Apocalypto sarà pure strapieno, secondo il vezzo diffuso a Hollywood (da che è Hollywood), di imperfezioni e mostruosità filologiche (ma sul dialetto maya pronunciato dagli attori nessuno osa fiatare). Sarà pure supino nella sua terza parte ai cliché delle grandi fughe americane che vogliono l’eroe solitario alla Rambo immutabilmente inseguito dal cattivissimo e ferocissimo commando nemico. Eppure Apocalypto resta un film – per lo meno a tratti – grandioso. È il parto di una mente vittima di un rapporto turbato con la fisicità e la violenza ma in grado come poche, nel mercato cinematografico di massa, di parlarci per metafore e angosciose divinazioni del nostro tempo delirante, sconvolto.
Lasciate stare i Maya. Guardate questo film con la mente sempre concentrata sulla contemporeneità di un Occidente schizoide, impaurito e fragile ma allo stesso tempo ancora potente, capace di controllare il mondo intero con la forza ma sempre più consapevole degli scricchiolii che minano le assi del suo dominio. Un sistema nevrotico, che quanto più gonfia i muscoli tanto più si fa gonfiare dai dubbi, più esercita i tradizionali strumenti (militari, economici, energetici) della sua dominazione tanto più li avverte nocivi e controproducenti.
Il padre di Zampa di Giaguaro ammonisce suo figlio sulla insensatezza di una vita vissuta nella paura. In ciò si dimostra conscio del rischio di una fine imminente, nessuna comunità umana che abbia perso lo slancio, la spensieratezza anche insolente ma dionisiaca e panica nel godere dei frutti della natura, può continuare a pensare al futuro in termini radiosi. È una società che ha scoperto il peccato originale, ha capito di aver oltrepassato il limite, di aver rotto l’equilibrio e di essersene situata al di fuori: ha capito di essere in guerra col mondo. Solo nella semplicità e nella frugalità, necessariamente materiale e sanguigna, di un vivere armonico con l’ambiente l’umanità può sperare di riannodare le sue radici e andare alla ricerca di un nuovo inizio.
Zampa di Giaguaro ha ereditato questi valori dalla sua tribù ormai sterminata. Non gli appartiene l’esercizio cieco della forza a fini di sottomissione, nella giungla dà fondo all’intelligenza, non alla violenza: la giungla è il luogo dove la ragione si fonde con l’istinto, il peccato originale si riassorbe e l’armonia si ricompone. Zampa di Giaguaro è l’uomo reintegrato, sintesi di corpo e intelletto. Contro di lui non può nulla il guerriero dissociato che lo rincorre fino al parossismo, pura forza di vendetta e nient’altro, forza senz’anima: espressione di una civiltà degradata, prosciugata di ogni afflato spirituale e morale.
Una civiltà – secondo l’aforisma dello storico W. Durant, posta in apertura del film – distrutta al suo interno, quindi pronta a essere conquistata dall’esterno.
Sono evidenti i richiami all’Occidente che si avverte sotto assedio, premuto alle sue porte da forze storiche vogliose di riscatto. Ancora più evidenti si fanno nella scena madre del sacrificio, in cui prima di versare fiumi di sangue in omaggio agli dèi il sacerdote maya fomenta il popolo strillando: «Dicono che siamo diventati deboli e corrotti, dicono che questo lungo conflitto ci ha fiaccato. Non è vero: siamo ancora il popolo più potente del mondo!».
Ma è un’ostentazione muscolare poggiata sull’aria, il rituale si svolge in un’atmosfera carica di perversione e dissipazione. L’immane macelleria del sacrificio umano avviene sotto gli occhi molli e assuefatti dei due principi bambini, ficcante allegoria della nostra gioventù drogata di violenza mediatica quotidiana.
Attenzione, però. La violenza di Apocalypto è elemento che non potrebbe essere più funzionale al racconto, non è accessorio splatter di un’estetica malata alla Tarantino (proprio uno dei sintomi di quella “distruzione interiore” – avverte Gibson – che ci rende prossimi alla conquista per mano altrui), ma è parte giustificata e pregnante di una precisa poetica. Di qui le citazioni, rese con agghiacciante talento visionario, degli esempi più abnormi di bestialità offerti dalla storia contemporanea. Se la massa di cadaveri putrefatti ai confini della città Maya richiama l’orrore dei lager, il lancio di Zampa di Giaguaro giù per una smisurata cascata ci fa balenare alla mente il salto senza speranza di alcuni sventurati dalle finestre delle Twin Towers, qualche minuto prima della loro implosione l’11 settembre 2001.
Pk-., febbraio '07.
Commenti
Assolutamente affascinante, e quindi prodromo di visione della pellicola. Lavoro superbo, avanti Drago.
eccellente e originale interpretazione, anzi attualizzazione del film, Patrick, complimenti.
