deposizione dalla Croce (richiamo iconografico alla Pietà): la dissolvenza sul nero annuncia la Resurrezione.
Tra processi sommari, Caifa protoinquisitori e Pilato proto-democristiani, epifanie diaboliche e imprevedibili flashback. Recitato in latino e in aramaico (sottotitoli in italiano), nella (segreta?) ambizione di poter rendere più credibile quel che appare sullo schermo: impatto presto attutito da qualche richiamo registico al precedente “Braveheart”. Si pensa, in particolare, alla durata, all’insistenza e alla morbosità delle riprese nelle scene di tortura di entrambi i film, e ai ralenty adottati quando si fronteggiano le opposte fazioni (confrontare Getsemani e diverse sequenze di “Braveheart”: s’allude, ad esempio, alla prima rappresaglia di Wallace).
Sanguinolento, semplicemente sanguinolento: e pericolosamente sedotto dalla ferocia e dalla violenza del massacro del Messia, quasi a voler incarnare uno dei sogni di Alex in “Arancia Meccanica” – questo è il film per chi sognava d’essere uno dei legionari che fustigavano il Cristo, non per chi vuole assistere a una lettura del messaggio evangelico o per quanti vorrebbero avvicinarsi a un’altra visione del Cristianesimo. Ecco: “The Passion of the Christ” è il sorriso visionario del drugo Alex, esaltato e compiaciuto dal martirio d’un innocente.
Un cenno al cast. Cristo è interpretato da James Caviezel (“La Sottile Linea Rossa”, “Frequency”): l’attore non ha particolari opportunità di rivelare i suoi talenti recitativi, pesto e malconcio come appare sin dalle prime battute. In qualche circostanza, è stato sostituito da un robot in grado di compiere movimenti basilari. C’è un diavolo (Rosalinda Celentano), apparizione simbolica destinata a risultare una semplificazione semantica di dubbio gusto.
La rumena Maia Morgenstern è Maria: la sua è l’unica recitazione al di sopra della mediocrità; capace di esprimere dolore, disperazione, compostezza.
Inaccettabile l’inespressiva Maria Maddalena della sempre bellissima Monica Bellucci. Difficile infine comprendere la scelta del “figlio d’artigianato” Luca Lionello nei panni di Giuda: recita con l’intensità e la credibilità di chi sta vivendo la prima esperienza lisergica.
Girato tra Matera e Cinecittà, “The Passion of Christ” ha sollevato (o è stato accompagnato da?) un mare di polemiche: s’è scritto fosse antisemita, ma obbiettivamente non si percepisce traccia di antisemitismo; chi ne esce con le ossa rotte è (oltre al Cinema) il Romano indifferente e carnefice. S’è detto che certi porporati avessero apprezzato questa operetta stars & stripes: ci domandiamo cosa abbiano trovato d’originale o d’intelligente o d’innovativo, considerando che la nostra è la patria delle rappresentazioni della Passione (si veda il significato del lemma nel Medioevo), e che al limite il surplus emozionale poteva derivare dagli effetti speciali.
S’è letto che qualcuno ha avuto crisi di pianto o malori in sala. È bene glissare a proposito delle probabili ragioni di questi fenomeni nevrastenici.
Concludendo, spiace registrare che l’ultima immagine – quella della Resurrezione – risulta, forse per via d’una stravagante colonna sonora, più prossima ad evocare “Terminator” o “Il Golem” che il mistero del ritorno alla vita del figlio di Dio.
Trascurabile e volgare. Riservato ai cultori del grandguignol e dell’ultraviolenza, e ai fanatici d’ogni fede e d’ogni tempo.
Gianfranco Franchi, Lankelot. Aprile 2004 - orig. apparso su lankelot.com
Regia: Mel Gibson.
Sceneggiatura: Mel Gibson, Benedict Fitzgerald.
Liberamente ispirato dai vangeli di Marco, Luca, Matteo, Giovanni.
Direttore della fotografia: Caleb Deschanel.
Montaggio: John Wright.
Interpreti principali: James Caviezel, Monica Bellucci, Claudia Gerini, Maia Morgenstern, Sabrina Impacciatore, Hristo Shopov, Luca Lionello, Hristo Jivkov.
Musica originale: John Debney.
Scenografia: Francesco Frigeri.
Produzione: Bruce Davey, Mel Gibson, Stephen McEveety.
Origine: Usa, 2004.
Durata: 127 minuti.
Info Internet: Sito Ufficiale / Intervista a Caviezel (Trovacinema) / Intervista a Gibson (Trovacinema)
Articoli e recensioni: Cinematografo. it / Repubblica / CastleRock / Girodivite / Italica Rai / StradaNove / Spietati / Repubblica – Nepoti.
Commenti
Lo sai che non sono mai riuscito a vederlo per intero. Ho amici - purtroppo per loro - che sono rimasti assai affascinati da questo insulso delirio gibsoniano che non ha nulla a che vedere con le sue due ottime, precedenti regie: "L'uomo senza volto" e "Braveheart". In attesa del disneyano "Apocalypto", imminente sua nuova regia ispirata a una fiaba maya, tutta girata (a quel che si dice) in lingua antica di quei popoli. Che il delirio stia proseguendo? Mah...
grande franchi! emmm... epicè scusa una domanda... che cosa è riuscito a fare mel gibson?
Mi attendo grandi cose dall'incontro tra i Maya e Gibson: a partire dai ralenti che ti annunciano un agguato o una trappola, per finire con qualcosa di misteriosamente vincolato a un messaggio messianico:).
comunque io propongo consulenza alla sceneggiatura di ratzy. diteglielo a mel: figurone garantito. titolo: le nuove confessioni. confessio laudis e confessio culpae. sic!
Fiat! Il nemico islamico va convertito con stile. Ma se pizzico quel cazzo di afro-arabo o quel che era che ieri mi ha fracassato il vetro della macchina altro che stile. Punizione medievale.
la cosa curiosa è che,benchè incattolici, ci girano le palle come fossimo marescialli dei templari.
qualcuno dovrà assumersi la responsabilità dell'intolleranza...
e la tolleranza è una grandissima schifezza
Sì, e a questo proposito ti comunico che ho appena deciso di rimettermi al collo il medaglione dei Templari. Pronto a mantenere fede al cognome e a darmi da fare con il Saracino aggressore di Roma.
Concordo con te Nevabop, "tolleranza" è un termine ambiguo assolutamente da abolire.
L'avevi tolto, Fra'? E chi sarebbe il Saracino aggressore?