"Lasciate stare i Maya. Guardate questo film con la mente sempre concentrata sulla contemporeneità di un Occidente schizoide, impaurito e fragile ma allo stesso tempo ancora potente, capace di controllare il mondo intero con la forza ma sempre più consapevole degli scricchiolii che minano le assi del suo dominio. Un sistema nevrotico, che quanto più gonfia i muscoli tanto più si fa gonfiare dai dubbi, più esercita i tradizionali strumenti (militari, economici, energetici) della sua dominazione tanto più li avverte nocivi e controproducenti"
Davvero notevolissimo.
Ciò nonostante non andrò a vedere il film: troppo bagno di sangue, già da The passion mi rifiuto di vedere i film di Gibson, so che non li reggerei. Dopo l'aramaico e il linguaggio maya, mi chiedo cos'altro partorirà la sua mente.
Sai Marina che proprio dopo Apocalypto mi è venuta una gran voglia di vedere The Passion? Il ragazzo (Gibson) ha davvero personalità ;) Chi l'avrebbe detto...
Buccia, grazie. Spero di aver proposto un taglio interpretativo capace di rendere giustizia dei messaggi del film.
Quindi Gibson riesce a dare a un percorso personale e interiore una valenza universale?
Ho letto di una eclissi, tu come l'interpreti?
Raffaella
Madre che pezzo suggestivo, Patrick. Non avrei dato una lira a sto film ed ora mi è venuta voglia di vederlo. Ero dubbioso su Gibson, avevo amato "L'uomo senza volto" e "Braveheart", ma "The Passion" non sono riuscito nemmeno a finirlo, visto quanto l'ho trovato disturbante. Qui, rispetto alle opere precedenti, a che distanza siamo?
4. Zampa di Giaguaro rappresenta la genuinità, la possibilità per noi di ricominciare da capo dopo che si saranno sollevate le macerie. L'eclissi è a) un efficace espediente narrativo, b) un momento di pathos estetico, c) il simbolo di un destino individuale già scritto, nel bene e nel male. Non voglio dire di più per non rovinare (l'eventuale) visione.
5. Anch'io avevo apprezzato i film che citi, ho saltato The Passion per puro pregiudizio ideologico, traviato probabilmente da quegli stessi media che hanno screditato e deformato Apocalypto (la critica "di sinistra" la butta sempre in politica e perde di vista l'essenziale). Ma quest'ultimo è del tutto sui generis, è un'opera viva e autentica (tranne qualche concessione al meccanismo del film d'azione nella terza parte, pur non perdendo nel complesso di originalità e intensità sia ben chiaro). Ed esteticamente è un viaggio: la natura pulsa, il sangue odora.
Ocio comunque: non è come buttare giù un bicchier d'acqua, resta per stomaci forti.
6. The passion si guarda, ma non mi è parso chi sa cosa. Visivamente è molto "forte". Certe scene impressionano (ma dopo quanto se n'era parlato, pensavo peggio). Interessante la scelta del latino (anche se, oddio. ma guardalo e ascoltalo). Sembra proprio che Cristo abbia sofferto. Forse, abituati a ER, Nip/Tuck, etc, era l'unico modo per far capire alle persone la sua sofferenza, non saprei. Dico, gli ettolitri di sangue utilizzati. Ecco, è questo che mi è rimasto impresso. Dopo un anno dalla visione: Il sangue. Non mi ha reso più cristiano, né più antisemita. Ma, certo, non si può escludere che non abbia avuto tali effetti su alcune persone. Comunque, il sangue, lì, a mio parere, faceva passare in secondo piano tutto. questo film, ummm, chi sa. sembrerebbe migliore. ciao. e grazie per la rec sentita.
"Di qui le citazioni, rese con agghiacciante talento visionario, degli esempi più abnormi di bestialità offerti dalla storia contemporanea. Se la massa di cadaveri putrefatti ai confini della città Maya richiama l?orrore dei lager, il lancio di Zampa di Giaguaro giù per una smisurata cascata ci fa balenare alla mente il salto senza speranza di alcuni sventurati dalle finestre delle Twin Towers, qualche minuto prima della loro implosione l?11 settembre 2001" Ecco, basterebbe questo accostamento per capire quanto siano risibili le accuse di eccessiva violenza sia per questa pellicola che per The Passion. Io amo che mi si presenti la realtà nuda e cruda. Un uomo processato, frustato, trascinato con una croce sulle spalle deve essere lacero e sanguinante, non deve apparirci come un modello di Dolce e Gabbana. Parimenti un genocidio non può essere liquidato con immagini in campo lungo. Gibson è un pazzo visionario, credo che invecchiando, se non lo farà fuori l'alzheimer, si avvicinerà paurosamente a Kubrick, che del perfezionismo era l'imperatore sommo. Molto euquilibrata Drago.
http://www.lankelot.eu/?p=736
ualà la francata d'antan sulla Passione